giovedì 25 maggio 2017

Bentornato a casa Toro.

Vent'anni. Abbiamo aspettato vent'anni di poter tornare a casa, dopo che le ruspe maledette avevano fatto scempio di un pezzo di storia. Si preserva tutto, in Italia, paese in cui un vincolo delle Belle Arti non si nega a nessuno, tranne che al campo della leggenda. Campo...

Filadelfia! Ma chi sarà ‘l vilan
a ciamelu ‘n camp? Jera ne cuna
‘d speranse, ‘d vita, ‘d rinasensa,
jera sugnè, criè, jera la luna,
jera la strà dla nostra chersensa.
(Grazie a Teo per la foto che gli ho "rubato" da Facebook)
Per ovvi motivi anagrafici non ho potuto vivere il Fila degli Invincibili, la tromba di Oreste Bolmida, le maniche arrotolate di capitan Valentino. Ho vissuto però il Fila dello scudetto e dei cinquanta punti, delle annate in cui un grande Giacomini cavava il sangue dalle rape (averle oggi, quelle rape!!!) cresciute proprio su quel campo, della retrocessione e della rinascita con la finale di Amsterdam.
Un giorno di primo inverno, era il 1977, ero nel cortile ghiaioso completamente deserto, con in mano la mia copia di "Profondo Granata", il libro di Salvatore Lo Presti, Avevo raccolto le firme di Claudio e Patrizio Sala, Castellini, Santin, Graziani, Zaccarelli, Salvadori, Caporale, Mozzini, Pulici. Ogni foto di quel libro era regolarmente e religiosamente firmata dal protagonista. Ne mancava una: quella di Radice, che non usciva dagli spogliatoi. Rimasi lì anche quando venne buio, e quando il Mister uscì, si trovò di fronte un quattordicenne infreddolito, con le labbra viola, il libro in una mano e la penna nell'altra.
C'eravamo solo più io e lui (ed i custodi, ovviamente). Nello spazio bianco sopra la foto, avevo disegnato due scudetti con il numero 8 all'interno, ed avevo scritto "Tutti con te, Radice!". Era uno striscione che campeggiava al Comunale. Chissà cos'avrebbe pensato, il Mister, qualche anno dopo, vedendomi in curva a fine di una partita persa malamente in un anno balordo, a tenere un lembo dell'enorme striscione che recitava "Radice Maccarone Vattene". Perchè la Maratona non risparmiava nessuno. A torto o a ragione.
Con una gentilezza estrema mi mise una mano in testa, mi chiese come mi chiamavo e mi fece una bella dedica sulla sua foto che prendeva tutta una pagina. Mi allontanai felice come non mai, nell'eco dei miei passi scricchiolanti sulla ghiaia del cortile del Fila, il cui portone si chiuse alle mie spalle quando uscii.
Un'altra volta, qualche mese dopo, primavera 1978, ero tornato a casa in fretta e furia da scuola per mangiare e poi correre al campo per la partitella del giovedì contro la Primavera.
Assieme ad altri gagnu, alla fine della partitella ci piaceva infilarci in un buco della rete, passando per il campo dietro alla porta di sinistra rispetto alla tribuna, per metterci sulle gradinate dove in teoria nessuno poteva stare. Facevamo i raccattapalle recuperando i palloni che finivano oltre la porta durante le sessioni supplementari di tiro che Pulici e Graziani, ma anche altri, solevano effettuare a fine allenamento. In una di quelle occasioni Castellini si procurò una piccola distorsione alla caviglia (nulla di grave, la domenica successiva sarebbe stato regolarmente al suo posto tra i pali), e venne a sedersi sugli spalti vicino a noi, massaggiandosi la caviglia. Ovviamente noi due o tre che eravamo andammo subito da lui per "sincerarsi delle sue condizioni", ed il Giaguaro era tutt'altro che infastidito da questi tre mocciosi che si atteggiavano a grandi esperti di distorsioni. "Vedrai che non è niente", "Domenica giochi sicuro!!".
E poi i mille raduni precampionato, le partite della Primavera, i derby con la tribuna stracolma ed i gobbi intimoriti. Quelli sugli spalti e quelli in campo. E dopo le partite al Comunale, via al FIla ad aspettare i gicatori, per applaudirli (o anche contestarli, nel caso).
E la partenza per Amsterdam, con tante speranze sul quel pulmann maledetto, che il giovedì successivo ci scaricò nuovamente di fronte al Tempio stanchi, provati e delusi, ma maledettamente orgogliosi della maglia che avevamo addosso.
Non sono andato, oggi, all'inaugurazione ufficiale. Andrò sabato. Non è importante quando.
L'importnate è che la casa del Toro sia nuovamente aperta. Ora basta solo più che torni il Toro.

venerdì 3 marzo 2017

Arrivederci, Raggio di Sole

Certe cose le si sentono arrivare, come se esistesse veramente un sesto senso che ti avverte, che indirizza i tuoi pensieri e le tue azioni. Dev'essere per questo che quando ho letto sul mio feed delle notizie della valanga a Courmayeur non sono andato subito a leggere la notizia come avevo fatto per quella della settimana prima, per sincerarmi che tra le vittime ed i feriti non ci fosse nessuno che conoscevo. Ed ho continuato a girare intorno alla notizia senza cliccare, nemmeno nel pomeriggio o nella prima serata, quando sotto al titolo era comparsa la frase "un torinese tra le vittime".
Ma l'ultima notizia, l'ultimo link aveva l'immagine del tuo profilo Facebook in testa, un'immagine che conoscevo bene, perché i tuoi post erano per me sempre spunto di riflessione e condivisione, fin da quando, prima che i social iniziassero a spopolare, parlammo un bel po' della tua terribile esperienza a Genova. In quell'occasione conobbi chi davvero si celava dietro il nickname "Raggio di Sole", affibbiatoti dalla goliardia dei Warriors, la squadra in cui ti ho visto nascere e crescere come giocatore di football.
Ho cercato tra le tue foto un'immagine che mi potesse permettere di ricordarti per quello che eri: un ragazzo solare, sempre sorridente, sempre positivo, con gli occhi e lo sguardo determinati di chi insegue i propri sogni e lavora duro per realizzarli, ma al tempo stesso pieno di autoironia.
Eravamo in macchina assieme per andare a giocare a Savigliano. Ti volli in macchina con me per poter scambiare due parole, per cercare di capire cosa ti frenava durante allenamenti e partite. Non parlammo solo di Genova, ma anche, e soprattutto, di football, di etica, di allenamenti, di crescita individuale, di come diventare un giocatore di football.
Sei stato il primo giocatore di cui sono andato particolarmente orgoglioso, perchè ti ho accompagnato nei primi passi della tua carriera e della tua crescita e perchè ti sei sempre rivelato una spugna che assorbiva tutte le mie indicazioni, tutte le mie critiche, tutti i miei incitamenti a fare sempre meglio.
Una sera, al campo delle Vallette, mi toccò dirti che avevi giocato così male che per la partita successiva saresti andato in panchina. Ci guardammo negli occhi e mi dicesti che avevo ragione. "Mi sarei panchinato da solo, coach".
Non smettesti di allenarti e di lottare. Anzi: cogliesti l'occasione per lavorare il doppio e costringermi a rimetterti in campo.
E qualche mese dopo, contro i Gargoyles, la tua partita perfetta.
"Federico, guarda Aviano in post"
"Coach, è coperto"
"Adesso si. Giochiamo unaa post su di lui, poi ancora una post, poi una post corner, vedrai che lo freghiamo il cornerback".
E lo fregammo. Due post consecutive seguite da una post-corner, e Aviano che riceve in solitaria per il tuo primo touchdown pass in carriera.
Fui il primo che cercasti per festeggiare il touchdown. Ci abbracciammo. Quell'abbraccio dura ancora adesso.
Ciao Raggio di Sole, aspetto le tue tre foto ad orari prestabiliti anche da questo viaggio, per quanto lungo possa essere.

mercoledì 4 gennaio 2017

Eric Dickerson, 248 yard e le rotaie del tram.


Nel 1985 i Los Angeles Rams erano tutt'altra cosa rispetto a quelli di oggi. In squadra c'era un fenomeno come Eric Dickerson, che aveva chiuso la stagione con sole 1234 yard in 14 partite. Quell'anno Dickerson saltò il training camp e le prime due partite della stagione per una disputa sul contratto, che voleva ritoccare a seguito del favoloso record di yard corse in stagione nel 1984 (2105, resiste tuttora...).
C'era però anche gente del calibro di Henry Ellard e Ron Brown a ricevere i palloni di Dieter Brock, Dale Hatcher e Mike Lansford a calciare punt e field goal, Kevin Greene (hall of famer proprio dallo scorso Agosto), Nolan Cromwell e LeRoy Irvin a difendere.
Insomma, gente di spessore, che contribuì alla vittoria della division con un record di 11-5, davanti agli odiati Niners che, in quel periodo, erano al loro massimo splendore.
Non mi scorderò mail il 4 gennaio del 1986, giorno in cui i Rams affrontavano nel Divisional Playoff i Dallas Cowboys, guidati da nomi come Danny White, Tony Dorsett, Tony Hill, Everson Walls e Ed "Too Tall" Jones.
All'epoca non esisteva Sky, nè tantomeno Internet con il Game Pass o gli streaming, per cui era praticamente impossibile vedere i playoff live. Era già tanto se si riusciva a vedere il Super Bowl, che comunque trasmetteva Canale 5 in diretta in Lombardia ed in differita di 24 ore per il resto d'Italia.
L'unico modo per seguire in diretta le partite era la radio delle Basi NATO, l'American Forces Network, che a Torino si captava con qualche difficoltà sugli 853 AM.
Sentire si sentiva bene, ma per un fenomeno fisico il cui nome preciso ora mi sfugge, le onde radio venivano periodicamente ricoperte da quelle di una radio spagnola che presumibilmente trasmetteva sulla medesima frequenza. Era frustrante seguire un drive fino in red zone per poi sentire l'audio americano affievolirsi mentre entrava la radiocronaca di una partita di calcio spagnola, e quando tornava l'audio americano non si sapeva mai come l'azione precedente fosse terminata.
Il 4 gennaio del 1986 era un sabato, e non c'erano le solite partite della Primera Division spagnola che si accavallavano alle radiocronache NFL, ma il segnale era comunque disturbato e persi del tutto il Field Goal con cui Lansford portò in vantaggio i Rams 3-0 nel primo quarto.
Che fare? La partita era un supplizio da ascoltare in quella maniera. Ma non c'era altro modo.
O forse si.
Mi ricordai che un paio di settimane prima, tornando a casa per cena, stavo ascoltando con l'autoradio le partite delle 19, e mi trovavo in coda in Via Cibrario. Non si andava avanti, non ricordo più il motivo, ma sta di fatto che restammo fermi almeno venti minuti, durante i quali il segnale della radio aveva mantenuto una sorprendente qualità, e le interruzioni della radio spagnola erano meno frequenti e decisamente più brevi.
Ebbi l'illuminazione di uscire di casa (si, va bene, era quasi mezzanotte, ma stavano giocando i Rams, che diamine!!!) e salire sulla mia fida Mini Minor granata, col fondale scassato e la radio che avevo installato, da solo, qualche mese prima.
Andai alla ricerca delle rotaie della linea 16, che è una circolare, deciso a seguire le rotaie (ed i relativi fili del tram) fino a partita finita. Arrivai in via Di Nanni, ed effettivamente la radio si sentiva molto meglio di quanto non si sentisse a casa. Era fatta!!! Non so per quale motivo, se ce n'era uno, ma stando sotto i fili del tram la ricezione migliorava assai.
Bastava seguire la circolare e via.
Rallegrandomi per la mia geniale intuizione, arrivai al fondo di via Di Nanni, e lasciai momentaneamente le rotaie per seguire la svolta su corso Peschiera e continuare a seguire le rotaie.
Intanto era iniziato il secondo tempo ed avevo appena ascoltato l'azione con cui Eric Dickerson, con la prima corsa della ripresa, aveva infilato la difesa dei Cowboys per 55 yard. 10-0. Woooohhh-hoooo!!!!
Appena girato in corso Peschiera, però, capii che c'era qualcosa che non andava. Il tram correva in sede protetta, per cui non potevo stare sotto i fili elettrici, e la radio si sentiva nuovamente malissimo.
La radio spagnola mi impedì di sentire che sul kickoff successivo alla segnatura i Cowboys commisero un fumble ricoperto dai Rams e Lansford calciò il 13-0.
Dovevo trovare una soluzione, anche perchè dopo Corso Peschiera/Einaudi, il tram tornava su strada per corso Sommelier e via Valperga, ma poi rientrava in sede protetta al Valentino e ne usciva molto dopo per rientrare quasi subito in sede protetta su corso Regina e poi corso Tassoni. La linea 16 era circolare, ma non andava bene.
Rapido dietrofront e corsa a cercare via Nicola Fabrizi, dove passava il 2. Quella linea andava bene: potevo seguirla fino in Piazza Campanella, fare il giro, e riprendere dall'altro verso fino in Piazza Statuto, dove avrei potuto nuovamente invertire la marcia e tornare verso Piazza Campanella.
Ottimo.  Missione compiuta. Ero arrivato in via Nicola Fabrizi giusto in tempo per gli ultimi otto minuti del terzo quarto, e così, facendo la spola tra Piazza Campanella e Piazza Statuto, riuscii a seguire tutto il resto della partita, compreso il touchdown da 40 yard che Dickerson piazzò nel quarto periodo a suggellare il 20-0 con cui spazzammo via i Dallas Cowboys per qualificarci alla finale di conference.
In quella partita Dickerson corse ben 248 yard, che è ancor oggi il record NFL per una partita di playoff.
Tornai a casa poco prima delle 2 di notte, e vi risparmio la faccia dei miei genitori quando gli spiegai come mai fossi uscito a quell'ora e dove fossi stato.
Era oggi, esattamente oggi trent'anni fa.