lunedì 25 novembre 2019

Il rock (fortunatamente) è vivo

Domenica 24 Novembre 2019 ho constatato personalmente lo stato di salute del rock in un periodo in cui sembra che la musica si sia ridotta a campionatori, rapper/trapper che hanno con la musica un rapporto piuttosto particolare (ho assistito a due concerti di questi fenomeni ed in entrambi i casi mancavano due componenti fondamentali sul palco: musicisti e strumenti musicali).
Sono andato all'Alcatraz di Milano a sentire i Greta Van Fleet, un gruppo di giovani (MOLTO giovani) americani che usano ancora le chitarre, il basso, la batteria ed un muro di Marshall che faceva ben sperare alla sua sola vista.
 Li ascoltavo già da un po', grazie al suggerimento del mio amico Derrick (a proposito, segnatevi questo nome: The Glorious Sons, altro suo suggerimento che vale la pena di ascoltare), per cui non sono arrivato a Milano impreparato, ma piuttosto curioso di vedere se dal vivo confermavano le ottime impressioni avute all'ascolto degli album in studio.
Partiamo dalla fine: il rock è vivo. Sul vegeto nutro ancora dei dubbi perchè i Greta Van Fleet sono un'eccezione nel panorama musicale moderno, ma la presenza di tanti giovani oltre alla folta schiera di V.D.M. come me, mi fa ben sperare che non tutta la nuova generazione si lasci lobotomizzare ed omologare dalla spazzatura che ci viene propinata in tutte le salse.
Il concerto in sè mi è piaciuto, ho trovato un'energia ed una carica non comuni, ed i fratelli Kiszka tengono bene il palco. Molto bravo il batterista, anche se non mi è piaciuto granchè il suono della batteria. Sarà anche l'acustica dell'Alcatraz che non mi è sembrata impeccabile.
Apparentemente straordinario Jake Kiszka, il chitarrista, che si produce in un'emulazione di Hendrix suonando con la chitarra dietro la schiena, ma molto scolastico negli assoli e poco creativo.
Straordinario, invece, Josh Kiszka, che ha dei cambi di tonalità pazzeschi, tira la voce portandola ad acuti straordinari senza usare il falsetto e non si risparmia un attimo sul palco. La mise è un chiaro omaggio al Robert Plant d'annata (mancano gli zatteroni, ma il resto c'è tutto), e qui arriviamo al dunque.
I GVF si sono pubblicamente lamentati del fatto che la critica continua ad etichettarli come un clone dei Led Zeppelin. Ad un primo ascolto, infatti, ci si chiede se non si tratti proprio di loro: sonorità, assoli, voce particolare, pezzi tirati all'inverosimile, tutto fa pensare per lo meno ad una tribute band. I GVF sono di più, come si può ascoltare nell'ultimo album in studio, ma se dal vivo si continua a scimmiottare i grandi anni '70, a tirare i pezzi fino a 20 minuti con grandi sezioni di assoli e jam session, inondando di musica una platea apparentemente estasiata riportandola indietro di 40 anni, non ci si deve poi lamentare troppo.
L'impressione è che la band sia ancora alla ricerca della propria identità definitiva, e nel mentre cerchi di cavalcare l'onda di entusiasmo prodotta proprio da questa emulazione dei '70 che ha avuto una gran presa su pubblico e critica.
La grossa differenza con i '70 la fa però la durata dell'esibizione. Dopo un'ora e dieci Josh saluta tutti al termine di un sintomatico "When the curtain falls", il decimo pezzo della serata (comprensivo della cover di "The music is you" di John Denver della durata di un minuto scarso).
Ma dico, vuoi fare la rockstar anni '70 e fai un concerto di un'ora e dieci minuti? Ma davvero? Ma sei serio? Come ha detto il mio amico Mario, con cui ho condiviso il concerto, "adesso arriva nonno Bruce e gli dice di tornare fuori. Persino Alice Cooper, a settant'anni suonati, ha fatto più di due ore".
Va bene il repertorio non gigantesco, ma qualcosa in più la potevano fare.
Dopo dieci minuti di "chiama" da parte del pubblico, si ripresentano sul palco e regalano ancora due perle, "Flower Power" e soprattutto "Safari Song" che mi chiedevo che fine avesse fatto. Alla fine di questi due pezzi, in cui viene incastrato un magistrale assolo di batteria, saluti e tutti a casa con un po' di amaro in bocca.
Si, bello, bravi tutti, le sonorità... ma DODICI pezzi per un concerto?!? Ci rivedremo tra qualche anno, e con un repertorio maggiore esigerò le due ore canoniche al di sotto delle quali non puoi definirti un rocker.










martedì 26 febbraio 2019

Super Bowl LIII Atlanta - 3

Le quattro ore e mezza che ci separano dalla partita passano abbastanza in fretta, tra una chiacchiera con Massimo Oriani, giornalista della Gazzetta dello Sport mio vicino di posto e, con me, unico italiano presente in tribuna stampa, ed un paio di incursioni nei corridoi dello stadio, cercando di fare lo slalom tra la gente in fila per mangiare, per fare un giro turistico dell'impianto ed andare fino alla parete trasparente per ammirare il panorama. Non manca la classica puntatina in bagno per espletare le funzioni fisiologiche e scoprire che sopra gli orinatoi a muro sono installati dei televisori a led per far sì che nemmeno durante l’espletamento uno corra il rischio di perdersi un’azione importante della partita. Resta da capire in quanti, guardando lo schermo, perdano la mira e la facciano dappertutto. Sarà anche per questo che gli orinatoi sono più larghi ed alti della media a cui siamo abituati.
Ogni tanto cerco anche di fare quelle dirette Facebook promesse ai lettori di Huddle Magazine, ma la situazione del wi fi interno allo stadio è tragica. La rete viene utilizzata da tutti e quindi è presa d’assalto. Il risultato sono una banda ridotta e delle frequenti disconnessioni che mi impediscono anche solo di pensare di fare delle dirette di più di trenta secondi.
Man mano che l’orologio si avvicina alle 18 la tensione sale, e non solo per la partita, ma proprio per l’evento in sé. Gli spalti sono ancora mezzi vuoti, ma si riempiranno negli ultimi minuti, poco prima che Gladys Knight inizi a cantare l’inno americano.
Ed è in quel momento che, tutti in piedi,  con la mano sul cuore ad ascoltare Star Spangled Banner, che l’emozione mi assale, perché quel particolare istante, visto e rivisto in televisione 38 volte, alla 39esima volta sono lì, dal vivo, a coronare un sogno che qualsiasi appassionato di football ha: vedere un Super Bowl dal vivo.
E’ vero, la partita si vede molto meglio in televisione, soprattutto con la tecnologia moderna, ma da buon appassionato di stadio, la partita dal vivo è tutta un’altra cosa, un’emozione che chi sta a casa non riesce a vivere ed a comprendere appieno, anche se la partita, come poi succederà, non è proprio una delle più spettacolari della storia. Essere in mezzo alla gente, soffrire, gioire, esultare ed imprecare assieme a loro è un’esperienza impareggiabile che nessuna trasmissione televisiva, anche quelle alla massima definizione, ti può dare. Il boato del pubblico alla ricezione di Gronkowski che prepara il touchdown decisivo, ma anche quello, più ridotto per ovvi motivi di disparità numerica, in occasione del field goal di Zuerlein che impatta momentaneamente lo score dopo tantissima fatica, ti entrano nelle ossa e ti lasciano un brivido dentro che durerà per molto tempo. In quel momento ti rendi conto di essere davvero parte dell’evento.
Devo ammetterlo: durante l’inno ho avuto un momento di reale commozione totalmente inaspettato. Vuoi l’emozione, vuoi la stanchezza, vuoi tutto il contorno, ma mentre una piccola lacrima sgorgava dal mio occhio destro, ho dovuto appoggiarmi al tavolo della postazione stampa per non afflosciarmi sul seggiolino come una pera cotta.
Come detto, la partita non è stata granché spettacolare, ma è stata comunque intensa, soprattutto per chi, come me, aveva un interesse specifico in una delle due squadre. Vedo anche, nella fila dietro alla mia, un paio di giornalisti che delle norme etiche se ne sono ampiamente fregati. Tappati dalla testa ai piedi con abbigliamento Patriots, urlano e sbraitano come tifosi normali. Mi sbaglierò, ma difficilmente riavranno un accredito per il prossimo Super Bowl.
Io, invece, sono stranamente tranquillo, anche quando vedo che la partita non si mette bene per i miei Rams. Commento con Oriani le azioni di gioco, il che mi aiuta a stemperare un po’ la tensione. Siamo su sponde opposte, ma anche lui si comporta in maniera impeccabile, limitandosi a qualche “pugnetto” di esultanza molto discreto, in occasione di azioni favorevoli a New England.
Alla fine perdiamo, ma non sono arrabbiato più di tanto. Avevo patito molto di più la sconfitta del 2001, che ancora adesso non ho digerito del tutto. Oh, intendiamoci, non che fossi contento, eh? Del resto uscendo dallo stadio incrocio un tifoso dei Patriots esagitato che dà il cinque a tutti quelli che incontra, e quando tocca a me lui mi dà il cinque tutto esaltato gridando “Super Bowl Champs!!!”, ed io ricambio il suo cinque con un bel “Vaccagare coglione” di cui mi pento quasi subito.  Del resto hanno vinto, cosa devono fare? Stare zitti e tornare a casa? E’ naturale che festeggino e siano esaltati.
Io invece saluto Oriani ed esco abbastanza in fretta dallo stadio dirigendomi verso la stazione della metro per raggiungere l’aeroporto. Mi aspetta un’altra notte sulle poltroncine del terminal, ed ho solo voglia di mettermi comodo da qualche parte, mangiare un boccone e scrivere gli articoli per la Gazzetta di Mantova, che martedì farà uscire un altro paginone a mia firma con il resoconto della partita e dell’halftime show. Già… l’Halftime Show. Al pari dell’inno, anche quello era un momento
sempre vissuto in televisione che invece aspettavo con ansia di vivere in diretta, ma la performance dei Maroon 5 più Travis Scott più Big Boi è stata talmente imbarazzante che, al di là delle comparse a bordo palco, sugli spalti quasi nessuno ha partecipato o applaudito all’esibizione. Un vero fiasco.
Passo i controlli, vado al terminal dal quale dovrebbe partire il mio volo il mattino successivo e, dopo aver cenato rapidamente, mi metto al lavoro sul tablet. Facile a dirsi, ma difficile a farsi. Calata la tensione, mi arriva improvvisamente addosso tutta la stanchezza di questi due giorni, sommata alla notte in aeroporto a New York nella quale ho dormito a spizzichi e bocconi. Tra un abbiocco e l’altro, riesco a finire i pezzi che dovevo scrivere ed inviarli ad Alessandro (che dovrà correggere un paio di strafalcioni epocali…) e mi rimetto a dormire sui comodi (!!!) seggiolini del terminal South.
Il viaggio di ritorno include una tappa a Boston, e ciò significa che il volo da Atlanta, strapieno, comprenda 130 persone: 129 tifosi dei Patriots ed io. Che bella compagnia!!!
Il rientro si compie senza troppi intoppi, ma dura comunque due giorni tra Boston, Londra e Torino, ed alle 19:30 del martedì sono nuovamente a casa. Stanco morto ma felice. Un'altra voce dalla mia bucket list è stata depennata, e questa esperienza me la porterò nel cuore per sempre.
Non sono nemmeno troppo arrabbiato per la sconfitta: il fantastico viaggio ha ampiamente superato la delusione per il risultato, e comunque sono abbastanza convinto che questi Rams sono lì per restarci, e non torneranno nell’oblio tanto presto né tanto facilmente. Magari avrò nuove occasioni per replicare il viaggio, possibilmente con un po’ più di tranquillità per viaggio e pernottamenti e, magari, riuscendo a portare con me anche il resto della famiglia, che ho visto così contenta per me che mi è davvero dispiaciuto lasciarli a casa.

lunedì 25 febbraio 2019

Super Bowl LIII Atlanta - 2

Arrivo in centro ad Atlanta e mi dirigo verso l’hotel designato per il ritiro dell’accredito, che finalmente entra in mio possesso senza ulteriori problemi. L’albergo, Il Marriott Marquis, ha un’architettura particolare sia esternamente che internamente. E’ anch’esso addobbato a festa ed è uno dei due alberghi riservati ai media, nel quale si sono tenuti diversi eventi durante la settimana.
Sono solo le dieci del mattino, per cui decido di fare un giro nella città che inizia lentamente a rianimarsi dopo la notte di sabato in cui, ho letto, il centro è stato letteralmente invaso da gente festante. La colazione da Starbucks mi dà immediatamente l’esatta percezione di come sarà la giornata: il locale è pieno, ci sono una trentina di persone e nella mezz’ora che starò lì ne arriveranno circa un’altra trentina, e la percentuale di tifosi è decisamente sbilanciata in favore dei Patriots, oserei dire in proporzione di uno a sette se non di più. Io sono abbastanza anonimo, perché teoricamente in tribuna stampa non si può portare abbigliamento di una delle due squadre, ed è caldamente consigliato tenere un atteggiamento neutrale ed evitare di essere troppo tifosi. Tutto sommato per me non è un problema (per altri che vedrò vicino a me allo stadio nemmeno, ma in tutt’altro senso), però un po’ mi piacerebbe poter girare per la città con i colori della mia squadra addosso. Accontentiamoci di essere al Super Bowl, che è già tanta roba, come dicono quelli che parlano bene.
I cancelli dello stadio apriranno alle 14, ma decido comunque di dirigermi in zona per vivere un po’ l’evento fuori dai cancelli, e mai decisione si rivela più azzeccata.
Arrivo verso le undici e mezza, ma c’è già un bel po’ di gente. Nel tragitto verso lo stadio passo a fianco dell’albergo dei Patriots, con tutta una fila di autobus riservati ai giocatori ed ai loro familiari già in attesa per portarli allo stadio.
Mi imbatto anche in gipponi dell’esercito con tre o quattro soldati con fucili mitragliatori a presidiare gli angoli delle strade, e vicino allo stadio vengo superato da due auto apparentemente normali che si fermano poco più avanti e dalle quali scendono un paio di energumeni in uniforme tattica che aprono il bagagliaio e tirano fuori dei cosi neri che hanno tutta l’aria di essere delle custodie di armi militari. Lo spiegamento  di forze è davvero imponente, e quello che si vede alla luce del sole è una minima parte di quello che invece è dislocato in diversi punti nevralgici e di cui ti accorgi, e non sempre, solo quando ci passi di fianco.
Purtroppo la connessione telefonica non migliora nemmeno in centro città. Scoprirò poi, una volta tornato, che il mio telefono supporta tutte le bande possibili ed immaginabili tranne quelle che servono negli USA per 3G e 4G. Bene ma non benissimo, direi.
Lo stadio si trova all’interno del parco olimpico, di fianco a dove sorgeva il vecchio Georgia Dome, ora abbattuto e trasformato in parcheggio ed area tailgate.  A proposito di tailgate, nell’impossibilità di farne uno vero e proprio nella migliore tradizione americana con i tifosi che arrivano su pickup giganteschi dai quali tirano fuori gazebo e barbecue che farebbero invidia a tanti nostri “barbecuisti” (esiste? Boh… al massimo esiste da questo momento) della domenica, la NFL ha predisposto una Fan Area del tutto simile a quella allestita solitamente a Londra in occasione delle partite dell’International Series, solo molto più in grande.
Un palco di ESPN con una trasmissione in diretta, un altro palco con la riproduzione gigante del Lombardi Trophy e mille altre attrazioni ed intrattenimenti per i tifosi, rendono questa zona fittamente popolata già tre ore prima dell’apertura dei cancelli. Denominatore comune di questa folla, è l’estrema voglia di divertirsi partecipando ad uno degli eventi più esclusivi del pianeta, a livello sportivo. Niente tensioni, niente ubriachi, niente eccessi, solo tanta gente che fa festa e una marea di vibrazioni positive. In questo clima persino i tifosi dei Patriots mi sembrano più simpatici del solito.
Lo stadio da fuori è uno spettacolo. L’architettura tutta spigoli è splendida, ed il falco gigante di fronte all’ingresso principale è bellissimo. Peccato non riuscire a fotografarlo per bene, da una parte per la troppa gente che c’è intorno, dall’altra perché il mio ingresso è un altro, e non posso avvicinarmi più di tanto a quello principale. I tifosi vengono incanalati in maniera molto organizzata ma anche molto rigida. Se sul biglietto c’è scritto che devi entrare dal gate 1, non ti puoi presentare al gate 5, perché tanto ti rimandano indietro al prefiltraggio, e l’accredito media vale a poco: devo obbligatoriamente passare per il mio ingresso dedicato.
Decido di entrare al centro stampa ed attendere lì l’apertura dei cancelli. Salto quindi la fila dei tifosi che sono già in attesa dell’entrata e mi dirigo all’ingresso media, dove una serie di steward, estremamente gentili e disponibili ma altrettanto fermi nelle loro direttive, mi guidano al check point, dove vengo perquisito peggio che all’aeroporto. Ispezione visiva dello zaino, perquisizione personale da parte di un addetto, prima al tatto e poi con un metal detector manuale ed infine il metal detector classico, oltre ai raggi x per lo zaino. Efficienza, cortesia, sorrisi, determinazione sono le caratteristiche di questo processo a cui tutti devono sottoporsi. Vado con il pensiero a quando entro allo stadio a Torino, e non posso fare a meno di constatare a quanti anni luce di distanza siamo, in queste procedure.
Una volta dentro, mi spiaggio su una sedia dell’enorme centro stampa, un locale delle dimensioni di una palestra scolastica (bella grossa) dotato di tavoli, sedie e collegamenti rete che può ospitare, ad occhio e croce, almeno 400 postazioni di lavoro. Nel padiglione a fianco sta per iniziare il Super Bowl Party, una serie di concerti che andrà avanti fino al kickoff ed al quale assisteranno migliaia di persone, per cui la sala stampa, al momento deserta, è una piccola isola di quiete.
Dopo essermi riposato un po’ (la notte in aeroporto inizia a farsi sentire), mi avvicino allo stadio passando per l’immenso NFL Shop dove si possono trovare i gadget dell’evento. Un po’ deludente l’assortimento disponibile e soprattutto i prezzi. Prendo due cappellini ed un programma della partita per degli amici e la strisciata della carta di credito recita 100$. Alla faccia!!!
Per contro il cibo costa davvero poco, ed anche all’interno dello stadio sarà possibile mangiare a prezzi molto bassi rispetto agli standard degli stadi americani e soprattutto rispetto ai prezzi di tutto il resto in occasione del Super Bowl.
Tra una cosa e l’altra si fanno le 14, ed è finalmente ora di entrare allo stadio. L’ingresso avviene in maniera molto fluida e veloce, anche perché ormai il grosso dei controllo è stato fatto al prefiltraggio, per cui basta solo aprire lo zaino e dare una controllatina sommaria. Inizio a prendere una scala mobile dopo l’altra, perché il mio posto assegnato è nel settore 335, l’ultimo in alto. Dopo un paio di indicazioni da parte degli steward giungo finalmente alla mia postazione, in penultima fila, e mi aspetto di dover usare il binocolo per vedere il campo, ma quando mi giro e mi appare in tutta la sua maestosità e bellezza questo stadio super moderno, mi rendo conto che pur essendo in piccionaia la visione del campo è praticamente perfetta, ed in effetti durante la partita avrò bisogno poche volte di guardare lo schermo gigante anziché il campo.
Lo stadio è stupendo, il cerchio che contorna la parte semovente del tetto contiene un tabellone LED circolare spettacolare, e la parete in fondo all’end zone opposta a quella vicina a me è trasparente, in maniera che si possa vedere lo skyline della città, tanto che sembra quasi di essere in vetrina con vista sulla città.

domenica 24 febbraio 2019

Super Bowl LIII Atlanta - 1

Sono passate poco meno di tre settimane dal Super Bowl di Atlanta del 3 febbraio scorso, le emozioni si sono placate, i ricordi stanno sedimentando ed è il momento giusto per un riepilogo, a metà tra il racconto ed il bilancio, dell’incredibile esperienza di vedere un Super Bowl dal vivo con la tua squadra del cuore impegnata sul campo.
L’inizio della storia risale alla sera del 28 dicembre scorso, quando ricevo una telefonata da Alessandro che mi dice “ti ho inoltrato una mail, guardala bene anche tu, ma mi sembra che ci abbiano concesso l’accredito per il Super Bowl”. Il momento non era certamente dei più indicati. Da qualche giorno facevo la spola tra casa, lavoro e Pronto Soccorso, e l’umore non era sicuramente quello delle feste natalizie, e quella telefonata fu un piccolo squarcio di luce nella cappa di buio profondo nella quale ero mio malgrado precipitato l’antivigilia di Natale.
Diviso a metà tra le preoccupazioni personali e l’entusiasmo di un bambino, una volta tornato a casa ed aver confermato ad Alessandro che si, in effetti la mail era proprio la conferma dell’accredito stampa per la Gazzetta di Mantova che aveva richiesto a mio nome ad inizio novembre, mi metto subito all’opera per organizzare il viaggio.
Sarà purtroppo solo una toccata e fuga, un po’ per contenere i costi, visti i prezzi dei pernottamenti ad Atlanta in periodo Super Bowl, ed un po’ perché non è il caso che proprio in questo momento stia via da casa troppo tempo, visto che le cattive notizie dall’ospedale potrebbero arrivare da un momento all’altro.
L’itinerario prevede la partenza sabato mattina 2 febbraio da Torino alla volta di Londra da dove, dopo aver effettuato un cambio di aeroporto da Gatwick a Heathrow, viaggerò alla volta di New York, per poi prendere il volo per Atlanta la mattina successiva ed atterrare in Georgia alle 8:30 del giorno del Super Bowl. Pernottamento ad Atlanta presso una struttura stranamente ad un prezzo abbordabile, comoda con MARTA (la metropolitana locale) sia per l’aeroporto che per lo stadio, e ripartenza lunedì mattina alle 7:00 verso Boston, da dove lunedì sera sarei ripartito per Londra per poi cambiare nuovamente aeroporto e tornare finalmente a Torino nel tardo pomeriggio di martedì 5 febbraio.
Una notte in aeroporto a New York, una notte in un residence ad Atlanta e la terza notte in volo. Il ritorno in ufficio mercoledì mattina si prospettava particolarmente devastante.
Con tutto ben organizzato nei minimi dettagli, non restava che attendere il gran giorno della partenza e godersi i playoff NFL nella speranza che davvero i miei Rams riuscissero nell’impresa di arrivare in finale.
I giorni passavano con una lentezza esasperante, e l’unico diversivo nella settimana precedente la partenza era il lavoro per la composizione della pagina di presentazione del Super Bowl da pubblicare sulla Gazzetta di Mantova. Per me, giornalista per assoluto diletto, è stata una grande emozione vedere il mio nome in fondo agli articoli su un giornale vero e la scritta “dall’inviato” in apertura. Peccato solo per Trump che, decidendo di terminare lo shutdown governativo proprio qualche giorno prima del Super Bowl, ci abbia privato di una delle più belle aperture di articolo che la storia del giornalismo ricordi (o quasi, dai… concedetemelo…).
Prima di partire inizia a prendermi l’ansia per qualsiasi cosa possa andare male, da un ritardo nei voli ad una cancellazione per il meteo che in quei giorni negli USA non è molto clemente, o per qualsiasi altra cosa potesse andare storta come, ad esempio, l’impossibilità di ritirare l’accredito.
Già, perché il lunedì precedente la partenza arriva la solita mail con tutte le informazioni necessarie per i giornalisti accreditati, tra cui le modalità di ritiro dell’accredito. Sembra una stupidaggine, ma il rilascio dell’accredito stampa deve sottostare a delle regole ferree come, ad esempio, il background check da parte della FBI, ed il ritiro può avvenire solamente di persona, dietro presentazione di un documento valido, in un certo orario al centro stampa. Solitamente (come succede per le partite di Londra, ad esempio) lo si può ritirare il giorno stesso della partita, ed è quello che ho in mente di fare, senonché quest’anno, per motivi che poi comprenderò dopo, il ritiro il giorno della partita non sarà possibile.
Panico. Come fare? Prendere un aereo da New York la sera del sabato per Atlanta è impensabile, e comunque arriverei ben oltre l’orario di apertura del ritiro accrediti. Fortunatamente La NFL si accorge che il giorno della partita ci sono diversi giornalisti che devono ritirare il proprio accredito, e dopo qualche giorno (il venerdì…) arriva la conferma che sarebbe stato possibile ritirare l’agognato tagliandino anche la mattina della domenica, non più tardi delle 10:30, in un albergo del centro città.
Scampato il pericolo dell’ultimo momento, venerdì pomeriggio mi preparo lo zainetto e finalmente, il sabato mattina, saluto moglie e figlio all’aeroporto di Caselle ed inizio la maratona di Atlanta.
Il viaggio di andata, nonostante i miei mille timori, si svolge senza il minimo intoppo, ed anche l’immigrazione a New York, dove in altre occasioni ho impiegato fino a due ore aspettando il mio turno, avviene con una rapidità estrema.
Dopo una notte sdraiato sulle poltroncine del Terminal A del JFK, salgo sull’aereo delle 6 per Atlanta e poco più di due ore dopo poso piede nella città della Georgia.
Ci sono. Sono arrivato in tempo utile senza intoppi, nulla e nessuno può più fermare la mia avventura.
L’aeroporto di Atlanta è vestito a festa. Cartelloni con logo e colori del Super Bowl dappertutto, ed una moltitudine di volontari che si offrono per dare informazioni ed assistenza, oltre ad obbligarti (in pratica) a farti un selfie con una cornice con il logo dell’evento.
Tutti molto ospitali, tutti molto premurosi, tutti sorridenti. Per un attimo mi sembra di tornare indietro a Torino 2006, quando la magia olimpica baciò la mia città e rese indimenticabili due settimane di Febbraio.
Il telefono fatica a prendere il segnale 4G o 3G, riuscendo a connettersi solamente alla rete GSM normale, con i dati in EDGE, assolutamente non sufficiente per la connessione ad internet. Poco male, il Wi-Fi gratuito dell’aeroporto prima e di MARTA poi, risolvono alla grande il problema. Tanto poi in centro città sicuramente la ricezione migliorerà.
Intanto quello che non migliora è la mia già precaria situazione di viaggio. Tra le mail scaricate alla connessione, infatti, ce n’è una di Booking che cancella la mia prenotazione della notte nel residence di Atlanta perché “la struttura non raggiunge i requisiti minimi dei nostri standard”. In altre parole “te stavano a fregà li sordi”. Ecco perché aveva un prezzo conveniente.
Efficientissimo, il servizio di Booking, mi ha risparmiato una truffa, ma ora sono senza una stanza per la notte, ed ovviamente a meno di 400 dollaroni non si trova nulla, nemmeno su airbnb. Mi rassegno ad una seconda notte ospite delle panche dell’aeroporto di Atlanta, sperando siano più comode di quelle del JFK.

sabato 1 settembre 2018

USA 2018: Diario di viaggio/11 - Considerazioni finali

E' inutile girarci intorno. La prima delle innumerevoli considerazioni che si possono fare al termine di un viaggio simile è: "come si guarisce"?
Dopo essersi alzati all'alba per godersi lo spettacolo del sole che sorge al Bryce Canyon, dopo aver visto comparire il Delicate Arch al termine di un'impegnativa "passeggiata" sulle rocce, dopo essersi immersi nel bianchissimo deserto di gesso, come si fa ad alzarsi alle 6:20 al suono della sveglia, andare alla fermata dell'autobus e tornare a lavorare senza provare un minimo di nostalgia?
Solitamente tutto questo è indice di una splendida vacanza, ed il problema di trovarsi troppo bene è il duro richiamo alla realtà che avviene al nostro ritorno.
Le fotografie aiutano, i racconti pure, ed anche mettere nero su bianco le proprie impressioni, ma la cura è lenta e non dà garanzia di successo.
Prendi la macchina ed immediatamente rimpiangi quanto era bello guidare negli USA, dove se metti la freccia per cambiare corsia (qualsiasi sia il motivo) quello che sta dietro non accelera in maniera da facilitarti la manovra, dove nessuno è in competizione con gli altri guidatori sulla strada come invece sembra che sia nel nostro paese, dove le strade dritte saranno sì a rischio abbiocco, ma sono tenute benissimo e a volte sembra di viaggiare sul velluto.
In un paese dove la competizione è alla base di qualsiasi aspetto della vita, almeno sulla strada on si gareggia in un fantomatico gran premio per arrivare tre metri prima del tuo vicino di corsia, ed i viaggi diventano anche più rilassanti.
Viaggiando in macchina e vedendo la quantità stratosferica di pickup per le strade, mostri con motori di 5-6mila di cilindrata che consumano litri e litri di benzina, a volte viene da pensare che in America vendano solo quelli. E se nei posti più rurali il pickup ha un suo perchè, la domanda sulla sua utilità sorge spontanea nelle grandi città, esattamente come qui da noi, dove ti chiedi l'impiegato che fa solo casa-ufficio-casa, o la mamma che deve portare i figli a scuola e basta, che necessità abbiano di comprarsi SUV giganteschi che poi sono costretti a parcheggiare in qualsiasi posizione possibile tranne quella corretta a bordo strada.
I problemi di parcheggio negli USA non si pongono quasi mai. Nelle grandi città è pieno di parcheggi a silos, ovviamente a pagamento (anzi, a volte a STRA-pagamento, come quello che voleva 15 dollari ogni 15 minuti a Santa Monica), ma nei centri più piccoli lo spazio non è mai un problema.
Lo spazio, già.
Nella parte d'America che abbiamo visitato, il sudovest, lo spazio è l'ultimissimo dei problemi se non per il fatto che è talmente ampio che le distanza sono enormi. E nonostante le distanze siano enormi (o forse proprio per quello), la densità abitativa è ridicolmente bassa. Lasciamo perdere Los Angeles che ormai è un grande agglomerato di comuni, un po' come qui, fatte le debite proporzioni, dove per andare da Torino a Rivoli non ti rendi conto di passare comuni diversi e, se non ci fossero i cartelli, ti sembra di essere sempre nella stessa città. Abbiamo guidato per miglia e miglia senza incontrare segni di vita umana. Le distanze tra un centro abitato ed un altro in Arizona, Utah e New Mexico sono abissali, spesso raggiungono i 100 km, e spesso ci si chiede come facciano a vivere i loro abitanti. Banalmente, senza un negozio di abbigliamento in città (ed è capitato di passarne diverse di cittadine simili), esattamente dove si comprano i vestiti?
Abbiamo passato due giorni ad Hatch, un cosiddetto buco di culo del mondo nello Utah, ed anche i semplici negozi di alimentari erano a decine di chilometri di distanza. Ed esattamente, gli abitanti di Hatch come si guadagnano da vivere? Va bene chi gestisce il benzinaio, i due o tre alberghi ed il ristorante, ma gli altri? Non ci sono negozi, non ci sono aziende, ci sono un paio di ranch e stop. L'economia del paesino, su cosa si basa? Mistero. E così anche per centri più grandi come kayenta, ad esempio, dove apparentemente ci sono solo abitazioni, un piccolo centro commerciale con supermercato e quattro negozi, e le scuole. Nessuna traccia di altre attività.
Oltre allo spazio, da queste parti abbonda un'altra cosa: il cielo.
E' davvero incredibile quanto cielo ci sia. Non siamo abituati, semplicemente.
Sembra quasi che l'orizzonte sia più basso, dalla quantità di cielo che si vede, ma è solo un effetto ottico dato dalla grande distanza di eventuali rilievi montuosi. Per tre quarti del viaggio siamo stati sui 2mila metri di quota, sul grandissimo Colorado Plateau che domina la regione, ed essendo così in alto anche le montagne all'orizzonte sembrano ovviamente più basse, il tutto in favore della quantità di cielo visibile.
Difficile fare una classifica su cosa è piaciuto di più e cosa è piaciuto di meno, ma possiamo comunque provarci.
In ordine sparso, tra le note positive annoveriamo l'alba a Bryce, l'emozione nell'affacciarsi al Grand Canyon, White Sands, la visione del Delicate Arch dopo la scarpinata per raggiungerlo, il ritorno a Las Cruces e, in generale, le vedute mozzafiato ed i paesaggi meravigliosi che abbiamo visto.
Le note negative, a parte le code di Los Angeles, direi praticamente nulla. Persino la sveglia alle quattro a Yuma data dall'allarme antincendio non è riuscita a scalfire la nostra soddisfazione per questo viaggio, che resterà una pietra miliare della nostra famiglia.
Fino al prossimo...