lunedì 18 settembre 2017

Francia 2017: Diario (breve) di viaggio

I miei tre lettori sicuramente stavano fremendo per la pubblicazione del diario di viaggio di quest'anno ed ora, finalmente, sono stati accontentati.
Il livello di soddisfazione per queste vacanze viene indicato sia dal ritardo con cui viene scritto questo diario, sia dal fatto che sia un diario di una sola puntata. Considerando anche che ancora devo mettere a posto le foto che, solitamente, sono la prima cosa che faccio appena tornati dalle ferie, il quadro dovrebbe essere completo.
Quest'anno si sono incastrate tra di loro alcune esigenze, tra cui le più evidenti erano stare in un raggio chilometrico piuttosto contenuto rispetto a casa ed accontentare un figlio a caso che lo scorso anno, in occasione di un weekend al mare in quel di Lignano Sabbiadoro, aveva espresso la volontà di fare una vacanza al mare, per una volta.
Che poi questa richiesta sia stata sconfessata poche settimane prima di partire è tutta un'altra storia.
La località prescelta è stata Mentone, sia per la vicinanza sia per i prezzi decisamente più bassi dei tanti paesini liguri molto simili esteticamente e morfologicamente alla piccola cittadina appena al di là del confine italiano.
Eravamo alloggiati all'Ibis Budget di Mentone Garavan, quindi a poco più di un chilometro dalla vecchia Mentone. Una posizione comoda per la stazione da cui sono partite molte delle nostre escursioni, un po' meno per raggiungere il paese la sera per andare a cenare.
L'albergo è un classico Ibis, ma la categoria Budget lo rende ancora più spartano del solito e, per dire, non c'è nemmeno il classico bollitore su cui avevamo fatto affidamento per fare colazione in camera.
I problemi, però, iniziano sin dall'arrivo. Il chiosco automatico non riconosce il check-in on line che avevo effettuato qualche giorno prima della partenza, per cui ci tocca attendere che apra la reception, giacché negli Ibis Budget non esiste un servizio di accoglienza 24 ore.
Poco male, mi dico. Aspettiamo un'ora e mezza e finalmente arriva il responsabile, il quale anche lui non capisce perché il chiosco non abbia funzionato, e mi stampa il contratto su cui sono riportati i codici di ingresso della camera e del portone dell'Hotel.
Mi chiede, però, nuovamente la carta di credito, nonostante l'avessi già inserita nel processo di check-in, e quando gli dico che mi avevano già preautorizzato il prelievo dell'importo del soggiorno, non sente ragioni e procede all'incasso.
Al ritorno, mi troverò due addebiti per il soggiorno, e dopo un mese sono ancora qui che aspetto il rimborso, che mi dicono comunque essere stato effettuato il 15 agosto. Nell'era delle transazioni informatiche i due mesi prospettatimi dal servizio clienti per ricevere il rimborso sono un'esagerazione, ma tant’è... c'è solo da sperare di non dover nuovamente chiamare il servizio clienti per un sollecito dopo due mesi.
Anche quest'anno, come ormai tradizione, abbiamo il nostro aneddoto sul navigatore.
Niente strade strane (beh... farmi passare dal parcheggio dell'aeroporto di Nizza potrebbe essere considerato "una strada strana", ma soprassediamo), ma la solita allergia alla pronuncia delle vie in lingua straniera. Avenue diventa "Avènue" anzichè "Avenù", Chapelle diventa "Capelle" anziché "Sciapèll" ma soprattutto la parola mer (mare) viene interpretata come l'abbreviazione del giorno della settimana, per cui passiamo per "Villefranche sur mercoledì" percorriamo la "Promenade du bord de mercoledì", e via andare. Uno spasso...
La vacanza in sé non è stata esaltante. Non che ci aspettassimo chissà cosa, in realtà. Non essendo "tipi da spiaggia" abbiamo alternato un giorno al mare ed un giorno in escursione.
Avendo la spiaggia di sabbia (sabbia... uno spruzzo di sabbia su una base di ghiaino che mi sono infilato sotto le unghie quando ho provato a scavare per fare il buco per l'ombrellone) a quattro passi dall'albergo, abbiamo usufruito di quella praticamente sempre tranne due giorni: uno in cui abbiamo voluto provare la differenza tra la spiaggia attrezzata e quella libera e l'altro in cui abbiamo provato la spiaggia di ghiaia più vicina alla Mentone vecchia.
Visto che la spiaggia libera è comunque pulita e vivibile, abbiamo scartato lo stabilimento dopo un giorno di prova, sebbene non ci siamo trovati male.
I servizi, anche in spiaggia libera, sono lontani anni luce da quelli disponibili appena al di là del confine dove le spiagge libere sono microscopiche, spesso sporche e con zero servizi. A Mentone, ma anche altrove in Costa Azzurra, le spiagge libere sono pulite, spaziose e comunque con tutta una serie di servizi, dal bagnino all'armadietto/cassaforte dove lasciare i valori per poter andare a fare il bagno tranquilli anche se si è da soli. Ammetto di non essere un gran frequentatore delle spiagge nostrane, ma per me si è trattato di roba mai vista dalle nostre parti.
Per pranzi e cene ci siamo arrangiati in maniera diversa a seconda delle situazioni, ma a parte una sera che abbiamo mangiato all'Hard Rock Cafè di Nizza, siamo andati per ben tre volte in una crêperie del centro storico di Mentone dove ci siamo trovati molto bene: Le Fleur du Sel. Locale accogliente (traduzione: piccolo) grande varietà di crêpe dolci e gallette bretoni, ottimo sidro, unica pecca il servizio un po' lento.
Per quanto riguarda le escursioni abbiamo fatto un giretto tra nuovi e vecchi luoghi già visitati in precedenza (molto in precedenza, in realtà).
Antibes ed il suo rinomato mercato provenzale è risultata un po' deludente (soprattutto il mercato), come deludente si è rivelata Montecarlo, dove in vent'anni (per Monica) e trent'anni (per me) le costruzioni selvagge una sull'altra hanno completamente cambiato il paesaggio che ci ricordavamo.
Nizza un po' caotica, soprattutto per i mille lavori stradali, ma abbastanza carina. E proprio a Nizza abbiamo registrato l'ennesima differenza culturale tra noi ed i nostri cugini d'oltralpe.
A Nizza, infatti, stanno lavorando per la costruzione di una linea di supertram, con cantieri e disagi per tutti, dagli automobilisti ai pedoni ai commercianti della zona. Subito ci è venuta in mente la situazione della sopraelevata di corso Grosseto a Torino dove, per l'abbattimento della suddetta, si sta scatenando un putiferio di traffico.
Posto che non ho ancora visto da nessuna parte un cantiere "importante" come quelli della metropolitana, passante o viabilità urbana qualsiasi, non recare disagio ai cittadini delle zone coinvolte, abbiamo comunque constatato il differente approccio italiano e francese.
A Nizza un bel cartello recitava che, per ovviare ai disagi dei cantieri, l'associazione commercianti della zona del porto offriva due ore gratuite di parcheggio ai propri clienti. Considerando che la tariffa a Nizza, ma anche altrove, arriva anche a 85 centesimi ogni quarto d'ora, l'offerta mi sembra uno sforzo economico importante.
A Torino, nelle stesse condizioni, l'associazione commercianti ha chiesto, ancor prima di vedere aperti i cantieri, di essere esentati dal pagamento di alcune tasse comunali.
Stesso ragionamento, proprio.
Abbiamo fatto anche un paio di puntate nell'entroterra, a Vence e St.Paul de Vence (molto bella soprattutto la seconda, una cittadina medievale arroccata su un cucuzzolo) ed ancora a Grasse, dove abbiamo fatto visita ad una delle fabbriche della profumeria Fragonnard. Una visita che vale la pena di fare. Gratuita e molto interessante.
Tutte qui le vacanze di quest'anno. Meglio che un calcio sui denti, no?

giovedì 25 maggio 2017

Bentornato a casa Toro.

Vent'anni. Abbiamo aspettato vent'anni di poter tornare a casa, dopo che le ruspe maledette avevano fatto scempio di un pezzo di storia. Si preserva tutto, in Italia, paese in cui un vincolo delle Belle Arti non si nega a nessuno, tranne che al campo della leggenda. Campo...

Filadelfia! Ma chi sarà ‘l vilan
a ciamelu ‘n camp? Jera ne cuna
‘d speranse, ‘d vita, ‘d rinasensa,
jera sugnè, criè, jera la luna,
jera la strà dla nostra chersensa.
(Grazie a Teo per la foto che gli ho "rubato" da Facebook)
Per ovvi motivi anagrafici non ho potuto vivere il Fila degli Invincibili, la tromba di Oreste Bolmida, le maniche arrotolate di capitan Valentino. Ho vissuto però il Fila dello scudetto e dei cinquanta punti, delle annate in cui un grande Giacomini cavava il sangue dalle rape (averle oggi, quelle rape!!!) cresciute proprio su quel campo, della retrocessione e della rinascita con la finale di Amsterdam.
Un giorno di primo inverno, era il 1977, ero nel cortile ghiaioso completamente deserto, con in mano la mia copia di "Profondo Granata", il libro di Salvatore Lo Presti, Avevo raccolto le firme di Claudio e Patrizio Sala, Castellini, Santin, Graziani, Zaccarelli, Salvadori, Caporale, Mozzini, Pulici. Ogni foto di quel libro era regolarmente e religiosamente firmata dal protagonista. Ne mancava una: quella di Radice, che non usciva dagli spogliatoi. Rimasi lì anche quando venne buio, e quando il Mister uscì, si trovò di fronte un quattordicenne infreddolito, con le labbra viola, il libro in una mano e la penna nell'altra.
C'eravamo solo più io e lui (ed i custodi, ovviamente). Nello spazio bianco sopra la foto, avevo disegnato due scudetti con il numero 8 all'interno, ed avevo scritto "Tutti con te, Radice!". Era uno striscione che campeggiava al Comunale. Chissà cos'avrebbe pensato, il Mister, qualche anno dopo, vedendomi in curva a fine di una partita persa malamente in un anno balordo, a tenere un lembo dell'enorme striscione che recitava "Radice Maccarone Vattene". Perchè la Maratona non risparmiava nessuno. A torto o a ragione.
Con una gentilezza estrema mi mise una mano in testa, mi chiese come mi chiamavo e mi fece una bella dedica sulla sua foto che prendeva tutta una pagina. Mi allontanai felice come non mai, nell'eco dei miei passi scricchiolanti sulla ghiaia del cortile del Fila, il cui portone si chiuse alle mie spalle quando uscii.
Un'altra volta, qualche mese dopo, primavera 1978, ero tornato a casa in fretta e furia da scuola per mangiare e poi correre al campo per la partitella del giovedì contro la Primavera.
Assieme ad altri gagnu, alla fine della partitella ci piaceva infilarci in un buco della rete, passando per il campo dietro alla porta di sinistra rispetto alla tribuna, per metterci sulle gradinate dove in teoria nessuno poteva stare. Facevamo i raccattapalle recuperando i palloni che finivano oltre la porta durante le sessioni supplementari di tiro che Pulici e Graziani, ma anche altri, solevano effettuare a fine allenamento. In una di quelle occasioni Castellini si procurò una piccola distorsione alla caviglia (nulla di grave, la domenica successiva sarebbe stato regolarmente al suo posto tra i pali), e venne a sedersi sugli spalti vicino a noi, massaggiandosi la caviglia. Ovviamente noi due o tre che eravamo andammo subito da lui per "sincerarsi delle sue condizioni", ed il Giaguaro era tutt'altro che infastidito da questi tre mocciosi che si atteggiavano a grandi esperti di distorsioni. "Vedrai che non è niente", "Domenica giochi sicuro!!".
E poi i mille raduni precampionato, le partite della Primavera, i derby con la tribuna stracolma ed i gobbi intimoriti. Quelli sugli spalti e quelli in campo. E dopo le partite al Comunale, via al FIla ad aspettare i gicatori, per applaudirli (o anche contestarli, nel caso).
E la partenza per Amsterdam, con tante speranze sul quel pulmann maledetto, che il giovedì successivo ci scaricò nuovamente di fronte al Tempio stanchi, provati e delusi, ma maledettamente orgogliosi della maglia che avevamo addosso.
Non sono andato, oggi, all'inaugurazione ufficiale. Andrò sabato. Non è importante quando.
L'importnate è che la casa del Toro sia nuovamente aperta. Ora basta solo più che torni il Toro.

venerdì 3 marzo 2017

Arrivederci, Raggio di Sole

Certe cose le si sentono arrivare, come se esistesse veramente un sesto senso che ti avverte, che indirizza i tuoi pensieri e le tue azioni. Dev'essere per questo che quando ho letto sul mio feed delle notizie della valanga a Courmayeur non sono andato subito a leggere la notizia come avevo fatto per quella della settimana prima, per sincerarmi che tra le vittime ed i feriti non ci fosse nessuno che conoscevo. Ed ho continuato a girare intorno alla notizia senza cliccare, nemmeno nel pomeriggio o nella prima serata, quando sotto al titolo era comparsa la frase "un torinese tra le vittime".
Ma l'ultima notizia, l'ultimo link aveva l'immagine del tuo profilo Facebook in testa, un'immagine che conoscevo bene, perché i tuoi post erano per me sempre spunto di riflessione e condivisione, fin da quando, prima che i social iniziassero a spopolare, parlammo un bel po' della tua terribile esperienza a Genova. In quell'occasione conobbi chi davvero si celava dietro il nickname "Raggio di Sole", affibbiatoti dalla goliardia dei Warriors, la squadra in cui ti ho visto nascere e crescere come giocatore di football.
Ho cercato tra le tue foto un'immagine che mi potesse permettere di ricordarti per quello che eri: un ragazzo solare, sempre sorridente, sempre positivo, con gli occhi e lo sguardo determinati di chi insegue i propri sogni e lavora duro per realizzarli, ma al tempo stesso pieno di autoironia.
Eravamo in macchina assieme per andare a giocare a Savigliano. Ti volli in macchina con me per poter scambiare due parole, per cercare di capire cosa ti frenava durante allenamenti e partite. Non parlammo solo di Genova, ma anche, e soprattutto, di football, di etica, di allenamenti, di crescita individuale, di come diventare un giocatore di football.
Sei stato il primo giocatore di cui sono andato particolarmente orgoglioso, perchè ti ho accompagnato nei primi passi della tua carriera e della tua crescita e perchè ti sei sempre rivelato una spugna che assorbiva tutte le mie indicazioni, tutte le mie critiche, tutti i miei incitamenti a fare sempre meglio.
Una sera, al campo delle Vallette, mi toccò dirti che avevi giocato così male che per la partita successiva saresti andato in panchina. Ci guardammo negli occhi e mi dicesti che avevo ragione. "Mi sarei panchinato da solo, coach".
Non smettesti di allenarti e di lottare. Anzi: cogliesti l'occasione per lavorare il doppio e costringermi a rimetterti in campo.
E qualche mese dopo, contro i Gargoyles, la tua partita perfetta.
"Federico, guarda Aviano in post"
"Coach, è coperto"
"Adesso si. Giochiamo unaa post su di lui, poi ancora una post, poi una post corner, vedrai che lo freghiamo il cornerback".
E lo fregammo. Due post consecutive seguite da una post-corner, e Aviano che riceve in solitaria per il tuo primo touchdown pass in carriera.
Fui il primo che cercasti per festeggiare il touchdown. Ci abbracciammo. Quell'abbraccio dura ancora adesso.
Ciao Raggio di Sole, aspetto le tue tre foto ad orari prestabiliti anche da questo viaggio, per quanto lungo possa essere.

mercoledì 4 gennaio 2017

Eric Dickerson, 248 yard e le rotaie del tram.


Nel 1985 i Los Angeles Rams erano tutt'altra cosa rispetto a quelli di oggi. In squadra c'era un fenomeno come Eric Dickerson, che aveva chiuso la stagione con sole 1234 yard in 14 partite. Quell'anno Dickerson saltò il training camp e le prime due partite della stagione per una disputa sul contratto, che voleva ritoccare a seguito del favoloso record di yard corse in stagione nel 1984 (2105, resiste tuttora...).
C'era però anche gente del calibro di Henry Ellard e Ron Brown a ricevere i palloni di Dieter Brock, Dale Hatcher e Mike Lansford a calciare punt e field goal, Kevin Greene (hall of famer proprio dallo scorso Agosto), Nolan Cromwell e LeRoy Irvin a difendere.
Insomma, gente di spessore, che contribuì alla vittoria della division con un record di 11-5, davanti agli odiati Niners che, in quel periodo, erano al loro massimo splendore.
Non mi scorderò mail il 4 gennaio del 1986, giorno in cui i Rams affrontavano nel Divisional Playoff i Dallas Cowboys, guidati da nomi come Danny White, Tony Dorsett, Tony Hill, Everson Walls e Ed "Too Tall" Jones.
All'epoca non esisteva Sky, nè tantomeno Internet con il Game Pass o gli streaming, per cui era praticamente impossibile vedere i playoff live. Era già tanto se si riusciva a vedere il Super Bowl, che comunque trasmetteva Canale 5 in diretta in Lombardia ed in differita di 24 ore per il resto d'Italia.
L'unico modo per seguire in diretta le partite era la radio delle Basi NATO, l'American Forces Network, che a Torino si captava con qualche difficoltà sugli 853 AM.
Sentire si sentiva bene, ma per un fenomeno fisico il cui nome preciso ora mi sfugge, le onde radio venivano periodicamente ricoperte da quelle di una radio spagnola che presumibilmente trasmetteva sulla medesima frequenza. Era frustrante seguire un drive fino in red zone per poi sentire l'audio americano affievolirsi mentre entrava la radiocronaca di una partita di calcio spagnola, e quando tornava l'audio americano non si sapeva mai come l'azione precedente fosse terminata.
Il 4 gennaio del 1986 era un sabato, e non c'erano le solite partite della Primera Division spagnola che si accavallavano alle radiocronache NFL, ma il segnale era comunque disturbato e persi del tutto il Field Goal con cui Lansford portò in vantaggio i Rams 3-0 nel primo quarto.
Che fare? La partita era un supplizio da ascoltare in quella maniera. Ma non c'era altro modo.
O forse si.
Mi ricordai che un paio di settimane prima, tornando a casa per cena, stavo ascoltando con l'autoradio le partite delle 19, e mi trovavo in coda in Via Cibrario. Non si andava avanti, non ricordo più il motivo, ma sta di fatto che restammo fermi almeno venti minuti, durante i quali il segnale della radio aveva mantenuto una sorprendente qualità, e le interruzioni della radio spagnola erano meno frequenti e decisamente più brevi.
Ebbi l'illuminazione di uscire di casa (si, va bene, era quasi mezzanotte, ma stavano giocando i Rams, che diamine!!!) e salire sulla mia fida Mini Minor granata, col fondale scassato e la radio che avevo installato, da solo, qualche mese prima.
Andai alla ricerca delle rotaie della linea 16, che è una circolare, deciso a seguire le rotaie (ed i relativi fili del tram) fino a partita finita. Arrivai in via Di Nanni, ed effettivamente la radio si sentiva molto meglio di quanto non si sentisse a casa. Era fatta!!! Non so per quale motivo, se ce n'era uno, ma stando sotto i fili del tram la ricezione migliorava assai.
Bastava seguire la circolare e via.
Rallegrandomi per la mia geniale intuizione, arrivai al fondo di via Di Nanni, e lasciai momentaneamente le rotaie per seguire la svolta su corso Peschiera e continuare a seguire le rotaie.
Intanto era iniziato il secondo tempo ed avevo appena ascoltato l'azione con cui Eric Dickerson, con la prima corsa della ripresa, aveva infilato la difesa dei Cowboys per 55 yard. 10-0. Woooohhh-hoooo!!!!
Appena girato in corso Peschiera, però, capii che c'era qualcosa che non andava. Il tram correva in sede protetta, per cui non potevo stare sotto i fili elettrici, e la radio si sentiva nuovamente malissimo.
La radio spagnola mi impedì di sentire che sul kickoff successivo alla segnatura i Cowboys commisero un fumble ricoperto dai Rams e Lansford calciò il 13-0.
Dovevo trovare una soluzione, anche perchè dopo Corso Peschiera/Einaudi, il tram tornava su strada per corso Sommelier e via Valperga, ma poi rientrava in sede protetta al Valentino e ne usciva molto dopo per rientrare quasi subito in sede protetta su corso Regina e poi corso Tassoni. La linea 16 era circolare, ma non andava bene.
Rapido dietrofront e corsa a cercare via Nicola Fabrizi, dove passava il 2. Quella linea andava bene: potevo seguirla fino in Piazza Campanella, fare il giro, e riprendere dall'altro verso fino in Piazza Statuto, dove avrei potuto nuovamente invertire la marcia e tornare verso Piazza Campanella.
Ottimo.  Missione compiuta. Ero arrivato in via Nicola Fabrizi giusto in tempo per gli ultimi otto minuti del terzo quarto, e così, facendo la spola tra Piazza Campanella e Piazza Statuto, riuscii a seguire tutto il resto della partita, compreso il touchdown da 40 yard che Dickerson piazzò nel quarto periodo a suggellare il 20-0 con cui spazzammo via i Dallas Cowboys per qualificarci alla finale di conference.
In quella partita Dickerson corse ben 248 yard, che è ancor oggi il record NFL per una partita di playoff.
Tornai a casa poco prima delle 2 di notte, e vi risparmio la faccia dei miei genitori quando gli spiegai come mai fossi uscito a quell'ora e dove fossi stato.
Era oggi, esattamente oggi trent'anni fa.

lunedì 31 ottobre 2016

Di corrieri (e citofoni)

Aspettavo per oggi la consegna di un pacco contenente un acquisto effettuato presso un noto rivenditore on line. Oggi era il giorno ideale: approfittando del giorno di chiusura delle scuole (non coincidente, purtroppo, con la chiusura degli uffici dove lavoriamo Monica ed io), il figliolo poteva essere a casa a ricevere la spedizione senza problemi.
Ore 13, suona il cellulare. Numero sconosciuto.
"Pronto?"
"Sono il corriere ***, sono qui sotto casa sua per consegnarle il pacco".
"Si, io sono fuori casa, ma dovrebbe esserci mio figlio": (E penso, non avrà sentito il campanello?)
"Ah, e come faccio?"
"..." (Ma mi prende per il culo?) "Dovrebbe suonare il campanello" (sapendo che è un campanello di nuova generazione con la lista da scorrere, immagino abbia qualche problemino e mi accingo a spiegargli come fare) "Deve scorrere la lista con..."
"Ma il campanello dove sta, a destra o a sinistra?"
"..." (Ma mi prende per il culo?) "Di fianco al portone c'è una colonna con il citofono".
"Ah, si, c'è scritto selezionare".
"Si, appunto, deve scorrere la lista con i due pulsanti con le frecce e quando vede il mio cognome, premere il pulsante rosso".
"Ah. E come si fa?"
"..." (Mi prende decisamente per il culo) "Schiacci le freccette... anzi, guardi, facciamo una cosa. Telefono a mio figlio che scenda".
"Ecco, è meglio".
Corrieri che dovrebbero cambiare mestiere.