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sabato 30 dicembre 2023

Eh... chissà quante...

Per chiudere l'anno sulla scia di alcuni degli ultimi messaggi, ricordo sempre che mi dicevano "Eh, certo che tu, suoni la chitarra, hai gli occhi azzurri... chissà quante ragazze, eh?".
Poi, quando mi cimentai con il sassofono, raddoppiarono il carico "Eh già, sassofonista, occhi azzurri, chissà quante ne rimorchi...".
Io facevo sempre il vago.
Molto vago.
Perchè la realtà era che: A) non ho gli occhi azzurri (guarda bene, piciu) e soprattutto B) io suonavo e gli altri trombavano.
Ecco quale era la cruda realtà.


lunedì 7 agosto 2023

Battere o levare?

Ricordo ancora con disgusto quella volta che dovetti suonare "One step beyond" in battere anzichè in levare, perchè il chitarrista non sapeva la differenza tra suonare in battere e suonare in levare.
Ebbi un bel di che spiegarglielo, ma mi chiamava "maestro" con chiaro intento sarcastico. Tutto perchè a sua ignoranza musicale non distingueva il battere dal levare. E voleva suonare un pezzo ska.
Orca MadoSKA!!!

venerdì 6 maggio 2022

Carletto e gli impossibili (flashback)

Ci sono alcune cose, alcuni avvenimenti, alcuni momenti, che devono essere fissati nella memoria. La serata di ieri è uno di questi.
Si festeggiava il trentennale di attività di "Carletto e gli Impossibili", un gruppo torinese formato dall'unione di diverse esperienze musicali anche diversissime tra loro, che il buon Carletto ha rinsaldato attorno a sè: una missione apparentemente impossibile (da qui l nome) che invece non solo è riuscita alla perfezione, ma ha anche resistito, con varie vicissitudini ed alternarsi di protagonisti, per be 30 anni. Un'era geologica intera nella musica, specialmente quella underground dove i gruppi si formano e si sciolgono nel giro di un concerto.

Non avevo mai sentito Carletto, o meglio, ne avevo sentito le sue componenti nei gruppi più disparati, a partire dalle Funky Lips, primo gruppo rock torinese tutto al femminile, che nei ruggenti anni '90 aveva allietato molte delle mie serate nei vari locali di quella che ancora non si chiamava Movida ma semplicemente Nightclubbing.
Ieri sera, quindi, mi sono avvicinato alla Suoneria di Settimo con molta curiosità, grazie anche all'invito del bassista del gruppo, mio ex compagno di squadra nei Tauri, Marco "Ciccio" Cubal.
Il concerto è stato, ça va sans dire, letteralmente strepitoso. Se un gruppo riesce a far ballare anche il sottoscritto (beh... ballare è una cosa grossa. È noto che io ed il ballo siamo due mondi agli esatti opposti dell'universo), vuol dire che tanto male non è.
Un tiro pazzesco per due ore e più di concerto, la voce di Roberta Bacciolo una spanna sopra tutte le altre (almeno finchè non è arrivata Robertina Magnetti, ex Carlettina e dotata di una voce che adoro proprio dai tempi delle Funky Lips), la chitarra di Carletto perfetta, la sezione ritmica a dare un gran brio ai medley scatenati, e le altre due voci principali (perdonatemi, ma non ricordo i nomi) a condurre perfettamente i medley scatenati che hanno mandato letteralmente in delirio i 500 presenti.
Ecco, parliamo dei 500 presenti, perchè l'altra parte della serata è stata proprio caratterizzata dalle presenze.
Così come quando prendi l'autobus tutti i giorni alla stessa ora finisci per incontrare le stesse persone, che diventano quasi familiari, pur non conoscendole, la sensazione provata ieri sera è stata quella di un flashback improvviso. Molti sguardi si sono incrociati con il tipico "Ma, ci conosciamo?" stampato sul viso, ed in effetti si, molti di noi si conoscevano, almeno di vista, per aver frequentato gli stessi locali trent'anni fa, a sentire gli stessi concerti, a partecipare alle stesse serate, fino a diventare come le persone dell'autobus di cui parlavo prima: dei perfetti sconosciuti ma decisamente familiari. Magari ti incontravi all'Hiroshima, al Tuxedo, al Metrò, ti riconoscevi di vista, accennavi un saluto. Ecco, ieri sera molte di queste persone si sono ritrovate dopo anni, chi del partito dei capelli grigi, chi (è il mio caso) in quello dei capelli diradati, le donne sempre in gran tiro, alcune con qualche ruga in più, altre che sembrano essersi abbeverate alla fonte dell'eterna giovinezza.
E per due ore mi sono completamente immerso nell'atmosfera, pensando di essere ancora una volta lo sfigato 28enne di allora.
E, nonostante tutto, è stato magico.
Poi, stamattina, l'acufene all'orecchio destro mi ha riportato alla realtà, ma intanto una bella serata ed un viaggio nel tempo, hanno fatto bene al cuore ed alla mente.
Agevolo breve filmato con Robertina Magnetti al canto. Non potevo esimermi 




lunedì 25 novembre 2019

Il rock (fortunatamente) è vivo

Domenica 24 Novembre 2019 ho constatato personalmente lo stato di salute del rock in un periodo in cui sembra che la musica si sia ridotta a campionatori, rapper/trapper che hanno con la musica un rapporto piuttosto particolare (ho assistito a due concerti di questi fenomeni ed in entrambi i casi mancavano due componenti fondamentali sul palco: musicisti e strumenti musicali).
Sono andato all'Alcatraz di Milano a sentire i Greta Van Fleet, un gruppo di giovani (MOLTO giovani) americani che usano ancora le chitarre, il basso, la batteria ed un muro di Marshall che faceva ben sperare alla sua sola vista.
 Li ascoltavo già da un po', grazie al suggerimento del mio amico Derrick (a proposito, segnatevi questo nome: The Glorious Sons, altro suo suggerimento che vale la pena di ascoltare), per cui non sono arrivato a Milano impreparato, ma piuttosto curioso di vedere se dal vivo confermavano le ottime impressioni avute all'ascolto degli album in studio.
Partiamo dalla fine: il rock è vivo. Sul vegeto nutro ancora dei dubbi perchè i Greta Van Fleet sono un'eccezione nel panorama musicale moderno, ma la presenza di tanti giovani oltre alla folta schiera di V.D.M. come me, mi fa ben sperare che non tutta la nuova generazione si lasci lobotomizzare ed omologare dalla spazzatura che ci viene propinata in tutte le salse.
Il concerto in sè mi è piaciuto, ho trovato un'energia ed una carica non comuni, ed i fratelli Kiszka tengono bene il palco. Molto bravo il batterista, anche se non mi è piaciuto granchè il suono della batteria. Sarà anche l'acustica dell'Alcatraz che non mi è sembrata impeccabile.
Apparentemente straordinario Jake Kiszka, il chitarrista, che si produce in un'emulazione di Hendrix suonando con la chitarra dietro la schiena, ma molto scolastico negli assoli e poco creativo.
Straordinario, invece, Josh Kiszka, che ha dei cambi di tonalità pazzeschi, tira la voce portandola ad acuti straordinari senza usare il falsetto e non si risparmia un attimo sul palco. La mise è un chiaro omaggio al Robert Plant d'annata (mancano gli zatteroni, ma il resto c'è tutto), e qui arriviamo al dunque.
I GVF si sono pubblicamente lamentati del fatto che la critica continua ad etichettarli come un clone dei Led Zeppelin. Ad un primo ascolto, infatti, ci si chiede se non si tratti proprio di loro: sonorità, assoli, voce particolare, pezzi tirati all'inverosimile, tutto fa pensare per lo meno ad una tribute band. I GVF sono di più, come si può ascoltare nell'ultimo album in studio, ma se dal vivo si continua a scimmiottare i grandi anni '70, a tirare i pezzi fino a 20 minuti con grandi sezioni di assoli e jam session, inondando di musica una platea apparentemente estasiata riportandola indietro di 40 anni, non ci si deve poi lamentare troppo.
L'impressione è che la band sia ancora alla ricerca della propria identità definitiva, e nel mentre cerchi di cavalcare l'onda di entusiasmo prodotta proprio da questa emulazione dei '70 che ha avuto una gran presa su pubblico e critica.
La grossa differenza con i '70 la fa però la durata dell'esibizione. Dopo un'ora e dieci Josh saluta tutti al termine di un sintomatico "When the curtain falls", il decimo pezzo della serata (comprensivo della cover di "The music is you" di John Denver della durata di un minuto scarso).
Ma dico, vuoi fare la rockstar anni '70 e fai un concerto di un'ora e dieci minuti? Ma davvero? Ma sei serio? Come ha detto il mio amico Mario, con cui ho condiviso il concerto, "adesso arriva nonno Bruce e gli dice di tornare fuori. Persino Alice Cooper, a settant'anni suonati, ha fatto più di due ore".
Va bene il repertorio non gigantesco, ma qualcosa in più la potevano fare.
Dopo dieci minuti di "chiama" da parte del pubblico, si ripresentano sul palco e regalano ancora due perle, "Flower Power" e soprattutto "Safari Song" che mi chiedevo che fine avesse fatto. Alla fine di questi due pezzi, in cui viene incastrato un magistrale assolo di batteria, saluti e tutti a casa con un po' di amaro in bocca.
Si, bello, bravi tutti, le sonorità... ma DODICI pezzi per un concerto?!? Ci rivedremo tra qualche anno, e con un repertorio maggiore esigerò le due ore canoniche al di sotto delle quali non puoi definirti un rocker.










giovedì 21 giugno 2012

The Blues Brothers

"Blues Brothers" è un film che si vede sempre volentieri. Tra cinema, VHS e DVD l'avrò visto (non esagero) un centinaio di volte. Addirittura per diversi anni consecutivi sono andato alla proiezione che il Cinema Odeon di via Venalzio, ora scomparso, programmava in occasione del compleanno del film. Era un rito, ovviamente, un omaggio al film, ed a conferma di ciò tra il pubblico c'era uno zoccolo duro di persone (tra cui io) che anno dopo anno si ritrovava, pur senza conoscersi, come se esistesse una sorta di tacito appuntamento che ogni 365 giorni ci portava in quella sala.
Conosco la musica a memoria, conosco molte battute a memoria, ma non manco di mettermi a ridere ogni volta alle gag dello sgangherato duo Jake ed Elwood Blues.
E' un film a cui si perdona qualche pronuncia azzardata (Jake che diventa Jack) e qualche traduzione tremenda (l'armonica - harp - si trasforma in arpa. L'avete mai visto un bluesman che suona l'arpa?), perchè il solo piacere di ascoltare dei grandi come Cab Calloway, James Brown, Ray Charles, John Lee Hooker, Aretha Franklin, Pinetop Perkins e Sam and Dave, ripaga delle imperfezioni (tutte della versione italiana, sia chiaro!).
L'attacco di Matt "Guitar" Murphy in "Sweet Home Chicago" è un qualcosa di assolutamente emozionante, così come il sax di "Blue Lou" Marini nell'infinito assolo dello stesso brano. L'armonica di Dan Aykr... ehm, Elwood Blues, è elettrizzante, e lo scomposto stile di ballo di "Joliet" Jake Blues rende praticamente impossibile restare fermi sulla sedia.
Fatte queste premesse, che dovrebbero far capire che il film lo vedrei (e l'ho visto) in qualsiasi condizione, con qualsiasi audio, con qualsiasi qualità, ieri sera sono andato all'UCI Cinema, un multisala al Lingotto, a vedere l'edizione speciale per il trentennale.
"Evento Unico Mondiale - Per la prima volta in Digitale 2K", recitava il volantino di presentazione.
Il digitale 2k è un tipo di risoluzione digitale che permette la visione ad una definizione di 2048 x 1080, praticamente il doppio di un normale televisore HD. Un'operazione che viene sempre più spesso fatta per digitalizzare i film, e restaurarli, è quella di riprenderli con delle particolari macchine da presa, che producono poi un filmato in alta qualità su cui si può intervenire al computer. Un lavoro splendido, in questo senso, è stato fatto con Frankenstein Junior.
Blues Brothers avrebbe dovuto subire il medesimo trattamento.
La pellicola che ho visto ieri sera aveva tutto tranne che l'alta definizione. In molti punti, soprattutto i panorami larghi, risultava piuttosto sgranata, mentre non si sono apprezzate differenze sensibili con la qualità delle proiezioni viste in precedenza (e mi permetto di dire che ne ho viste abbastanza...).
Non parliamo del suono. Il surround era metallico, e le casse posteriori sembravano quasi fuori sincrono. La sensazione la si percepiva nettamente nei pezzi musicali, dove i piatti della batteria erano posizionati sulle casse posteriori e sembrava quasi che il buon Willie "Too Big" Hall avesse il parkinson, tanto erano fuori ritmo i fraseggi su charleston, crash e splash vari.
Tanto per rendere la visione ancora peggiore, nel bel mezzo di una scena si spegne lo schermo e si accendono le luci. Entra in sala una inserviente con banchetto di vendita bibite e popcorn, resta lì cinque minuti (in cui nessuno acquista alcunchè) e poi esce. Il film riprende regolarmente, ma l'interruzione è stata davvero fastidiosa, inutile e, se proprio era necessario farla, mal pianificata.
Insomma, pollice verso al cinema, pollice verso alla digitalizzazione/restauro, ma pollice alzatissimo per i Blues Brothers.
"Dannazione, è partito un pistone".
"Ma poi torna?".

mercoledì 5 gennaio 2011

Anno Nuovo, Aria Nuova

E' passato un quarto di secolo da quella sera di inizio gennaio del 1986 in cui entrai nella stanzetta musicale del centro d'incontro della circoscrizione 9 in Via Cherasco con in mano la mia Ibanez imitazione Les Paul e nella borsa un paio di cavi e il pedale distorsore che mi aveva costruito Mario con un progetto preso dalla rivista Nuova Elettronica.
Ero stato invitato da Claudio, l'allora quarterback dei Tauri, che suonava la batteria ed aveva un cugino ed un amico che suonavano la chitarra e voleva mettere in piedi un gruppo musicale.
Io, da perfetto autodidatta della chitarra, avevo qualche microesperienza con il gruppo di un mio compagno di università, gli Zip Whip, a cui avevo fatto da tecnico del suono in alcuni concerti e con cui ogni tanto mi univo durante le prove per dare quatro schitarrate e nulla più. Avevo appena comprato "The Blues Bible" ed avevo iniziato a destreggiarmi tra le scale pentatoniche convinto di riuscire ad emulare il grande B.B.King.
Oltre alle tre persone che mi aspettavo, nella stanzetta trovai altre setto/otto ragazzi, amici ed amici di amici che erano li' a curiosare.  La stanza era davvero piccola, appena sufficiante per un gruppo da 4 persone con batteria, figurarsi contenerne otto in piu'! Inoltre il "fattore stalla" che intervenne dopo circa cinque minuti fu davvero devastante.
Nonostante tutto, e nonostante nessuno di noi avesse una qualsiasi idea su che cosa suonare, partimmo con una lunghissima improvvisazione, quella che coloro che parlano bene usano chiamare "Jam Session", e ne rimanemmo talmente soddisfatti che decidemmo che il feeling giusto per formare un gruppo fosse decisamente presente.
Il cugino del batterista si eclissò quasi subito, e l'altro chitarrista, inchinandosi alla mia prestazione di quella sera (manco fossi Jimi Hendrix...) si convertì al basso, e mai scelta fu per lui più felice, perchè negli anni diventò un bassista con i controcazzi (che non so esattamente cosa siano, i controcazzi, intendo, ma sempre coloro che parlano bene usano il termine per sottolineare la bravura di qualcuno).
Era un periodo bislacco della mia vita, come tanti ce ne sono stati tra gli anni '80 e '90. Stavo meditando l'abbandono dell'università, i Tauri avevano appena fatto una fusione con i Gators per sopravvivere, perdendo in gran parte lo "spirito Tauro" della prima ora, il Toro veleggiava a metà classifica senza infamia e senza lode, stavo dietro ad una mia compagna di università (gran gnocca, devo dire) a cui "piacevo moltissimo", che però prima non me la dava perchè era già fidanzata con un tizio che faceva il gelataio a Pinerolo, e poi, una volta mollato quello, non me la dava perchè "nel frattempo" aveva una storia con un altro tizio conosciuto in montagna. Non ho mai capito di quale frattempo parlasse, ma ci misi un po' a capire che mi stava bellamente prendendo per il culo, as usual, e non la presi molto bene.
La prospettiva di mettere su un gruppo musicale, quindi, mi allettava molto, per cui mi ci buttai a capofitto.
Nacquero così gli "Aria Nuova": Chitarra, Basso, Batteria e Voce (la fidanzata del batterista).
Se il nome non vi è nuovo non vi preoccupate: è proprio quello a cui state pensando. Dovendo cercare un nome per il gruppo, ognuno di noi spremette le meningi, ma non saltò fuori nulla che piacesse a tutti, finchè il batterista arrivò con questo nome: Aria Nuova. Una volta stabilito che poteva andar bene, ovviamente gli chiedemmo cosa lo aveva spinto a scegliere questo nome, e la sua risposta fu disarmante: "Boh, che ne so. Non avevo idee, finchè ieri ero seduto al cesso, non avevo niente da leggere e mi sono messo a leggere le etichette della roba che c'era sulla lavatrice. Mi sono ritrovato davanti lo scatolotto del deodorante "Gled Arianuova", ed ho pensato che fosse un bel nome".
Insomma, avevamo un nome che faceva proprio cagare (o almeno era stato partorito "durante").
Non durò molto. Basso e Chitarra spingevano sempre per il Rock ed il Blues, mentre Voce e Batteria volevano più New Wave, per cui fu inevitabile la separazione dopo pochi anni, durante i quali, comunque, avemmo il tempo di incidere una cassetta con 5 pezzi in studio (ho ancora il master da qualche parte) e suonare a diverse manifestazioni, fare concerti in birrerie e feste e divertirci comunque quanto basta. Resterà sempre nei nostri cuori l'ultimo concerto prima dello scioglimento, al Circolo Socialista Garibaldi di Vinovo. Il volantino (che vedemmo solo una volta giunti in loco) recitava: "Allieterà la serata l'Orchestra Aria Nuova". Ci dovemmo esibire di fronte ad un pubblico di pensionati che interrupero a metà il terzo pezzo (un bluesaccio da paura) per chiedere se potevamo fare "Calabrisella Mia", ed al nostro diniego un tizio tiro' fuori la fisarmonica da non so dove ed inizio' a suonarla lui.
Prendemmo gli strumenti, incassammo il compenso pattuito (una Moretti piccola ed un panino rinsecchito con due fette di salame), salutammo batterista e fidanzata, ed io e il bassista andammo ad ubriacarci in un pub ripromettendoci che non saremmo mai più cascati in un trappolone del genere.
Da li' a breve sarebbero nati i "Bluestinti", ma questa e' un'altra storia, che magari vi racconterò un'altra volta.

mercoledì 7 luglio 2010

Generazioni a confronto

Nel 1971, a 8 anni, partecipai ad un concorso canoro regionale che qualificava alle selezioni nazionali per lo Zecchino d'Oro (lo vinsi, ma non comprando l'enciclopedia dello sponsor, venni scartato, ma non è questo il punto), presentando la canzone "Chissà se va" di Raffaella Carrà.
Oggi, tornando a casa dal Centro Estivo, mio figlio, 8 anni, mi ha chiesto di spegnere la radio, e mi ha cantato a memoria "La Guerra di Piero" di Fabrizio de Andrè, non risparmiandomi una dotta spiegazione del testo della canzone e del suo messaggio.
Non c'è che dire: figlio batte padre 100 a zero.

martedì 18 maggio 2010

The Great Gig in the Sky

La mente umana è davvero incredibile, ed i meccanismi che la regolano sono davvero misteriosi.
Succede infatti che sei tutto concentrato a guardare i dati che appaiono sul monitor del computer per cercare di capire come mai, in una colonna di un database definita "not null", ci siano dentro dei "null" mandandoti a puttane un'elaborazione, e mentre ti alambicchi il cervello alla ricerca di una soluzione, la selezione automatica dei brani del tuo lettore MP3 faccia partire quello stupendo pezzo dei Pink Floyd che si intitola "The Great Gig in the Sky".
In quel preciso momento il cervello mette in stand by l'attività che stavi eseguendo e ti catapulta improvvisamente indietro nel tempo.
Il monitor, la scrivania, i colleghi, tutto scompare improvvisamente per lasciare il posto ad un cielo incredibilmente sereno, nero e stellato. Tutto intorno è buio, ed il silenzio è rotto dallo stereo della macchina che, a tutto volume, trasmette proprio "The Great Gig in the Sky".
Siamo a Lipari, più o meno verso le quattro del mattino, su un'altura dalle parti delle Terme di San Calogero: Carmelo, Paolo, Luigi, Simona, Isabella ed io. L'indomani mattina sarei partito per tornare a Torino (il tempo di rifare la valigia e volare altri 1600 Km più a Nord ad Amburgo, dove mi attendeva un'altra epica settimana al seguito della nazionale di Football agli Europei), e poichè l'aliscafo era previsto per le 6 del mattino, avevamo deciso di fare nottata, a degna conclusione di una vacanza che avrebbe segnato un importante passaggio nella mia vita.
Avevamo speso la giornata in giro per l'isola, come sempre, facendo l'ultimo bagno alle cave di pomice di Porticello, dove per accedere alla spiaggia bisognava lasciarsi scivolare lungo il pendio, con il risultato di arrivare al fondo con il fondoschiena tutto bello levigato.
Avevamo passato la serata a sentire Carmelo suonare nel locale del "Professore", come ogni sera. Poi eravamo andati in giro in cerca di Pucci, uno dei matti del paese, uno spasso assicurato, ma avevamo trovato solo il capitano Felice, con cui i miei amici si erano poi accordati per una gita in barca a Stromboli nei giorni successivi.
Prima di salire alle terme, eravamo passati al forno a prendere i cornetti caldi, poi eravamo saliti in macchina sulla Panda di Carmelo (in sei, si...) ed avevamo cercato il posto ideale. Un prato al termine di una strada sterrata, il buio piu' completo, solo il cielo stellato sopra di noi ed un silenzio quasi irreale. Non ci siamo detti una parola. Ci siamo sdraiati sul prato ed abbiamo contemplato il cielo. Finchè Carmelo, che era rimasto in macchina, non ha aperto il portellone posteriore, spalancato le portiere, messo la cassetta dei Pink Floyd e girato la manopola del volume a fine corsa.
Per tutti i 4 minuti e 47 secondi della canzone ognuno di noi si immerse nella propria dimensione, isolandosi da tutto e da tutti, lasciando i pensieri e le immagini fluire in libertà. Fu stupendo.
Quella vacanza decretò la vera fine del Liceo, sei anni dopo la maturità, senza una motivazione precisa. Fu come se i successivi sette giorni in Germania avessero tracciato un solco tra due momenti della vita profondamente differenti tra di loro. Quando io tornai da Amburgo, e gli altri tornarono dal loro proseguio di vacanza a Lipari infatti, nulla fu più come prima. Di lì a poco sarebbe cambiato tutto: amici, frequentazioni, serate. Iniziava la breve ma intensissima "era di Filisetti". Ma questa è un'altra storia, ed ora non c'è tempo di raccontarla.
The Great Gig in the Sky è finita. Il monitor è ancora lì che mi guarda. La collega che mi sta di fronte sono convinto che creda mi sia addormentato.
Invece sono andato solo in ibernazione per cinque minuti e tornato indietro di 21 anni. E' stato bellissimo.
A proposito: guardando meglio, mi accorgo che le colonne del database contengono zeri binari, non "null". La mia mente ha continuato a ruminare anche durante questo flashback ed ha risolto il mistero.

domenica 7 febbraio 2010

Flash Mob

Sapete cos'è un Flash Mob? No? Bene, allora guardatevi questo video. Anche se non è un flash mob con tutti crismi, è davvero spettacolare.

venerdì 14 agosto 2009

Addio ad un grande

Il nome Lester William Polfuss non dirà niente ai più. Forsea qualcuno viene in mente qualcosa dicendo "Les Paul".
Insomma, per farla breve, e'morto a 93 anni l'inventore di una delle due chitarre che hanno fatto la storia del rock: la Gibson LesPaul, appunto. Prediletta dai jazzisti per il suo suono caldo, ha avuto comunque largo uso anche nel rock e soprattutto nel blues, avendo in Carlos Santana uno dei suoi più fedeli utilizzatori. Il suo dualismo con la Fender Stratocaster ha infiammato generazioni di musicisti e di fans, un po' come successo per altri dualismi: Coppi - Bartali, Rolling Stones - Beatles, Led Zeppelin - Deep Purple e via dicendo.
R.I.P.

martedì 3 febbraio 2009

So bye-bye, miss american pie.

Il 3 Febbraio 1959, esattamente cinquant'anni fa, viene ricordato come "il giorno in cui la musica morì". In un incidente aereo a Lake Creek persero la vita Buddy Holly, Ritchie Valens e Big Bopper.
A quel giorno è dedicata la famosissima "American Pie" di Don McLean:

"A long, long time ago...
I can still remember
How that music used to make me smile.
And I knew if I had my chance
That I could make those people dance
And, maybe, they'd be happy for a while.

But february made me shiver
With every paper I'd deliver.
Bad news on the doorstep;
I couldn't take one more step.

I can't remember if I cried
When I read about his widowed bride,
But something touched me deep inside
The day the music died."

venerdì 21 novembre 2008

E' arrivato

Dopo lunga attesa è arrivato finalmente il mio regalo di compleanno, un PMP al top di gamma: il Cowon D2. Qualità audio eccellente, con possibilità di equalizzazione praticamente infinite (ed alcuni reset notevoli), una memoria base di 8 Gb a cui ho aggiunto una SD da 32 Gb per un totale di 40 Gb di spazio, che mi permette di portarmi dietro tutto il mio archivio musicale.
Peccato per le cuffiette in dotazione decisamente al di sotto della qualità del gingillino ma, come dire...Natale è vicino, e c'è la possibilità di rimediare a questa mancanza a breve termine.
L'inaugurazione è toccata a Tom Waits, con "Somewhere" dall'album "Blue Valentines". Abituato ai lettori portatili di pessima qualità, mi è sembrato di rientrare in un altro mondo, quello dello stereo abbandonato dieci anni fa con cui mi godevo la musica fin nei minimi particolari.
E' ora di recuperare il tempo perduto...

giovedì 9 ottobre 2008

La cassettina (cit.)


MixwitMixwit make a mixtapeMixwit mixtapes

Via Contromano anch'io pubblico la mia cassettina odierna, iniziando da un omaggio a Jacques Brel, di cui oggi ricorre il trentennale dalla morte.

martedì 1 aprile 2008

Standing Ovation

Ogni tanto gironzolo su youtube e trovo delle piccole gemme. Questa è una di quelle. Se mai mi deciderò a postare la mia top10 ever, questo pezzo ci entrerà di diritto.
Tra le tante versioni che si trovano su youtube, questa è quella che più mi emoziona (ma anche le altre...).

venerdì 4 gennaio 2008

Energia allo stato puro

Girovagando per youtube, sono incappato nell'iniziativa dei Foo Fighters, che richiedono ai fans di inviare ad un link predefinito di youtube dei filmati di 60 secondi contenenti un arrangiamento originale per la loro canzone "The Pretender". Gli autori dei migliori 20 arrangiamenti orchestrali verranno poi invitati alla cerimonia di consegna dei Grammy dove il pezzo verrà eseguito con questo nuovo arrangiamento ottenuto dalla collaborazione con i fans.
Allora ascoltiamo il pezzo, mi sono detto, e mi son visto il filmato: 4 minuti e 40 secondi di pura energia, con delle belle immagini ed un testo adeguato:

What if I say I'm not like the others
What if I say I'm not just another one of your plays
You're the pretender
What if I say that I'll never surrender

(QUI il resto del testo)

giovedì 3 gennaio 2008

Nick Drake

Un titolo banale per un post che invece non vuole esserlo. Erano anni che non vivevo uno choc emozionale come quello di oggi pomeriggio quando, dopo pranzo, mi sono deciso a vedere "A skin too few" il documentario su Nick Drake che avevo lì da un po', e che non avevo ancora visto per svariati motivi. Mancanza di tempo, quello necessario ad immergersi nel documentario, che non può e non deve essere visto come una puntata di una serie TV. Mancanza di voglia, perchè essendo il lingua originale, avrei dovuto concentrare tutte le mie attenzioni due volte, non essendoci nemmeno i sottotitoli, e capendo pochissimo l'inglese parlato rispetto all'americano.Ed infine, mancanza di predisposizione mentale, perchè ero sicuro che mi avrebbe fatto un effetto tremendo.
Nick Drake ha sempre avuto una grandissima importanza nella mia vita. E' nelle sue canzoni che mi sono sempre rifugiato nei momenti bui. E' nelle sue strofe che ho sempre trovato una inesauribile fonte di ispirazione e conforto. E' grazie a lui che ho scoperto Albert Camus. E' grazie a lui che questo blog si chiama "Sisifo Felice", essendo proprio "Il Mito di Sisifo" il titolo del libro trovato sul comodino di fianco al letto su cui giaceva, inerte, il corpo di Nick Drake quel lontano 25 Novembre 1974.
Il documentario è bello e struggente come la sua musica. Toccante. Profondo. Molto intenso.
Mi sono passate davanti agli occhi mille immagini, mille ricordi legati ad una canzone, una strofa, una parola di un testo di Nick. Ho avuto la pelle d'oca per tutta la durata del documentario.
E sentire la sorella Gabrielle (ve lo ricordate il tenente Ellis della serie UFO? Bene... era lei) parlare di Nick, vale più di mille libri e mille biografie sin qui lette.
Un piccolo capolavoro da brividi.

martedì 7 agosto 2007

Muoia sotto un tram piu' o meno tutto il mondo

La mia idiosincrasia per la musica italiana è ampiamente riconosciuta e documentata dalla mia "discheria", composta al 90% da musica d'oltreconfine. E' quindi davvero sorprendente il trend inverso di questi ultimi tempi.
Dopo aver ascoltato avidamente la cantantessa Carmen Consoli ed averne apprezzato le stupende qualità canore, un paio di mesi fa mi sono ritrovato ad ascoltare i Negramaro, trovandoli non solo godibili ma assolutamente apprezzabili (anche qui la voce fa il suo... e molto di piu').
Ed ora mi ritrovo a canticchiare "Bruci la città" di Irene Grandi, canzone orecchiabile dal testo interessante.

Muoia sotto un tram
più o meno tutto il mondo
esplodano le stelle
esploda tutto questo.
Muoia quello che è altro
da noi due almeno per un poco
almeno per errore.

martedì 1 maggio 2007

Scuola di musica

Stavo distrattamente "ascoltando" i suoni che uscivano dalla televisione. Rai3 si collegava con Piazza San Giovanni ed il concerto del 1 Maggio. Do' uno sguardo... vedo Mauro Pagani con il suo violino che parte... E partono i migliori quindici minuti musicali della TV che io ricordi da diversi anni a questa parte. Prima intonano una potente "21st Century schizoid man" dei King Crimson, poi si passa alla splendida canzone beatlesiana "The Long and Winding road". Arriva il chitarrista delle Vibrazioni, e parte un riff con un tiro della madonna: è lui, Jimi Hendrix, "Purple Haze". Impossibile stare fermi e non seguire il ritmo, anche se suonare Hendrix con una Gibson diavoletto equivale a giocare a calcio con gli scarponi da sci. Ci si calma di nuovo, con un classico di Bob Dylan: "Forever Young". E poi, nella migliore delle tradizioni rockettare, si finisce con uno splendido medley: Rolling Stones - Honky Tonk Woman / Free - All right now / Yes - It's only rock'n'roll but i like it.
Wow... W-O-W!!!!
Se anche uno solo dei pischelletti presenti in piazza San Giovanni che vive a Pane e Gigidalessiozioffà ha apprezzato questa musica e gli viene voglia di approfondirla un po', è un altro strappato dalla brutta strada della musica (?!?) moderna.

martedì 16 gennaio 2007

Al Bar Elena

"Al Bar Elena stile liberty
ti ho incontrata ieri per motivi seri.
La mia piccola "coca" non c'era.
M'hai venduto un pò di erbetta leggera."

Anna se n'è andata a 82 anni.
Anna era la vecchina del Bar Elena, il caffe' di Piazza Vittorio che aveva ospitato Nietzsche (quando era gestito da Elena, la mamma di Anna, ovviamente), che aveva visto Cesare Pavese sorseggiare l'ultimo caffè prima di rinchiudersi in hotel e spararsi, che aveva visto passare tutti i grossi nomi della politica e della cultura torinese anni 60/70, che per noi tardo liceali/primi universitari era ritrovo abituale, vista la vicinanza con Palazzo Nuovo ed alcune facoltà scientifiche.
E poi c'era lei, l'indimenticabile canzone di Maolucci con l'inconfondibile arpeggio alla chitarra di Marcello Capra.

giovedì 23 novembre 2006

Diritti d'autore

Siamo arrivati al limite del ridicolo. Leggo su Punto Informatico che la EMI avrebbe minacciato un'azione legale nei confronti dei tifosi australiani di una squadra di cricket per aver preso alcune canzoni celebri ed averne cambiato il testo per usarle come cori da stadio in occasione delle partite di detta squadra. Quello che ha fatto inalberare la EMI è stato che detti tifosi hanno registrato le canconcine e le hanno distribuite alla tifoseria affinchè le imparasse, individuando in questo comportamento una violazione dei diritti d'autore.
Ora... avessero messo in vendita il CD, capirei, ma la distribuzione serviva proprio per far sì che i tifosi imparassero le canzoni nel più breve tempo possibile (e chi frequenta le curve ben sa quanto sia difficile insegnare a tutti i nuovi cori con parole , ritmo e cadenza giusti).
L'arroganza delle case discografiche sta rasentando il limite del ridicolo, e l'aumento della pirateria musicale, con questi presupposti, tutto mi provoca fa tranne che scandalo, nè mi viene assolutamente in mente di condannarla.
Vorrà dire che domenica prossima, uando canteremo i nostri coretti al ritmo di Donna Felicità o Mamma Maria, raccoglieremo un obolo da versare ai Ricchi e Poveri. Si sa mai che poi ci arrivi una richiesta danni...