venerdì 3 marzo 2017

Arrivederci, Raggio di Sole

Certe cose le si sentono arrivare, come se esistesse veramente un sesto senso che ti avverte, che indirizza i tuoi pensieri e le tue azioni. Dev'essere per questo che quando ho letto sul mio feed delle notizie della valanga a Courmayeur non sono andato subito a leggere la notizia come avevo fatto per quella della settimana prima, per sincerarmi che tra le vittime ed i feriti non ci fosse nessuno che conoscevo. Ed ho continuato a girare intorno alla notizia senza cliccare, nemmeno nel pomeriggio o nella prima serata, quando sotto al titolo era comparsa la frase "un torinese tra le vittime".
Ma l'ultima notizia, l'ultimo link aveva l'immagine del tuo profilo Facebook in testa, un'immagine che conoscevo bene, perché i tuoi post erano per me sempre spunto di riflessione e condivisione, fin da quando, prima che i social iniziassero a spopolare, parlammo un bel po' della tua terribile esperienza a Genova. In quell'occasione conobbi chi davvero si celava dietro il nickname "Raggio di Sole", affibbiatoti dalla goliardia dei Warriors, la squadra in cui ti ho visto nascere e crescere come giocatore di football.
Ho cercato tra le tue foto un'immagine che mi potesse permettere di ricordarti per quello che eri: un ragazzo solare, sempre sorridente, sempre positivo, con gli occhi e lo sguardo determinati di chi insegue i propri sogni e lavora duro per realizzarli, ma al tempo stesso pieno di autoironia.
Eravamo in macchina assieme per andare a giocare a Savigliano. Ti volli in macchina con me per poter scambiare due parole, per cercare di capire cosa ti frenava durante allenamenti e partite. Non parlammo solo di Genova, ma anche, e soprattutto, di football, di etica, di allenamenti, di crescita individuale, di come diventare un giocatore di football.
Sei stato il primo giocatore di cui sono andato particolarmente orgoglioso, perchè ti ho accompagnato nei primi passi della tua carriera e della tua crescita e perchè ti sei sempre rivelato una spugna che assorbiva tutte le mie indicazioni, tutte le mie critiche, tutti i miei incitamenti a fare sempre meglio.
Una sera, al campo delle Vallette, mi toccò dirti che avevi giocato così male che per la partita successiva saresti andato in panchina. Ci guardammo negli occhi e mi dicesti che avevo ragione. "Mi sarei panchinato da solo, coach".
Non smettesti di allenarti e di lottare. Anzi: cogliesti l'occasione per lavorare il doppio e costringermi a rimetterti in campo.
E qualche mese dopo, contro i Gargoyles, la tua partita perfetta.
"Federico, guarda Aviano in post"
"Coach, è coperto"
"Adesso si. Giochiamo unaa post su di lui, poi ancora una post, poi una post corner, vedrai che lo freghiamo il cornerback".
E lo fregammo. Due post consecutive seguite da una post-corner, e Aviano che riceve in solitaria per il tuo primo touchdown pass in carriera.
Fui il primo che cercasti per festeggiare il touchdown. Ci abbracciammo. Quell'abbraccio dura ancora adesso.
Ciao Raggio di Sole, aspetto le tue tre foto ad orari prestabiliti anche da questo viaggio, per quanto lungo possa essere.

mercoledì 4 gennaio 2017

Eric Dickerson, 248 yard e le rotaie del tram.


Nel 1985 i Los Angeles Rams erano tutt'altra cosa rispetto a quelli di oggi. In squadra c'era un fenomeno come Eric Dickerson, che aveva chiuso la stagione con sole 1234 yard in 14 partite. Quell'anno Dickerson saltò il training camp e le prime due partite della stagione per una disputa sul contratto, che voleva ritoccare a seguito del favoloso record di yard corse in stagione nel 1984 (2105, resiste tuttora...).
C'era però anche gente del calibro di Henry Ellard e Ron Brown a ricevere i palloni di Dieter Brock, Dale Hatcher e Mike Lansford a calciare punt e field goal, Kevin Greene (hall of famer proprio dallo scorso Agosto), Nolan Cromwell e LeRoy Irvin a difendere.
Insomma, gente di spessore, che contribuì alla vittoria della division con un record di 11-5, davanti agli odiati Niners che, in quel periodo, erano al loro massimo splendore.
Non mi scorderò mail il 4 gennaio del 1986, giorno in cui i Rams affrontavano nel Divisional Playoff i Dallas Cowboys, guidati da nomi come Danny White, Tony Dorsett, Tony Hill, Everson Walls e Ed "Too Tall" Jones.
All'epoca non esisteva Sky, nè tantomeno Internet con il Game Pass o gli streaming, per cui era praticamente impossibile vedere i playoff live. Era già tanto se si riusciva a vedere il Super Bowl, che comunque trasmetteva Canale 5 in diretta in Lombardia ed in differita di 24 ore per il resto d'Italia.
L'unico modo per seguire in diretta le partite era la radio delle Basi NATO, l'American Forces Network, che a Torino si captava con qualche difficoltà sugli 853 AM.
Sentire si sentiva bene, ma per un fenomeno fisico il cui nome preciso ora mi sfugge, le onde radio venivano periodicamente ricoperte da quelle di una radio spagnola che presumibilmente trasmetteva sulla medesima frequenza. Era frustrante seguire un drive fino in red zone per poi sentire l'audio americano affievolirsi mentre entrava la radiocronaca di una partita di calcio spagnola, e quando tornava l'audio americano non si sapeva mai come l'azione precedente fosse terminata.
Il 4 gennaio del 1986 era un sabato, e non c'erano le solite partite della Primera Division spagnola che si accavallavano alle radiocronache NFL, ma il segnale era comunque disturbato e persi del tutto il Field Goal con cui Lansford portò in vantaggio i Rams 3-0 nel primo quarto.
Che fare? La partita era un supplizio da ascoltare in quella maniera. Ma non c'era altro modo.
O forse si.
Mi ricordai che un paio di settimane prima, tornando a casa per cena, stavo ascoltando con l'autoradio le partite delle 19, e mi trovavo in coda in Via Cibrario. Non si andava avanti, non ricordo più il motivo, ma sta di fatto che restammo fermi almeno venti minuti, durante i quali il segnale della radio aveva mantenuto una sorprendente qualità, e le interruzioni della radio spagnola erano meno frequenti e decisamente più brevi.
Ebbi l'illuminazione di uscire di casa (si, va bene, era quasi mezzanotte, ma stavano giocando i Rams, che diamine!!!) e salire sulla mia fida Mini Minor granata, col fondale scassato e la radio che avevo installato, da solo, qualche mese prima.
Andai alla ricerca delle rotaie della linea 16, che è una circolare, deciso a seguire le rotaie (ed i relativi fili del tram) fino a partita finita. Arrivai in via Di Nanni, ed effettivamente la radio si sentiva molto meglio di quanto non si sentisse a casa. Era fatta!!! Non so per quale motivo, se ce n'era uno, ma stando sotto i fili del tram la ricezione migliorava assai.
Bastava seguire la circolare e via.
Rallegrandomi per la mia geniale intuizione, arrivai al fondo di via Di Nanni, e lasciai momentaneamente le rotaie per seguire la svolta su corso Peschiera e continuare a seguire le rotaie.
Intanto era iniziato il secondo tempo ed avevo appena ascoltato l'azione con cui Eric Dickerson, con la prima corsa della ripresa, aveva infilato la difesa dei Cowboys per 55 yard. 10-0. Woooohhh-hoooo!!!!
Appena girato in corso Peschiera, però, capii che c'era qualcosa che non andava. Il tram correva in sede protetta, per cui non potevo stare sotto i fili elettrici, e la radio si sentiva nuovamente malissimo.
La radio spagnola mi impedì di sentire che sul kickoff successivo alla segnatura i Cowboys commisero un fumble ricoperto dai Rams e Lansford calciò il 13-0.
Dovevo trovare una soluzione, anche perchè dopo Corso Peschiera/Einaudi, il tram tornava su strada per corso Sommelier e via Valperga, ma poi rientrava in sede protetta al Valentino e ne usciva molto dopo per rientrare quasi subito in sede protetta su corso Regina e poi corso Tassoni. La linea 16 era circolare, ma non andava bene.
Rapido dietrofront e corsa a cercare via Nicola Fabrizi, dove passava il 2. Quella linea andava bene: potevo seguirla fino in Piazza Campanella, fare il giro, e riprendere dall'altro verso fino in Piazza Statuto, dove avrei potuto nuovamente invertire la marcia e tornare verso Piazza Campanella.
Ottimo.  Missione compiuta. Ero arrivato in via Nicola Fabrizi giusto in tempo per gli ultimi otto minuti del terzo quarto, e così, facendo la spola tra Piazza Campanella e Piazza Statuto, riuscii a seguire tutto il resto della partita, compreso il touchdown da 40 yard che Dickerson piazzò nel quarto periodo a suggellare il 20-0 con cui spazzammo via i Dallas Cowboys per qualificarci alla finale di conference.
In quella partita Dickerson corse ben 248 yard, che è ancor oggi il record NFL per una partita di playoff.
Tornai a casa poco prima delle 2 di notte, e vi risparmio la faccia dei miei genitori quando gli spiegai come mai fossi uscito a quell'ora e dove fossi stato.
Era oggi, esattamente oggi trent'anni fa.

lunedì 31 ottobre 2016

Di corrieri (e citofoni)

Aspettavo per oggi la consegna di un pacco contenente un acquisto effettuato presso un noto rivenditore on line. Oggi era il giorno ideale: approfittando del giorno di chiusura delle scuole (non coincidente, purtroppo, con la chiusura degli uffici dove lavoriamo Monica ed io), il figliolo poteva essere a casa a ricevere la spedizione senza problemi.
Ore 13, suona il cellulare. Numero sconosciuto.
"Pronto?"
"Sono il corriere ***, sono qui sotto casa sua per consegnarle il pacco".
"Si, io sono fuori casa, ma dovrebbe esserci mio figlio": (E penso, non avrà sentito il campanello?)
"Ah, e come faccio?"
"..." (Ma mi prende per il culo?) "Dovrebbe suonare il campanello" (sapendo che è un campanello di nuova generazione con la lista da scorrere, immagino abbia qualche problemino e mi accingo a spiegargli come fare) "Deve scorrere la lista con..."
"Ma il campanello dove sta, a destra o a sinistra?"
"..." (Ma mi prende per il culo?) "Di fianco al portone c'è una colonna con il citofono".
"Ah, si, c'è scritto selezionare".
"Si, appunto, deve scorrere la lista con i due pulsanti con le frecce e quando vede il mio cognome, premere il pulsante rosso".
"Ah. E come si fa?"
"..." (Mi prende decisamente per il culo) "Schiacci le freccette... anzi, guardi, facciamo una cosa. Telefono a mio figlio che scenda".
"Ecco, è meglio".
Corrieri che dovrebbero cambiare mestiere.

domenica 23 ottobre 2016

Gli italiani e la coda

L'italiano medio odia la coda. Si lamenta in continuazione, cerca di evitarla in tutti i modi, passa davanti a chiunque, salta le file, crea quelle classiche code a piramide dove il nuovo arrivato non si mette dietro all'ultimo, ma gli si va a piazzare di fianco, quando va bene, aumentando via via la larghezza della coda (mai la lunghezza) , generando le classiche litigate su chi deve passare prima tra le dieci persone una di fianco all'altra.
Nonostante questa idiosincrasia per la coda, però, l'italiano medio ha una capacità innata di creare una coda inutile dal nulla.
Arrivo in aeroporto con il mio solito congruo anticipo, e mi siedo di fronte al gabbiotto ancora vuoto che regola l'accesso ai gate dei voli per l'Inghilterra ed extra UE, in quanto è necessario il controllo dei documenti.
Non c'è ancora nessuno, se non un altro paio di persone sedute come me in paziente attesa dell'arrivo dei due poliziotti che apriranno gabbiotto e passaggio.
Leggo cinque minuti, non di più, e quando rialzo la testa, di fronte al gabbiotto ancora vuoto ci sono una ventina di persone in coda.
Manca più di un'ora all'imbarco, e questo stanno già in piedi in coda. Per cosa, poi?
Sembrano tante sentinelle in piedi.
Dopo una ventina di minuti la fila è già imponente, perché ogni nuovo arrivato si mette in coda. Il gabbiotto è sempre chiuso.
Quando apre, si avventano come se distribuissero pane gratis, senza rispettare la linea rossa della privacy e tutti, indistintamente, nella fila di sinistra, dove fa bella mostra il cartello “Cittadini UE”.
L'altra fila, il cui cartello recita “Tutti i passaporti” è vuota.
Mi alzo lentamente, mi guardo intorno, chiedo permesso e taglio la fila per  andare allo sportello vuoto.
Panico.
La fila vacilla, tentenna, non si sbilancia. Poi dal fondo un tizio si muove dalla fila di sinistra e supera tutti per andare anche lui allo sportello vuoto.
Via, libera tutti. Gente che corre con borse, borsoni e trolley per andare allo sportello vuoto, travolgendo chiunque gli si pari davanti. Altri che ne approfittano e passano davanti nella fila di sinistra. La solita scena da mandria di bufali.
Intanto, oltre il controllo passaporti si ripete la medesima scena di prima.
Il gate è chiuso, le hostess non ci sono ancora, ma la gente è già tutta ammassata in fila, come se ci fosse un premio per chi si imbarca prima degli altri.
Da quando anche Ryanair assegna i posti numerati non c'è più bisogno di entrare per primi per trovare il proprio posto preferito, per cui è assolutamente inutile stare di nuovo in fila prima della chiamata.
Ma tant'è…
Mi risiedo, attendo pazientemente che la mandria si scanni per il posto assegnato e poi, quando l'imbarco è quasi terminato, mi alzo e mi dirigo verso l'aereo in tutta tranquillità.
Io odio le code.

lunedì 29 agosto 2016

USA 2016: Diario di viaggio/7

Dopo aver fato conoscenza con l'efficiente sistema sanitario inglese, quest'anno è stata la volta di testare quello americano, di cui si dicono peste e corna relativamente ai costi da sostenere per avere qualsiasi tipo di assistenza.
Non per nulla ogni volta che si va negli USA è buona norma stipulare un'assicurazione viaggio, non tanto per cose tipo perdita bagaglio, cancellazione volo, cazzi e mazzi vari che, spesso, sono già comprese nei pacchetti o nei biglietti che si acquistano, ma proprio per far fronte a qualsiasi tipo di emergenza medica che, nella terra a stelle e strisce, può presentare diversi problemi, primo tra tutti quello economico.
Prima di partire, perciò, avevo provveduto a stipulare apposita polizza a copertura dell'intero nucleo familiare, peritandomi di sceglierne una che prevedesse il pagamento diretto alle strutture sanitarie, per non correre il rischio, nel malaugurato caso si rendesse necessario, di dover anticipare cospicue somme che, spesso e volentieri, non sono disponibili nell'immediato all'estero. Dopo approfondite ricerche la mia scelta cadeva sulla polizza di una primaria compagnia europea che, nel 2015, era al primo posto nella graduatoria mondiale delle assicurazioni più grandi nel mondo.
Come mi è sempre accaduto, l'assicurazione stava tranquillamente per esaurire la sua funzione di paracadute senza che avessi bisogno di utilizzarla, ma proprio l'ultimo giorno, accade il fattaccio.
Per recarci all'aeroporto di Chicago dobbiamo riprendere la Blue Line già utilizzata all'andata. La stazione vicina all'albergo, però, ha solo accessi tramite ripidissime scale, non proprio agevoli da percorrere con due valigioni da oltre venti kg., per cui partiamo alla ricerca della stazione di Jackson, che sulla mappa viene indicata come dotata di ingressi per disabili.
Le scale della stazione di Jackson
Gli ingressi per disabili si rivelano ben presto delle uscite, perchè le scale mobili funzionano solamente in salita e non in discesa. Tocca trascinarsi i valigioni sulle scale, per giunta viscide per la pioggia. La prima rampa va via liscia come l'olio. Arrivo al pianerottolo di metà rampa trascinando uno dei due borsoni e mi appresto a percorrere la seconda rampa.
Purtroppo il pianerottolo è più corto di quanto pensassi, ed arretrando di un altro passo, invece di trovarmi al limite del pianerottolo sento la terra mancarmi sotto i piedi. Accade tutto in un attimo, tento di aggrapparmi al mancorrente ma non ci riesco, e cado a peso morto di schiena, iniziando a rotolare. Non so da dove, mi viene l'istinto di tenere la testa alta, e dopo tre o quattro rotoloni finisco ai piedi della scala come un sacco di patate. Non ho battuto la testa, e questo è già un buon inizio. Arrivano i primi soccorsi (due ragazze mandate giù da Monica che sta ancora arrancando sulla scala con l'altro valigione) e mi rialzo in piedi un po' a fatica. Sembra che non abbia nulla di rotto, anche se ho dolori dappertutto. Mi sanguinano gomiti e ginocchia, e sono anche un po' rintronato, ma dopo qualche minuto necessario a riprendermi, decidiamo che possiamo andare in aeroporto senza grossi problemi.
L'addetta ai tornelli della stazione, calma e placida, non muove un dito. Evidentemente è abituata a vedere rotolare giù dalle scale le persone fin davanti al suo gabbiotto. Ci indica la porta dedicata ai disabili per passare con i bagagli (che ai tornelli non riusciremmo a far entrare), ma poi, al di là dei tornelli, ci aspetta un'altra ripidissima rampa di scale come quella dell'entrata. Ora, io capisco che avete il tornello dedicato ai disabili, ma uno in carrozzina, come diavolo fa ad arrivare al tornello dedicato, se ci sono solo rampe di scale? Mistero...
Comunque in qualche modo facciamo, e saliamo finalmente sulla Blue Line direzione O'Hare.
Il viaggio dura circa trenta minuti, il tempo necessario a tutti gli ematomi di questo mondo di fare la loro comparsa sul mio corpo.
Sulla tibia destra ho un bozzo grosso come un arancio, le ginocchia sono gonfie ed i gomiti anche. La schiena... lasciamo perdere, ogni volta che mi muovo scopro nuove costellazioni e galassie.
Arrivati in aeroporto andiamo alla ricerca di un presidio medico che possa darmi un'occhiata e, almeno, trattare e disinfettare le abrasioni che continuano a sanguinare. Scopriamo così che all'interno del terminal 2 c'è un presidio medico collegato all'Università dell'Illinois.
Piccolo problema: è dopo i controlli di sicurezza, ma il nostro check-in non è ancora aperto, per cui non possiamo lasciare i bagagli, e ovviamente di passare i controlli con i bagagli da imbarcare non se ne parla nemmeno. Meno male che almeno avevo fatto il check-in in albergo ed avevamo già le carte di imbarco, altrimenti avremmo comunque dovuto aspettare l'apertura del check.in.
Monica e Riccardo, quindi, mi aspetteranno con i bagagli. Io passerò i controlli ed andrò al presidio medico, per poi tornare e fare il check-in dei bagagli.
Passati i controlli, il presidio medico è subito dietro l'angolo, ed inizia una delle conversazioni più surreali che mi siano mai capitate.
Immaginate di essere l'impiegato della reception di questo presidio medico, e di vedervi arrivare una persona zoppicante, con un gomito e le ginocchia sanguinanti (non più troppo, in realtà e per fortuna, ma comunque sanguinanti), e di alzare a malapena lo sguardo dai documenti che state leggendo.
"Buongiorno, in cosa posso esserle utile?"
"Buongiorno, sono caduto dalle scale..."
"E vorrebbe essere visitato da un medico?"
"Si, se possibile"
"Ha un'assicurazione?"
Ce l'ho!!! Ce l'ho!!!
"Si, ho l'assicurazione viaggio di..."
"E' americana?"
"No, è francese, ma è specifica per..."
"Se non è americana non mi interessa. Per essere ammesso all'ambulatorio deve pagare 185 dollari, dopodiché verrà visitato da un medico. Il costo della visita è 300 dollari. Eventuali esami, medicine e terapie sono a parte e non so quantificare il costo adesso".
"Non ho con me tutti questi soldi, ma..."
"Può pagare con carta di credito".
"Non credo di avere ancora molto plafond a disposizione, però la mia assicurazione..."
"La sua assicurazione non è americana e non mi interessa".
"Ma l'ho fatta apposta per queste evenienze, ha il pagamento diretto e..."
"Non accettiamo assicurazioni che non siano americane. Altrimenti solo contanti e carte di credito"
"Può almeno medicarmi le ferite?"
"Per essere ammesso all'ambulatorio deve pagare 185 dollari. Cure e medicine sono a parte".
Ti venisse un cancro al culo, cazzo... 185 dollari più chissà quant'altro per potermi disinfettare e mettere due cerotti e darmi un impacco di ghiaccio? Ma vaffanculo con tutto il cuore.
Presidio medico di O'Hare, a dx la simpatica receptionist.
Esco dall'area imbarchi piuttosto incazzato e sconfortato, tornando dai miei familiari. Prendiamo una bottiglietta d'acqua dal distributore e la metto sul bozzo sulla gamba a mò di ghiaccio. Funziona a metà, ma almeno il bozzo smette di gonfiarsi e si assesta .
Dopo aver girato tutti i negozi dell'aeroporto, Monica riesce a trovare un minikit di primo soccorso con garze, cerotti ed un disinfettante in pomata. Meglio di niente.
Il viaggio di ritorno sarà piuttosto pesante. Per non sentire male devo stare fermo in una posizione sul sedile. Ovviamente il tizio davanti a me passa otto delle nove ore con il sedile reclinato sulle mie ginocchia doloranti, ma alla fine riusciamo a tornare a casa sani (all'incirca) e salvi.
A poco più di un mese dal fattaccio il bozzo sulla tibia non è ancora del tutto assorbito, ma il resto è a posto.
Resta solo da fare una verifica con l'assicurazione, grazie alla quale scopro una cosa interessante.
Il gentilissimo operatore dell'assistenza clienti mi dice che il pagamento diretto funziona solo con ospedali e cliniche, e non con gli ambulatori. Avrei dovuto pagare e poi mi avrebbero rimborsato tutto (eh... a poterlo fare...), o altrimenti avrei dovuto chiamare la centrale operativa e loro avrebbero potuto provare a convincere l'addetto a considerare l'assicurazione.
Devo ammettere che chiamare la centrale operative è stato l'ultimo dei miei pensieri. Errore mio, sicuramente. Nella concitazione del momento mi sono proprio dimenticato della centrale operativa, pensando che il contratto assicurativo bastasse. A posteriori, però, trovo abbastanza logico che la prima cosa che avrei dovuto fare fosse chiamare la centrale.
Alla fine della fiera, comunque, queste assicurazioni a rimessa diretta servono effettivamente solo per grossi eventi, per i quali vieni ricoverato in ospedali o cliniche. Avessi chiamato il 911 e mi fossi fatto trasportare al pronto soccorso, probabilmente sarebbe stato meglio. Avremmo di sicuro perso il volo, ma avrei ricevuto assistenza sanitaria adeguata, e tutto il resto sarebbe stato coperto dall'assicurazione, compreso il rientro posticipato ed i nuovi biglietti aerei.
Tutto facile e lineare, adesso. Quando ti capita qualcosa, però, non sempre riesci a non perdere la lucidità per capire effettivamente cosa sia meglio fare.
Sicuramente è meglio che non capiti nulla, così che non si ponga nemmeno il problema.
Resta il fatto, comunque, che quanto accaduto al centro clinico dell'aeroporto mi ha lasciato basito.
Leggo sul sito dell'aeroporto che "No appointment is necessary, and most insurance is accepted".
Posso dire "COL CAZZO!!!" ?