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sabato 30 dicembre 2023

Eh... chissà quante...

Per chiudere l'anno sulla scia di alcuni degli ultimi messaggi, ricordo sempre che mi dicevano "Eh, certo che tu, suoni la chitarra, hai gli occhi azzurri... chissà quante ragazze, eh?".
Poi, quando mi cimentai con il sassofono, raddoppiarono il carico "Eh già, sassofonista, occhi azzurri, chissà quante ne rimorchi...".
Io facevo sempre il vago.
Molto vago.
Perchè la realtà era che: A) non ho gli occhi azzurri (guarda bene, piciu) e soprattutto B) io suonavo e gli altri trombavano.
Ecco quale era la cruda realtà.


lunedì 9 ottobre 2023

I messaggi che non colsi. Parte 2.

Lei mi regalò una cassetta con su registrato "Mascalzone Latino" di Pino Daniele. Mi disse che la sua canzone preferita era "Carte e cartuscelle".

Pe' dint'a sacca carte e cartuscelle
E so' tre ghiuorne ca 'e voglio jettà'
Pe' nun te penzà' cchiù
Pecchè ce staje semp' tu
Bisogna andare fino in fondo
Anche se in questa storia sei
Rimasto un po' deluso
Te siente già curius' e po'
Nun da' retta è meglio ca ognuno penza a sé
Te voglio vedè' 'na vota sola
'na vota ancora

Io la ringraziai e dissi che mi piaceva Pino Daniele.

Lei era una bella ragazza. Io ero un coglione (cit.)

 

lunedì 28 agosto 2023

Wall Drug: un'abile operazione di marketing

Se ti trovi ad attraversare il South Dakota sulla I-90 (ma pare che ci siano anche in Minnesota ed in Montana, i due estremi della Interstate che attraversa questi tre stati), non potrai non notare una serie di cartelloni giganti con vari slogan:
  • Cowboy Up - Boots, Buckles, Belts and a whole lot more!
  • Coffee 5 c
  • Homemade Ice Cream
  • Black Hills Gold
  • Homemade Breakfast Rolls, Donuts, Fudge and Pie
  • Free Ice Water
  • Hear Cowboy Orchestra Life Size - Animated
  • See western original oil paintings
  • Do lunch or Be lunch (con dinosauro disegnato annesso)
In fondo ad ognuno di questi cartelloni, la scritta WALL DRUG. La loro presenza è talmente ossessionante e costante, che non puoi fare a meno, una volta visto il cartello "WALL DRUG NEXT EXIT" di farci un salto. Anche solo per vedere di cosa si tratta. Dai cartelloni pare vendano di tutto e si possa mangiare di tutto.
Metti la freccia, prendi l'uscita 110, che, incidentalmente, è anche quella per andare al parco nazionale delle Badlands, e poi prendi la strada che, ben presto, ti presenta questo cartello:
Zio fa: tutto questo casino per un paesino di 818 abitanti (660 al censimento del 2020)?!?
Andiamo avanti, e vediamo, finalmente, il mitico Wall Drug. Occupa all'incirca due isolati per due isolati del centro di Wall, parcheggi esclusi, ma al suo interno ci puoi trovare davvero di tutto, oltre che una folla decisamente superiore al numero di abitanti.
Il Wall Drug è un enorme Mall in stile Western fatto di piccoli negozietti apparentemente indipendenti ma, come scoprirò poi dopo, gestiti da un'unica organizzazione.
Come abbia fatto un paesino sperduto nel mezzo del nulla più assoluto ad essere la quarta attrazione più visitata del South Dakota, lo sa solo chi ha inventato questo posto nel 1931 iniziando ad offrire l'acqua con ghiaccio gratis per tutti tutti e caffè e Donut offerti ai militari in servizio.
Alla fine non esci da Wall Drug senza averci lasciato dei soldi: che sia per mangiare o per un souvenir o un paio di veri stivali western ed affini. Quindi, missione compiuta, si direbbe. Il marketing martellante che si trova sulla I-90 ha funzionato e continua a funzionare.
Mi verrebbe da dire il classico "only in America"!!!

lunedì 7 agosto 2023

Battere o levare?

Ricordo ancora con disgusto quella volta che dovetti suonare "One step beyond" in battere anzichè in levare, perchè il chitarrista non sapeva la differenza tra suonare in battere e suonare in levare.
Ebbi un bel di che spiegarglielo, ma mi chiamava "maestro" con chiaro intento sarcastico. Tutto perchè a sua ignoranza musicale non distingueva il battere dal levare. E voleva suonare un pezzo ska.
Orca MadoSKA!!!

venerdì 4 agosto 2023

I messaggi che non colsi

Inizio estate 1984. Nel baretto davanti all'entrata di Palazzo Campana, tra una lezione e l'altra, ci siamo sempre noi: Andrea, Paola, Cinzia ed io.
C'è un juke-box. Con 500 lire puoi mettere quattro pezzi.
Andrea mette sempre Not Now John dei Pink Floyd.
Paola preferisce Big in Japan degli Alphaville.
Cinzia mette Girls Just Wanna Have Fun di Cindy Lauper.
Io, invece, metto Victims, dei Culture Club.

Lei, Girls Just Wanna Have Fun.
Io, Victims.

Coglione...

martedì 6 settembre 2022

Turo, un servizio (sorprendentemente) efficiente.

Quando, a marzo scorso, stavo organizzando il viaggio in Alaska di quest'estate, mi arenai su uno scoglio apparentemente insuperabile: trovare un'auto a noleggio.
Nonostante scandagliassi le varie agenzie di noleggio praticamente ogni giorno, non c'era verso di trovarne una per il periodo che ci serviva (ma anche per la settimana prima o quella dopo, ad esempio). Tutti i siti mi rispondevano con un messaggio che mi informava che non c'erano veicoli disponibili per quel periodo. Nemmeno quelli più cari, super SUV e supercar. Niente di niente. Solo AVIS, mi proponeva un'auto midsize alla modica cifra di 1100 dollari per cinque giorni ai quali avrei poi dovuto aggiungere le assicurazioni aggiuntive.
Ho iniziato a cercare dei noleggiatori locali, fuori dai grandi marchi nazionali, ma anch'essi non avevano veicoli disponibili, finchè, un giorno, mi imbatto in Turo.
Turo è una startup che si occupa di noleggio auyo tra privati. Una sorta di Air B'n'B su strada, insomma. Un privato ha un'auto che magari usa poco e, al posto di farla ammuffire in garage, la affitta a chi ne ha bisogno.
I prezzi variano moltissimo, anche per auto molto simili, perchè è direttamente determinato dal proprietario. Si tratta, quindi, di trovare l'offerta giusta.
L'esperienza, all'inizio, è molto poco incoraggiante. Il primo noleggio dura 24 ore. Il tempo di ricevere una mail che mi avvisa che l'host ha annullato la prenotazione. Il perchè, non si sa.
Mi rimetto alla ricerca, e trovo un'altra auto. Prenoto, e stavolta la prenotazione dura una settimana,. Dopo sette giorni ricevo comunicazione che l'host ha annullato la prenotazione, ma stavolta è accompagnata dal messaggio dell'host: "I'm pulling out from Turo. I've just had a bad experience with last rent. Sorry".
Rifaccio la ricerca per la terza volta, ma quest'ultima prenotazione dura pochi minuti. Ricevo un messaggio dall'host che mi indica le condizioni di noleggio, tra cui l'obbligo di versare cauzione in contanti di 500 dollari alla consegna dell'auto, cauzione che verrà restituita a fine noleggio se la vettura non avrà subito danni. Da notare che, per perfezionare il noleggio, ho dovuto obbligatoriamente scegliere il pacchetto assicurativo completo con kasko integrale.
Chiedo spiegazioni, primo perchè della cauzione non era fatta menzione nell'annuncio, secondo perchè con la kasko integrale, di che danni si deve preoccupare, che è tutto coperto dall'assicurazione?
Spiegazioni fumose, balle assortite, insomma, segnalo a Turo chiedendo se è corretto come comportamento. Risultato: prenotazione annullata e host bannato per condotta scorretta (aveva altre tre auto, tutte sparite dalle prenotazioni).
Basta: ultimo tentativo poi cerco altro.
Fortunatamente, l'ultimo tentativo è quello buono. Una bella Dodger Charge (in foto) ad un prezzo più che onesto anche con l'assicurazione completa (obbligatoria per i non residenti USA).

Ammetto che ogni tanto, tra Aprile ed Agosto, sono andato a sbirciare se la prenotazione fosse ancora valida, ma alla fine tutto è andato bene.
Quando siamo arrivati ad Anchorage, il proprietario mi ha portato la macchina in albergo ed è iniziat il noleggio.
Macchina spettacolare, pulitissima, bella da guidare, accessoriata il giusto.
Il primissimo giorno, mentre ci spostavamo da Anchorage ad Homer, un camion che proveniva in senzo contrario fa schizzare una pietrolina sul parabrezza che, ovviamente, si scheggia.
Avvertit subito il proprietario, si è messo alla ricerca di un centro riparazione vetri ad Homer, in maniera da non farci interrompere la vacanza. Poi, visto che trovarne uno disponibile subito non era troppo semplice, ci accordiamo per risolvere la questione a fine noleggio. Nel frattempo apro il sinistro sull'applicazione Turo dallo smartphone e non me ne preoccupo più.
Tornati ad Anchorage alla fine del nostro giro, riconsegniamo la macchina, con il proprietario contentissimo delle condizioni in cui l'abbiamo lasciata. Il vetro lo farà riparare lui, al risarcimento ci pensa l'assicurazione di Turo, e tutti soddisfatti.
In definitiva un servizio interessante e molto ben organizzato. La gestione del sinistro è stata impeccabile ed anche le fasi di inizio e fine noleggio prevedono tutta una serie di procedure a garanzia di noleggiatore e noleggiante come, ad esempio, l'obbligo di scattare uan serie di fotografie di interni ed esterni dell'auto per documentare danni preesistenti o procurati.
In definitiva una soluzione comoda e molto più economica del normale noleggio, anche se su questo aspetto pesa molto quanto il noleggiatore vuole guadagnarci. Per dire, la stessa auto la trovavo a 60$/giorno ed a 130$/giorno, quindi tutto sta a trovare l'offerta giusta.
Come in tutte queste app di sharing, fondamentale è il feedback degli utenti, ovviamente.
Inoltre le procedure di rimborso in caso di cancellazione della prenotazione sono rapidissime. Ogni volta che la prenotazione mi veniva cancellata, nel giro di 24 ore ricevevo il relativo rimborso dopo aver scelto se ricevere un credito per futuri noleggi o un rimborso totale sulla carta utilizzata per pagare. All'ultimo noleggio, visto che il costo totale era inferiore al credito dell'ultimo che mi avevano annullato, il rimanente mi è stato riaccreditato a stretto giro senza chiedere nulla.
Promosso a pieni voti, dunque, pur sempre con tutte le riserve di questi servizi di sharing.
Ah, dimenticavo: per ora Turo è attivo solo in USA, Canada e UK.

venerdì 13 maggio 2022

The Last Waltz


13 Maggio 1992. Trent'anni esatti.
La partita è appena terminata e la squadra viene sotto il nostro spicchio di curva, stracolmo fino all'inverosimile, a prendersi i meritati quanto mesti aplausi.
La traversa sta ancora tremando dopo il tiro di Sordo, e tutto lo stadio, dopo un improvviso momento di silenzio e brivido, ha ripreso ad accendere torce e cantare "We are the champions" che, da quella sera, mi diverrà assai indigesta.
La sedia alzata del Mondo, i tre pali, il destino "cinico e baro" (cit.) che ci ha nuovamente voltato le spalle nel momento cruciale.
Al fischio finale, nel silenzio del nostro spicchio, Checco ha trascinato un "Toro! Toro!" da brividi, ma le lacrime di rabbia rigano le guance di molti.
Non lo sappiamo ancora, ma sarà il nostro canto del cigno. Arriverà una Coppa Italia con Goveani, poi solo morte e distruzione fino al nulla cosmico della Cairese attuale.
Sulla via del ritorno, alla frontiera svizzera ci fanno scendere dal bus. Mentre i cani antidroga setacciano l'autobus, un poliziotto ci chiede se abbiamo qualcosa da denunciare.
"Si, il furto di una coppa"

venerdì 6 maggio 2022

Carletto e gli impossibili (flashback)

Ci sono alcune cose, alcuni avvenimenti, alcuni momenti, che devono essere fissati nella memoria. La serata di ieri è uno di questi.
Si festeggiava il trentennale di attività di "Carletto e gli Impossibili", un gruppo torinese formato dall'unione di diverse esperienze musicali anche diversissime tra loro, che il buon Carletto ha rinsaldato attorno a sè: una missione apparentemente impossibile (da qui l nome) che invece non solo è riuscita alla perfezione, ma ha anche resistito, con varie vicissitudini ed alternarsi di protagonisti, per be 30 anni. Un'era geologica intera nella musica, specialmente quella underground dove i gruppi si formano e si sciolgono nel giro di un concerto.

Non avevo mai sentito Carletto, o meglio, ne avevo sentito le sue componenti nei gruppi più disparati, a partire dalle Funky Lips, primo gruppo rock torinese tutto al femminile, che nei ruggenti anni '90 aveva allietato molte delle mie serate nei vari locali di quella che ancora non si chiamava Movida ma semplicemente Nightclubbing.
Ieri sera, quindi, mi sono avvicinato alla Suoneria di Settimo con molta curiosità, grazie anche all'invito del bassista del gruppo, mio ex compagno di squadra nei Tauri, Marco "Ciccio" Cubal.
Il concerto è stato, ça va sans dire, letteralmente strepitoso. Se un gruppo riesce a far ballare anche il sottoscritto (beh... ballare è una cosa grossa. È noto che io ed il ballo siamo due mondi agli esatti opposti dell'universo), vuol dire che tanto male non è.
Un tiro pazzesco per due ore e più di concerto, la voce di Roberta Bacciolo una spanna sopra tutte le altre (almeno finchè non è arrivata Robertina Magnetti, ex Carlettina e dotata di una voce che adoro proprio dai tempi delle Funky Lips), la chitarra di Carletto perfetta, la sezione ritmica a dare un gran brio ai medley scatenati, e le altre due voci principali (perdonatemi, ma non ricordo i nomi) a condurre perfettamente i medley scatenati che hanno mandato letteralmente in delirio i 500 presenti.
Ecco, parliamo dei 500 presenti, perchè l'altra parte della serata è stata proprio caratterizzata dalle presenze.
Così come quando prendi l'autobus tutti i giorni alla stessa ora finisci per incontrare le stesse persone, che diventano quasi familiari, pur non conoscendole, la sensazione provata ieri sera è stata quella di un flashback improvviso. Molti sguardi si sono incrociati con il tipico "Ma, ci conosciamo?" stampato sul viso, ed in effetti si, molti di noi si conoscevano, almeno di vista, per aver frequentato gli stessi locali trent'anni fa, a sentire gli stessi concerti, a partecipare alle stesse serate, fino a diventare come le persone dell'autobus di cui parlavo prima: dei perfetti sconosciuti ma decisamente familiari. Magari ti incontravi all'Hiroshima, al Tuxedo, al Metrò, ti riconoscevi di vista, accennavi un saluto. Ecco, ieri sera molte di queste persone si sono ritrovate dopo anni, chi del partito dei capelli grigi, chi (è il mio caso) in quello dei capelli diradati, le donne sempre in gran tiro, alcune con qualche ruga in più, altre che sembrano essersi abbeverate alla fonte dell'eterna giovinezza.
E per due ore mi sono completamente immerso nell'atmosfera, pensando di essere ancora una volta lo sfigato 28enne di allora.
E, nonostante tutto, è stato magico.
Poi, stamattina, l'acufene all'orecchio destro mi ha riportato alla realtà, ma intanto una bella serata ed un viaggio nel tempo, hanno fatto bene al cuore ed alla mente.
Agevolo breve filmato con Robertina Magnetti al canto. Non potevo esimermi 




martedì 1 marzo 2022

Il mio Super Bowl LVI - Overtime

In occasione del Super Bowl di Los Angeles ho avuto modo di testare per la prima volta Uber. il servizio di trasporto alternativo che negli USA ha affiancato, ed in alcuni casi soppiantato, i taxi tradizionali, ma che in Italia ha finora avuto pochissimo successo, soprattutto per l'aspra reazione della falange dei taxisti che, qualche anno fa, ebbero reazioni anche particolarmente violente contro gli autisti Uber.
Di cosa si tratta è presto detto: un privato con auto a disposizione diventa praticamente un autista. Il cliente prenota la corsa sull'app dedicata, che propone diverse soluzioni. Si va dalla semplice corsa, alla corsa con auto extra large o auto di lusso, ovviamente a costi e tariffe diverse.
Spesso (anzi, quasi mai) non è più economica del taxi, ma è un servizio ormai usatissimo, soprattutto nelle grandi città.
Ma se non è più conveniente rispetto ad un taxi, come mai ha tanto successo?
Principalmente per la maggiore reattività rispetto al taxi tradizionale. Tra chiamare un Uber e chiamare un Taxi la differenza di attesa a volte è sostanziale, nell'ordine della decina di minuti, e sappiamo benissimo che, quando dobbiamo andare da qualche parte, aspettare anche solo dieci minuti diventa, a volte, fastidioso.
In questi quattro giorni a Los Angeles ho usato Uber una decina di volte e, a parte una volta, sono rimasto decisamente soddisfatto dal servizio. a corsa post Super Bowl non la metto in conto, perchè si tratta di un'anomalia dovuta all'evento eccezionale ma, per dire, in tutta la serata di taxi nemmeno l'ombra, e con il traffico che c'era, la tariffa sarebbe stata ugualmente astronomica. Si, perchè l'altra caratteristica di Uber è che la tariffa viene concordata prima, e nessun imprevisto la può far variare, perchè l'algoritmo di calcolo la calcola in base alla distanza ed un volume di traffico medio. Se ci sono impedimenti, il traffico aumenta, capita qualcosa e devi fare una deviazione, la tariffa resta sempre la medesima, a differenza del taxi che, oltre alla tariffa a distanza, include sempre anche una tariffa a tempo.
Devo dire che non ho riscontrato nessuna delle rimostranze sollevate dai taxisti nostrani per ostracizzare il servizio (va bene... dieci corse on sno un campione grandissimo). Auto pulite, nuove o comunque recenti, guidatori gentili, tutti con mascherina, tutti buoni guidatori (a parte Monique, che mi ha portato a destinazione con una guida a strappi, frenate ed accelerazioni non proprio gradevole, ma mai imprudente).
Insomma, un servizio che mi sento di consigliare a chiunque, negli Usa. Non so in altre parti d'Europa dove è legale (Francia, ad esempio), ma come prima esperienza direi che è decisamente positiva.

Il secondo overtime riguarda anch'esso un servizio "moderno", cioè l'air b'n'b. Per evitare le tariffe da Super Bowl dei grandi alberghi, ho scelto un air b'n'b vicino all'aeroporto (ed allo stadio).
La casa è classica americana, ad un piano con giardino, in un quartiere residenziale e molto tranquillo. A cinque minuti a piedi, però, c'è un intero agglomerato di negozi, ristoranti e servizi vari, compreso un mercato (fatto a negozio, ma mercato con le bancarelle di frutta e verdura) molto comodo.
La tariffa è accettabile, 100 dollari a notte, la stanza pulita e spaziosa come anche il bagno. La cucina in comune è una vera e propria cucina casalinga e l'unico neo, se vogliamo, è che per cucinare bisogna accordarsi con gli ospiti delle atre tre stanze, ma con una lavagnetta si fa tutto senza problemi: si prenota l'orario e via.
Anche in questo caso le normative covid sono rispettate alla lettera (fin troppo: porte e finestre sono sempre aperte, per cui al mattino in cucina e nel soggiorno fa un discreto freschetto...) e l'insieme è davvero gradevole e molto più confortevole di una stanza d'albergo.
Ci sono anche i contro, ovviamente. Il primo è che a parte la stanza "superior" (la mia) che è dotata di bagno e doccia, le altre hanno il bagno in comune. Secondariamente Teresa, la proprietaria, è una signora cinese molto ligia alle tradizioni, per cui prima di entrare in casa bisogna obbligatoriamente togliersi le scarpe. Non un grosso problema, perchè il pavimento è pulitissimo e girare scalzi non ha particolari controindicazioni se non il freddo ci dui parlavo prima.
Anche in questo caso, sistemazione promossa a pieni voti. Nel caso capitaste a Los Angeles, prendetela in considerazione: LA LAX Teresa B&B. La trovate sia su Air B'n'B che su Booking.

lunedì 28 febbraio 2022

Super Bowl LVI - Il dopo

Il pick up spot di Uber è letteralmente gremito di gente. Non so come possa fare un povero tapino di autista a trovare il suo passeggero ed il povero tapino di passeggero a trovare il suo autista in questa bolgia infernale.
Seguendo il suggerimento del mio autista del mattino, decido di spostarmi di qualche isolato per trovare un posto meno affollato dove dare appuntamento all'autista, ma un isolato non basta. E nemmeno due, tre, quattro. Dopo ben cinque isolati la gente inizia ad essere molta meno, ed è più facile trovare un punto di attesa. Apro la mia bella applicazione Uber, inserisco l'indirizzo di destinazione e...
WHAAAAAAT?!?!?
La corsa più economica che mi viene proposta (aspettando 25 minuti, tra l'altro) è di 100 dollari, mentre se voglio andarmene subito me la cavo con "soli" 250 dollari.
Però c'è una nota: la zona in cui ti trovi ha una domanda altissima in questo momento, e le tariffe subiscono un sovrapprezzo.
Alla faccia del sovrapprezzo... Non mi resta che aspettare che le quotazioni scendano.
Passeranno altre due ore abbondanti, passeggiando allegramente (si fa per dire) davanti al cimitero di Inglewood, prima che, preso dalla stanchezza, mi decida a chiamare un Uber che mi offre una tariffa di 45 dollari. È il triplo rispetto alla tariffa del mattino, ma ho l'impressione che dovrei attendere almeno altre due ore per avere quella tariffa, e non se ne parla nemmeno. Ho fame, devo cenare, sono stanco, devo scrivere gli articoli per a Gazzetta, finire di fare la valigia, dormire un po' (fino alle 4 del mattino, of course) e poi presentarmi in aeroporto per le 7 per il tampone necessario al rientro in Italia.
Fortunatamente, pur se la gente è ancora tanta nei pressi dello stadio, il traffico ha mollato un po' la presa, ed il ritorno a casa è abbastanza veloce..
Fatto tutto quel che dovevo, compreso un complicatissimo tetris per far stare tutto nel bagaglio a mano e nello zaino del computer bacchetta di Harry Potter compresa (gentile omaggio degli Universal Studios), posso finalmente andare a dormire, anche se l'adrenalina ha ancora la meglio sulla stanchezza, ed il sonno non è propriamente dei migliori.
Lunedì mattina: mi alzo, mi preparo e, alle 6:45 sono al mio solito posto in Sepulveda Boulevard in attesa dell'Uber per l'aeroporto.
Come mio solito mi sono preoccupato per nulla. Ho prenotato il tampone all'hub dell'aeroporto con largo anticipo, anche perchè sul sito della prenotazione c'erano delle scritte minacciose: "solo più tre osti disponibili in questo orario", "arrivate co congruo anticipo, perchè ci sono code per l'effettuazione del tampone" e visto che l'esito veniva promesso in un'ora, mi ero organizzato per fare il test per le 7:30-8:00 per avere il responso per le 8:30-9:00, ora in cui apriva il check-in per il mio volo delle 11 per Denver. (Se ve lo state chiedendo, il check in online non lo potevo fare perchè mi mancava il tampone)..
Arrivo all'hub, che è completamente deserto. Passo immediatamente e non faccio a tempo ad arrivare al terminal 7 che l'esito (negativo) è già arrivato. Sono le 7:35 ed il check in apre alle 9, però posso finalmente fare quello on line. 
Caricato il tanto sospirato esito del test, mi vengono emesse le tre carte di imbarco per Denver - Francoforte - Torino, così sono tranquillo. O così almeno credo, perchè non ho fatto i conti con il famoso "Tampone di Schroedinger" che è allo stesso tempo valido e scaduto..
Arrivato a Denver dopo un volo tranquillissimo, mangio un boccone ad un ottimo messicano del terminal prima di imbarcarmi sul volo per Francoforte.
O meglio: prima di PROVARE ad imbarcarmi, perchè la mia carta di imbarco sembra mancare di un timbro, e vengo invitato ad andare al bancone Lufthansa.
- Ha il certificato vaccinale? Si, l'ho caricato sul sito per fare il check in, comunque eccolo.
- Ha l'esito del test negativo? Si, ho caricato anche quello sul portale per fare il check in, comunque eccolo.
- Ah, ma il test è scaduto.
- Ma come scaduto?!? L'ho fatto sette ore fa!
- Si, ma lei entra in Italia domani sera alle 22, questo tampone scade domattina alle 7:30. Non possiamo imbarcarla.
- Mi scusi, ma sul VOSTRO sito c'è scritto che il tampone deve avere la data del giorno prima indipendentemente dall'orario di effettuazione.
- Si, ma c'è scritto che il tampone non deve essere più vecchio di 24 re.
- E quindi cosa vuol dire "indipendentemente dall'orario di effettuazione?
- Non saprei, ma qui c'è scritto 24 ore.
- E quindi cosa facciamo?
- Deve fare un tampone qui prima di partire.
- Mi scusi: sono le 14. Se anche facessi un tampone qui  in questo momento scadrebbe domani alle 14, no?
- Ah già, è vero.
- E quindi?
- Quindi deve fare un molecolare, che vale 48 ore.
- Mi scusi di nuovo... sono le 14. Se io faccio un molecolare oggi, quando mi danno l'esito? 
- Entro domani alle 14.
- Quindi io faccio un tampone oggi alle 14, prima di domani non so se posso imbarcarmi perchè non ho l'esito. Nella migliore delle ipotesi mi imbarco domani, ed arrivo in Italia dopodomani alle 22, quando il tampone molecolare è scaduto.
- Ah già, non ci avevo pensato.
- Ripeto: e quindi?
- Io senza il tampone valido non la posso far imbarcare.

(nel mentre l'aereo aveva finito l'imbarco, ed aspettava solamente me.

- Signore lei ha bagaglio imbarcato?
- No (MA PERCHE' GLI HO DETTO NO?!?!?)
- Ah benissimo.
- No benissimo niente. Come faccio ad imbarcarmi se non posso farmi un tampone che resti valido fino al mio arrivo in Italia, resto qui per sempre?

Nel mentre arriva un'altra impiegata, attirata dalla discussione che sta prendendo una piega lievemente farsesca, si offre di trovare una soluzione.

- Scusate, ma non posso fare un tampone a Francoforte? Tanto per arrivare in Germania non mi serve il tampone. Il test mi serve per entrare in Italia.
- Mah... forse... però...

La signora taglia corto: Ottima idea, facciamolo andare in Germania, poi sono affari dei tedeschi.

BRAVA SIGNORA!!!
Il tizio, che è il classico americano a cui hanno insegnato a non colorare fuori dai bordi e se per caso gli scappa il colore non sa che pesci pigliare, è dubbioso, ma a questo punto io parlo solo con l'impiegata e le dico che appena atterrato mi sarei immediatamente recato da Lufthansa per capire come comportarmi.
La signora prende passaporto e carta d'imbarco dal coloratore entro i margini, mette l'agognato timbrino e finalmente posso partire per Francoforte su un nuovissimo 787 dreamliner che è la fine del mondo.
Devo proprio raccontarvi l'epilogo di questa storia?
Ma si, dai...
Arrivo a Francoforte, mi fiondo da Lufthansa dove una gentile signora ascolta tutto il mio racconto di cosa è successo a Denver, poi mi guarda con la faccia più serafica di questo mondo e mi chiede:
- La carta d'imbarco per Torino ce l'ha?
- Si certo, me l'hanno data già a Los Angeles ieri mattina.
- E allora cosa vuole fare, un tampone per cosa? Tanto qui non lo controlla nessuno. A Torino neanche. Vada tranquillo.

E infatti... all'arrivo a Torino non mi controllano assolutamente nulla. Documenti, tampone, vaccinazione. Niente, zero, nicht.
Viva l'Italia ( e l'America che colora anche un po' fuori dai bordi, ogni tanto).

domenica 27 febbraio 2022

Super Bowl LVI - Il durante

Grazie al jet lag sono nuovamente in piedi fin dalle 4 del mattino. Non è un grosso problema, perchè la differenza di fuso con l'Italia mi permette di passare qualche ora compulsando siti italici, leggendo notizie ed aggiornamenti come se fossi ancora a Torino, ma so già che, comunque, pagherò scotto alla sera, quando mi ritroverò ad anelare ad un cuscino e un materasso già dalle sette di sera.
Le cose andranno molto diversamente, ma andiamo per ordine.

Il Super Bowl inizia alle 15 ed il mio programma prevede di arrivare allo stadio verso le 10-10:30 (l'ingresso media non apre fino alle 11), fare un giro esplorativo dello stadio dall'esterno per poi buttarmi all'interno prima del grande afflusso di pubblico.
Essersi alzato alle 4, però, non aiuta questo programma, perchè pur avendo qualcosa da fare per ammazzare il tempo, devo sempre aspettare sei ore. Troppo.
Finisce che alle 9, dopo aver fatto colazione, sono già sul Sepulveda Boulevard ad aspettare il mio Uber (non vi ho parlato di Uber... credo dovrò fare un post dedicato).
In meno di cinque minuti la Honda Civic di Putu Sukadana si materializza di fronte a me, salgo e mi dirigo verso il SoFi Stadium, tra le divertenti e divertite rimostranze del mio autista che dice di aver già portato quattro persone allo stesso indirizzo, oggi.
Provo ad azzardare: non sarà perchè si gioca il Super Bowl?
Eh si, ma c'è un sacco di traffico ed io quando c'è traffico perdo soldi perchè la corsa viene calcolata a distanza, non a tempo.
Si Putu, hai ragione. Dillo ai tuoi colleghi che incontrerò alla sera dopo la partita, però! (tranquilli, ci arriveremo...).

Tra un mugugno e l'altro arriviamo in zona stadio, dove è già tutto un brulicare di tifosi di entrambe le squadre.
Maglie Bengals e maglie Rams si mescolano allegramente come succede normalmente prima di ogni partita in USA. Durante e dopo, magari, l'eccesso di alcol può portare qualche problema, ma solitamente prima della partita è sempre tutto tranquillo.
Il SoFi stadium è enorme. Per circumnavigarlo (perchè ovviamente sono arrivato dalla parte sbagliata) ci metto buoni venti minuti, e la segnaletica devo dire che aiuta poco, per cui non faccio altro che seguire il flusso delle persone per capire dove siano gli ingressi che mi interessano.
Non sono l'unico, comunque, ad essere disorientato. Nel mio percorso di avvicinamento vengo fermato un paio di volte da altre persone che, come me, portano al collo un accredito media, che mi chiedono dove diavolo sia l'ingresso dedicato. Alle mie indicazioni dubbiose (boh, penso sia di qua, perchè di là i numeri andavano a salire), l'ultimo risponde: io vado da questa parte, tu vai dall'altra, ci incontreremo all'ingresso (ed infatti così accade, perchè eravamo esattamente dalla parte opposta, per cui una direzione o l'altra erano indifferenti).

Una volta entrato riesco ad apprezzare meglio la magnificenza di questa costruzione, esternamente nascosta da transenne e paratie quasi fosse ancora un cantiere.
La fontana con colonnato è spettacolare, ma ancora più spettacolare lo stadio in sè, che è letteralmente scavato nel terreno ed ha tre anelli su cinque sotto il livello terra.
C'è una motivazione precisa per questa scelta. Il SoFi si trova esattamente sul sentiero di discesa degli aerei diretti all'aeroporto internazionale, per cui le costruzioni non possono superare una certa altezza e, se fosse stato costruito tutto fuori terra, l'altezza minima sarebbe stata superata di un bel po'.
Sia chiaro, non che avrebbe rischiato di costituire un ostacolo per gli aerei in atterraggio, che restano comunque ancora molto alti, in quel punto, ma si tratta di misure prese per la sicurezza generale in caso di atterraggi di emergenza o effettuati senza la strumentazione ILS, per i quali il mantenimento di quota non è controllato dai sistemi automatici.
Ad ogni modo, pur se scavato nel terreno, l'impianto è davvero fantastico.

Il mio posto è nel settore 500, l'ultimo in alto, in ultima fila. Non c'è posto più lontano dal campo. È lo scotto che dobbiamo pagare noi extra USA. Di fianco a me c'è l'inviato del Frankfurter Allgemeine, di fianco a lui due giornalisti di The Blitz Nation, magazine in lingua ispanica, non ho capito se messicano o comunque sudamericano. Dall'altra parte un paio di inglesi, un altro tedesco.
La vista, comunque, è ottima, a parte per un angolino della end zone vicina, dove poi verranno segnati due touchdown, che risulta nascosto dall'estremità del quinto anello. C'è però un tabellone mostruoso per seguire l'azione anche in quel punto del campo.

L'oculus, questo il nome del tabellone, ha una struttura simile al tabellone circolare già visto ad Atlanta, ma è decisamente più grosso. L'ovale appeso al soffitto incornicia tutto il campo ed ha una perfetta visibilità sia per chi sta in alto che per chi sta in basso, grazie alla sua caratteristica principale di essere double-face, cioè le immagini vengono visualizzate sia all'interno che all'esterno del circolo. Sembra di essere a casa con una TV 50 pollici. Vi butto lì qualche numero per farvi un'idea: sospeso a 40 metri di altezza, pesa 1000 tonnellate, il suo lato lungo misura 120 yard, ha un'area di 21300 metri quadri per un totale di 80 milioni di pixel, è equipaggiato con 1500 altoparlanti.

Giro un po' lo stadio prima che apra al pubblico, poi vado a mangiare qualcosa, così posso finalmente provare dal vivo i famosi hot dog del SoFi (che dicono essere i più cari ed i peggiori dell'intera NFL).
Sul prezzo, devo dire che pensavo peggio: 19 dollari per hot dog e pepsi nn è sicuramente economico, ma ho visato di peggio, contando che siamo al Super Bowl. Sulla qualità, lascio giudicare voi dalla foto. Tutti i cattivi pensieri che possono venirvi solo nel vederlo, vi assicuro che sono assolutamente confermati dall'assaggio.
Meno male che, poi, arriverà il solito cestino media della NFL, in cui i due panini saranno decisamente più mangiabili dello sgorbio chiamato hot dog.
I cancelli aprono al pubblico e lo stadio si riempie poco a poco. Fuori ci sono diversi intrattenimenti nell'area tailgate che tengono fuori ancora molte persone, ma l'atmosfera, all'interno dello stadio, comincia a farsi elettrica.
C'è una netta predominanza di arancio e nero, sugli spalti, e lo si percepisce chiaramente quando entrano in campo le squadre per il riscaldamento. All'ingresso dei Bengals un boato, mentre i Rams sono entrati in campo e manco me ne sono accorto. Va bene che la fanbase è da consolidare, che LA è dispersiva e tutto, però un po' più di sostegno me lo sarei aspettato.
L'attesa non è lunghissima, sul campo si susseguono le fasi di riscaldamento e poi gli intrattenimenti. Arriva il momento di Jhenè Aiko che canta "America the Beautiful", l'emozione inizia a salire, perchè subito dopo tocca a Mickey Guyton per "Star Spangled Banner" e, come tre anni fa ad Atlanta, è decisamente il momento più toccante ed emozionante. Il passaggio di rito dello U.S. Air Force Heritage Flight Team lo s vede dall'oculus, poichè il tetto impedisce la visuale, ma è interessante anche sapere che per questo passaggio sopra lo stadio è stato chiuso momentaneamente lo spazio aereo, e gli atterraggi su LAX sono stati momentaneamente messi in stand by. Non una cosa da poco in un aeroporto sulle cui quattro piste atterra un aereo ogni trenta secondi.
Pronti, via: si parte.
Della partita potete leggere QUI e QUI ma anche su Huddle Magazine, dove abbiamo dato una copertura che definire completa è un eufemismo.

Qui mi limito a dire di aver vissuto la partita in apnea, dovendomi anche trattenere per mantenere un contegno accettabile in tribuna stampa. Solo alla fine mi sono lasciato un po' andare mandando alcuni messaggi vocali in chat e ad un paio di persone che hanno sofferto con me per tutto il tempo.
La maledizione è stata interrotta, la Gazzetta di Mantova non è più ufficialmente una portatrice di malocchio (che anche Giovanni aveva visto perdere i suoi 49ers al Super Bowl di Miami), i Los Angeles Rams sono campioni del mondo, e ammetto che a novembre avevo perso ogni speranza così come a Gennaio, dopo la sconfitta con San Francisco, ero convinto che saremmo arrivati in fondo.
Finalmente i tifosi di casa si fanno sentire, mentre i Bengals lasciano mestamente gli spalti. Un'altra delusione per loro, ma hanno una squadra che, secondo me, resterà protagonista nei prossimi anni, se riusciranno a fare tesoro di questa esperienza.

Dopo aver visto la premiazione, mi avvio verso gli shop per comprare un po' di materiale celebrativo, ma con mia enorme sorpresa sono tutti chiusi. Hanno già sbaraccato tutto. Il merchandising dei campioni sarà pronto non prima di mercoledì. Io, però, l'indomani riparto per l'Italia, per cui tutti quelli che si aspettavano un souvenir resteranno delusi.
Lasco defluire le persone, poi scendo nel ventre dello stadio per andare nella zona delle conferenze stampa, dove si accalca una marea di persone che attendono McVay, Kupp e altri giocatori che, però, si fanno attendere. Staranno giustamente festeggiando nello spogliatoio. Nel mentre passano i giocatori dei Bengals già cambiati, lavato e rivestiti, con dei musi lunghi un chilometro.
Faccio in tempo a cercare di ascoltare McVay, ma quando mi rendo conto che è praticamente impossibile, desisto e torno in superficie (ma quante caspita di rampe di scale ci sono in questo stadio?!?). La partita è finita da iù di un'ora, le strade saranno un po' più libere, e prendere un Uber per il ritorno sarà più semplice.
E invece, questa è la scena che si presenta al pick up point di Uber...

sabato 26 febbraio 2022

Super Bowl LVI - Il prima

La partecipazione al Super Bowl LVI parte, come al solito, da molto lontano, e fino a poco tempo fa, non era assolutamente prevista. Come al solito questa maledetta pandemia ha sconvolto un po' tutti i piani e, in maniera del tutto inattesa, mi sono ritrovato su un aereo per Los Angeles il 10 Febbraio invece che il 5 novembre con gli USA ancora chiusi al turismo internazionale (avrebbero riaperto solo 3 giorni dopo).
Alla fine, non che la cosa mi dispiaccia, ovviamente, si tratta di un "ripiego" di lusso, ma dovrò andarci da solo, mentre a novembre sarebbe stato un viaggio con tutta la famiglia. Se contiamo, poi, che a novembre avrei visto perdere i Rams contro i Titans (e New Mexico State contro Utah State), direi che ci ho guadagnato il triplo, come minimo.

Saltato il viaggio di novembre, quindi, ci siamo subito mossi con obiettivo Super Bowl facendo richiesta di accredito che, con qualche difficoltà procedurale, è stato confermato subito dopo Natale: per la seconda volta avrei dunque assistito al Super Bowl dal vivo e scritto articoli di presentazione e resoconto per la Gazzetta di Mantova, il quotidiano più antico d'Italia ancora in edicola, essendo il suo primo numero uscito nel 1664 (lo stesso anno della Kronenburg: un caso? Io non credo...).

Gli ultimi giorni prima di partire sono stati un mezzo incubo, non solo per me, ma anche per chi mi era vicino. Dovendo fare un tampone il giorno prima di partire, mi sono praticamente isolato da tutto e da tutti negli ultimi quindici giorni per minimizzare il rischio di positivizzazione, proprio in un periodo in cui sembrava che bastasse uno sguardo per positivizzarsi, che avrebbe mandato tutto a monte. Non avrei potuto sopportare di dover rinviare il viaggio per l'ennesima volta a causa di un tampone positivo.
Non potete immaginare, quindi, il sollievo quando mi hanno comunicato l'esito del tampone il 9 febbraio, anche perchè, nel frattempo, si erano svolti i playoff, e per la NFC la squadra che si era qualificata al Super Bowl erano i Los Angeles Rams. Per la seconda volta, quindi, avrei visto la mia squadra in finale, con la speranza che andasse un po' meglio di Atlanta 2019, quando i Rams persero da "quelli là" dopo una partita pessima a cui si aggiunse anche uno dei peggiori half time show che la storia della NFL ricordi.
Anche dal punto di vista musicale, stavolta, le premesse erano decisamente migliori.

Insomma, alla fine il 10 febbraio si parte ed arrivo a Los Angeles fresco e riposato dopo solo 15 ore di volo via Francoforte. Cerco di passare la prima giornata in maniera da ammortizzare il fuso nel migliore dei modi, ma non c'è nulla da fare: alle 4 del mattino sono in piedi e non c'è verso di continuare a dormire. Sarà così fino al ritorno.
Il venerdì è la giornata clou. Al mattino alle 10 vado a ritirare l'accredito poi faccio un giro al centro stampa ed all'NFL Experience ancora chiusa al pubblico. Una cosa stupefacente. Quando ero andato ad Atlanta mi sembrava un parco giochi e poco più, invece qui, in pieno centro città, è una cosa fantascientifica, ed accanto ai soliti stand dove si può calciare un field goal, fare un percorso tra dummies, lanciare a palla nei bersagli e tutta una serie di attività divertenti, ci sono anche delle esposizioni di memorabilia spettacolari. Favoloso il cerchio degli anelli in cui sono esposti tutti gli anelli dei 55 Super Bowl fin qui giocati, ma anche il palco in cui si può fare una foto con il Vince Lombardi Trophy (quello vero, quello che sarà consegnato alla squadra vincitrice) è bellissimo.

Tra una diretta per Huddle Magazine ed una visita approfondita a tutti gli stand, compreso quello dove si svolge una dimostrazione pratica di come si costruisce un pallone, dall'unione dei pezzi di cuoio fino all'inserimento dei lacci, viene il primo pomeriggio.
L'intenzione era quella di andare a Cal Lutheran, sede di allenamento dei Rams, per assistere alla conferenza stampa in persona (l'unica. Le altre sono state tenute tutte n collegamento remoto) di Sean McVay ed altri otto giocatori. Il programma viene però stravolto dalle esigenze di Max Pircher, il ragazzo italiano che è attualmente nella practice squad dei Rams.
Avendogli richiesto un'intervista, purtroppo la sua disponibilità è solo per le due del pomeriggio e per solamente una decina di minuti, per cui a visita a Cal Lutheran salta, e faccio l'intervista a Max dal centro stampa. L'intervista viene trasmessa in diretta nella serata dedicata al Super Bowl da Huddle Magazine, ed è un vero successo, per cui è valsa la pena perdersi la conferenza stampa. Il pubblico italiano ha una vera e propria adorazione per Pircher. Rappresenta il sogno di tutti noi: essere in una squadra NFL, e se si conta che fino a quattro anni fa non sapeva cosa fosse il football, si può capire quale traguardo sia per lui essere nell'élite del football mondiale con la possibilità di entrare in campo dalla porta principale.
Espletate le formalità "giornalistiche", faccio un giro per downtown in attesa che venga l'ora di trasferirsi al Media Party, che la NFL ha organizzato per la serata del venerdì nientemeno che agli Universal Studios.
Un efficientissimo servizio navetta ci porta agli Universal Studios da uno dei due alberghi dedicati ai media, dribblando con maestria il proverbiale traffico di Los Angeles, ed in men che non si dica, ci ritroviamo in questa immensa struttura dove sono stati girati (e si girano attualmente) film famosissimi e serie TV di successo e che è stata trasformata anche in parco divertimenti.
La struttura viene chiusa al pubblico e riservata solo ai media accreditati per il Super Bowl, con attrazioni, bar e ristoranti a completa disposizione e completamente gratis. Non oso pensare a quanto abbia speso la NFL per ottenere una cosa del genere...
Gli Studios sono bellissimi. Prendo il trenino che in un'ora fa il giro degli Studios portandoti in tutti i luoghi più importanti condendo la visita anche con alcune attrazioni da vivere sul treno con occhialini 3D ed effetti speciali che le rendono particolarmente intense.
Passiamo dall'essere in mezzo ad una lotta tra dinosauri e King Kong sul set di Jurassic Park, con tanto di spruzzi d'acqua a simulare la bava dei dinosauri che cercano di "addentare" il trenino, ad un terremoto in una stazione della metropolitana con un convoglio che deraglia e si ferma a pochi centimetri da noi, ad un folle inseguimento per le vie di Los Angeles tra spari e cannonate con The Rock. Molto molto bello. E pensare che quando ero stato a Los Angeles nel 2018 avevo scartato a priori la visita agli studios, ritenendoli una versione più grande di altri parchi visti in Italia e in Europa. Invece è tutta un'atra cosa, e vale il prezzo (alto) del biglietto che si pagherebbe, se non fosse che sono qui completamente gratis.
Finito il giro è ora di cenare, e cosa c'è di meglio che andare a Springfield con I Simpson e mangiare un po' di pollo fritto?
Torno a casa un po' stanco ma decisamente soddisfatto. Il sabato mi aspetta un po' di svago, perchè non ci sono eventi ufficiali, e ne approfitto per fare un po' di shopping e visitare The Grove, un vecchio deposito di tram trasformato in centro commerciale nel quale si muove un tram d'epoca che porta i passeggeri in giro da un capo all'altro del centro.

Mi devo preparare per la partita: domani sarà il grande giorno. Vado a dormire per svegliarmi puntualmente alle 4 del mattino...

venerdì 13 novembre 2020

Emoscambio

Da bambino ero letteralmente terrorizzato dagli incidenti stradali. Il terrore si era sviluppato poco a poco grazie ad una sorta di pubblicità progresso che mettevano sempre prima del film del mercoledì al dopolavoro della Michelin, che invitava alla donazione del sangue, mettendo come motivazione principale la necessità di trasfusioni per coloro che erano vittime di incidenti stradali. Il documentario era pieno di immagini di incidenti. I feriti non si vedevano mai, fortunatamente, ma quelle immagini continuavano a rimanermi impresse per giorni e, ad esempio, quando si doveva partire per le vacanze (rigorosamente ad agosto come tutti quanti), il viaggio in autostrada era una vera e propria sofferenza, soprattutto perchè in periodo di vacanze il telegiornale non mancava di riportare le notizie dei tamponamenti a catena sulle autostrade durante l'esodo vacanziero, con tanto di conta di morti e feriti.
Proprio durante quei viaggi autostradali, vedevo spesso delle scritte "EMOSCAMBIO" seguite da un numero di telefono di Milano.
Nella mia ingenuità, associando la parola "emoscambio" alla trasfusione, grazie anche alla spiegazione di mio padre che mi disse che emoscambio voleva dire "scambio di sangue", pensavo che fosse una sorta di pubblicità associata a quella che vedevo al cinema, che invitava a donare il sangue. Il fatto che vedessi la scritta sull'autostrada Torino -Milano (l'unica che percorrevamo, praticamente) e che il numero di telefono fosse proprio del capoluogo lombardo, mi convinse definitivamente che quello fosse il numero da chiamare in caso di incidente se uno dei feriti avesse avuto bisogno di una trasfusione.
Beh... certo... avevo sette/otto anni, non potete anche pretendere che pensassi che la trasfusione gliel'avrebbero dovuta fare in ospedale e non sul luogo dell'incidente. Sta di fatto che con il passare del tempo non ho mai più pensato a quella scritta, anche perchè nel frattempo mi sembra siano sparite tutte, e, fortunatamente, la fobia per gli incidenti stradali mi è decisamente passata.
Oggi, però, non ho potuto fare a meno di rimanere interdetto e sorpreso quando, leggendo questo articolo di Luca Sofri sul suo blog Wittgenstein, ho scoperto che Emoscambio non era affatto qualcosa di legato alla donazione del sangue, ma era addirittura una sorta di movimento (setta? mah, forse troppo forte) legato a delle teorie piuttosto bislacche di tale Vittorio Cosmaj che blateravano di una teoria terapeutica-sessuale dell'amplesso fisiologico, per approfondire la quale vi invito a leggere la voce su Wikipedia.
È sempre piuttosto scioccante quando crollano le tue certezze di bambino dopo cinquant'anni.

lunedì 25 maggio 2020

Pacco 1, Pacco 2 e Pacco 3: un pacco!!!

Piccola storia triste di tre pacchi postali, che chiameremo convenzionalmente Pacco 1, Pacco 2 e Pacco 3.
Spediti il 21 di aprile da un piccolo paesino del Minnesota, con opzione Priority Mail, alla modica cifra di 100 dollari l'uno, si sono incamminati di buona lena verso Sta.Paul, dove arrivano il 23 aprile.Dopo 4 giorni di riposo, tutti e tre ripartono per Chicago il 27 aprile, ma qualcosa va storto, e Pacco 3 si ritrova isolato da Pacco 1 e Pacco 2 arrivando nella Windy City il 4 maggio.Il 5 maggio Pacco 3 è già in viaggio per il prossimo centro, mentre a Chicago Pacco 1 e Pacco 2 arrivano il 7 maggio. Immagino lo sgomento di non trovare più Pacco 3. Dove sarà finito? E se gli fosse successo qualcosa?
Per non saper né leggere né scrivere, Pacco 1 e Pacco 2 si recano a New York, da dove dovrebbero poi partire per l'Europa. Arrivano a NYC il 9 maggio, ma di Pacco 3 nessuna traccia.
Non c'è tempo da perdere. Pacco 1 e Pacco 2 devono attraversare l'oceano ed il 12 maggio sono a Londra. Il 14 Maggio da Londra arrivano a Milano. Ce l'abbiamo quasi fatta!!! Abbiamo solo il problema di rintracciare Pacco 3, ma proprio lo stesso giorno in cui Pacco 1 e Pacco 2 sono a Milano, Pacco 3 fa sapere che sta ancora cercando il prossimo centro, dopo essere partito da Chicago una settimana prima.
Pacco 1 e Pacco 2, nel mentre, vengono ospitati dalle patrie dogane da dove, secondo recenti e passate esperienze, non usciranno prima di un paio di mesi.
Completamente spossato e chiaramente disorientato, Pacco 3 fa il suo ritorno al centro di distribuzione di Chicago il 23 Maggio, dopo aver inutilmente girovagato per tre settimane.
Nel frattempo, Pacco 3 ha nuovamente lasciato Chicago, nel tentativo di arrivare a New York per poi imbarcarsi per Londra e, finalmente, congiungersi con i suoi cari alla dogana di Milano.
Almeno, questa è la mia speranza...
(E questo sarebbe un servizio da 100 dollari a pacco...)

lunedì 25 novembre 2019

Il rock (fortunatamente) è vivo

Domenica 24 Novembre 2019 ho constatato personalmente lo stato di salute del rock in un periodo in cui sembra che la musica si sia ridotta a campionatori, rapper/trapper che hanno con la musica un rapporto piuttosto particolare (ho assistito a due concerti di questi fenomeni ed in entrambi i casi mancavano due componenti fondamentali sul palco: musicisti e strumenti musicali).
Sono andato all'Alcatraz di Milano a sentire i Greta Van Fleet, un gruppo di giovani (MOLTO giovani) americani che usano ancora le chitarre, il basso, la batteria ed un muro di Marshall che faceva ben sperare alla sua sola vista.
 Li ascoltavo già da un po', grazie al suggerimento del mio amico Derrick (a proposito, segnatevi questo nome: The Glorious Sons, altro suo suggerimento che vale la pena di ascoltare), per cui non sono arrivato a Milano impreparato, ma piuttosto curioso di vedere se dal vivo confermavano le ottime impressioni avute all'ascolto degli album in studio.
Partiamo dalla fine: il rock è vivo. Sul vegeto nutro ancora dei dubbi perchè i Greta Van Fleet sono un'eccezione nel panorama musicale moderno, ma la presenza di tanti giovani oltre alla folta schiera di V.D.M. come me, mi fa ben sperare che non tutta la nuova generazione si lasci lobotomizzare ed omologare dalla spazzatura che ci viene propinata in tutte le salse.
Il concerto in sè mi è piaciuto, ho trovato un'energia ed una carica non comuni, ed i fratelli Kiszka tengono bene il palco. Molto bravo il batterista, anche se non mi è piaciuto granchè il suono della batteria. Sarà anche l'acustica dell'Alcatraz che non mi è sembrata impeccabile.
Apparentemente straordinario Jake Kiszka, il chitarrista, che si produce in un'emulazione di Hendrix suonando con la chitarra dietro la schiena, ma molto scolastico negli assoli e poco creativo.
Straordinario, invece, Josh Kiszka, che ha dei cambi di tonalità pazzeschi, tira la voce portandola ad acuti straordinari senza usare il falsetto e non si risparmia un attimo sul palco. La mise è un chiaro omaggio al Robert Plant d'annata (mancano gli zatteroni, ma il resto c'è tutto), e qui arriviamo al dunque.
I GVF si sono pubblicamente lamentati del fatto che la critica continua ad etichettarli come un clone dei Led Zeppelin. Ad un primo ascolto, infatti, ci si chiede se non si tratti proprio di loro: sonorità, assoli, voce particolare, pezzi tirati all'inverosimile, tutto fa pensare per lo meno ad una tribute band. I GVF sono di più, come si può ascoltare nell'ultimo album in studio, ma se dal vivo si continua a scimmiottare i grandi anni '70, a tirare i pezzi fino a 20 minuti con grandi sezioni di assoli e jam session, inondando di musica una platea apparentemente estasiata riportandola indietro di 40 anni, non ci si deve poi lamentare troppo.
L'impressione è che la band sia ancora alla ricerca della propria identità definitiva, e nel mentre cerchi di cavalcare l'onda di entusiasmo prodotta proprio da questa emulazione dei '70 che ha avuto una gran presa su pubblico e critica.
La grossa differenza con i '70 la fa però la durata dell'esibizione. Dopo un'ora e dieci Josh saluta tutti al termine di un sintomatico "When the curtain falls", il decimo pezzo della serata (comprensivo della cover di "The music is you" di John Denver della durata di un minuto scarso).
Ma dico, vuoi fare la rockstar anni '70 e fai un concerto di un'ora e dieci minuti? Ma davvero? Ma sei serio? Come ha detto il mio amico Mario, con cui ho condiviso il concerto, "adesso arriva nonno Bruce e gli dice di tornare fuori. Persino Alice Cooper, a settant'anni suonati, ha fatto più di due ore".
Va bene il repertorio non gigantesco, ma qualcosa in più la potevano fare.
Dopo dieci minuti di "chiama" da parte del pubblico, si ripresentano sul palco e regalano ancora due perle, "Flower Power" e soprattutto "Safari Song" che mi chiedevo che fine avesse fatto. Alla fine di questi due pezzi, in cui viene incastrato un magistrale assolo di batteria, saluti e tutti a casa con un po' di amaro in bocca.
Si, bello, bravi tutti, le sonorità... ma DODICI pezzi per un concerto?!? Ci rivedremo tra qualche anno, e con un repertorio maggiore esigerò le due ore canoniche al di sotto delle quali non puoi definirti un rocker.










martedì 26 febbraio 2019

Super Bowl LIII Atlanta - 3

Le quattro ore e mezza che ci separano dalla partita passano abbastanza in fretta, tra una chiacchiera con Massimo Oriani, giornalista della Gazzetta dello Sport mio vicino di posto e, con me, unico italiano presente in tribuna stampa, ed un paio di incursioni nei corridoi dello stadio, cercando di fare lo slalom tra la gente in fila per mangiare, per fare un giro turistico dell'impianto ed andare fino alla parete trasparente per ammirare il panorama. Non manca la classica puntatina in bagno per espletare le funzioni fisiologiche e scoprire che sopra gli orinatoi a muro sono installati dei televisori a led per far sì che nemmeno durante l’espletamento uno corra il rischio di perdersi un’azione importante della partita. Resta da capire in quanti, guardando lo schermo, perdano la mira e la facciano dappertutto. Sarà anche per questo che gli orinatoi sono più larghi ed alti della media a cui siamo abituati.
Ogni tanto cerco anche di fare quelle dirette Facebook promesse ai lettori di Huddle Magazine, ma la situazione del wi fi interno allo stadio è tragica. La rete viene utilizzata da tutti e quindi è presa d’assalto. Il risultato sono una banda ridotta e delle frequenti disconnessioni che mi impediscono anche solo di pensare di fare delle dirette di più di trenta secondi.
Man mano che l’orologio si avvicina alle 18 la tensione sale, e non solo per la partita, ma proprio per l’evento in sé. Gli spalti sono ancora mezzi vuoti, ma si riempiranno negli ultimi minuti, poco prima che Gladys Knight inizi a cantare l’inno americano.
Ed è in quel momento che, tutti in piedi,  con la mano sul cuore ad ascoltare Star Spangled Banner, che l’emozione mi assale, perché quel particolare istante, visto e rivisto in televisione 38 volte, alla 39esima volta sono lì, dal vivo, a coronare un sogno che qualsiasi appassionato di football ha: vedere un Super Bowl dal vivo.
E’ vero, la partita si vede molto meglio in televisione, soprattutto con la tecnologia moderna, ma da buon appassionato di stadio, la partita dal vivo è tutta un’altra cosa, un’emozione che chi sta a casa non riesce a vivere ed a comprendere appieno, anche se la partita, come poi succederà, non è proprio una delle più spettacolari della storia. Essere in mezzo alla gente, soffrire, gioire, esultare ed imprecare assieme a loro è un’esperienza impareggiabile che nessuna trasmissione televisiva, anche quelle alla massima definizione, ti può dare. Il boato del pubblico alla ricezione di Gronkowski che prepara il touchdown decisivo, ma anche quello, più ridotto per ovvi motivi di disparità numerica, in occasione del field goal di Zuerlein che impatta momentaneamente lo score dopo tantissima fatica, ti entrano nelle ossa e ti lasciano un brivido dentro che durerà per molto tempo. In quel momento ti rendi conto di essere davvero parte dell’evento.
Devo ammetterlo: durante l’inno ho avuto un momento di reale commozione totalmente inaspettato. Vuoi l’emozione, vuoi la stanchezza, vuoi tutto il contorno, ma mentre una piccola lacrima sgorgava dal mio occhio destro, ho dovuto appoggiarmi al tavolo della postazione stampa per non afflosciarmi sul seggiolino come una pera cotta.
Come detto, la partita non è stata granché spettacolare, ma è stata comunque intensa, soprattutto per chi, come me, aveva un interesse specifico in una delle due squadre. Vedo anche, nella fila dietro alla mia, un paio di giornalisti che delle norme etiche se ne sono ampiamente fregati. Tappati dalla testa ai piedi con abbigliamento Patriots, urlano e sbraitano come tifosi normali. Mi sbaglierò, ma difficilmente riavranno un accredito per il prossimo Super Bowl.
Io, invece, sono stranamente tranquillo, anche quando vedo che la partita non si mette bene per i miei Rams. Commento con Oriani le azioni di gioco, il che mi aiuta a stemperare un po’ la tensione. Siamo su sponde opposte, ma anche lui si comporta in maniera impeccabile, limitandosi a qualche “pugnetto” di esultanza molto discreto, in occasione di azioni favorevoli a New England.
Alla fine perdiamo, ma non sono arrabbiato più di tanto. Avevo patito molto di più la sconfitta del 2001, che ancora adesso non ho digerito del tutto. Oh, intendiamoci, non che fossi contento, eh? Del resto uscendo dallo stadio incrocio un tifoso dei Patriots esagitato che dà il cinque a tutti quelli che incontra, e quando tocca a me lui mi dà il cinque tutto esaltato gridando “Super Bowl Champs!!!”, ed io ricambio il suo cinque con un bel “Vaccagare coglione” di cui mi pento quasi subito.  Del resto hanno vinto, cosa devono fare? Stare zitti e tornare a casa? E’ naturale che festeggino e siano esaltati.
Io invece saluto Oriani ed esco abbastanza in fretta dallo stadio dirigendomi verso la stazione della metro per raggiungere l’aeroporto. Mi aspetta un’altra notte sulle poltroncine del terminal, ed ho solo voglia di mettermi comodo da qualche parte, mangiare un boccone e scrivere gli articoli per la Gazzetta di Mantova, che martedì farà uscire un altro paginone a mia firma con il resoconto della partita e dell’halftime show. Già… l’Halftime Show. Al pari dell’inno, anche quello era un momento
sempre vissuto in televisione che invece aspettavo con ansia di vivere in diretta, ma la performance dei Maroon 5 più Travis Scott più Big Boi è stata talmente imbarazzante che, al di là delle comparse a bordo palco, sugli spalti quasi nessuno ha partecipato o applaudito all’esibizione. Un vero fiasco.
Passo i controlli, vado al terminal dal quale dovrebbe partire il mio volo il mattino successivo e, dopo aver cenato rapidamente, mi metto al lavoro sul tablet. Facile a dirsi, ma difficile a farsi. Calata la tensione, mi arriva improvvisamente addosso tutta la stanchezza di questi due giorni, sommata alla notte in aeroporto a New York nella quale ho dormito a spizzichi e bocconi. Tra un abbiocco e l’altro, riesco a finire i pezzi che dovevo scrivere ed inviarli ad Alessandro (che dovrà correggere un paio di strafalcioni epocali…) e mi rimetto a dormire sui comodi (!!!) seggiolini del terminal South.
Il viaggio di ritorno include una tappa a Boston, e ciò significa che il volo da Atlanta, strapieno, comprenda 130 persone: 129 tifosi dei Patriots ed io. Che bella compagnia!!!
Il rientro si compie senza troppi intoppi, ma dura comunque due giorni tra Boston, Londra e Torino, ed alle 19:30 del martedì sono nuovamente a casa. Stanco morto ma felice. Un'altra voce dalla mia bucket list è stata depennata, e questa esperienza me la porterò nel cuore per sempre.
Non sono nemmeno troppo arrabbiato per la sconfitta: il fantastico viaggio ha ampiamente superato la delusione per il risultato, e comunque sono abbastanza convinto che questi Rams sono lì per restarci, e non torneranno nell’oblio tanto presto né tanto facilmente. Magari avrò nuove occasioni per replicare il viaggio, possibilmente con un po’ più di tranquillità per viaggio e pernottamenti e, magari, riuscendo a portare con me anche il resto della famiglia, che ho visto così contenta per me che mi è davvero dispiaciuto lasciarli a casa.

lunedì 25 febbraio 2019

Super Bowl LIII Atlanta - 2

Arrivo in centro ad Atlanta e mi dirigo verso l’hotel designato per il ritiro dell’accredito, che finalmente entra in mio possesso senza ulteriori problemi. L’albergo, Il Marriott Marquis, ha un’architettura particolare sia esternamente che internamente. E’ anch’esso addobbato a festa ed è uno dei due alberghi riservati ai media, nel quale si sono tenuti diversi eventi durante la settimana.
Sono solo le dieci del mattino, per cui decido di fare un giro nella città che inizia lentamente a rianimarsi dopo la notte di sabato in cui, ho letto, il centro è stato letteralmente invaso da gente festante. La colazione da Starbucks mi dà immediatamente l’esatta percezione di come sarà la giornata: il locale è pieno, ci sono una trentina di persone e nella mezz’ora che starò lì ne arriveranno circa un’altra trentina, e la percentuale di tifosi è decisamente sbilanciata in favore dei Patriots, oserei dire in proporzione di uno a sette se non di più. Io sono abbastanza anonimo, perché teoricamente in tribuna stampa non si può portare abbigliamento di una delle due squadre, ed è caldamente consigliato tenere un atteggiamento neutrale ed evitare di essere troppo tifosi. Tutto sommato per me non è un problema (per altri che vedrò vicino a me allo stadio nemmeno, ma in tutt’altro senso), però un po’ mi piacerebbe poter girare per la città con i colori della mia squadra addosso. Accontentiamoci di essere al Super Bowl, che è già tanta roba, come dicono quelli che parlano bene.
I cancelli dello stadio apriranno alle 14, ma decido comunque di dirigermi in zona per vivere un po’ l’evento fuori dai cancelli, e mai decisione si rivela più azzeccata.
Arrivo verso le undici e mezza, ma c’è già un bel po’ di gente. Nel tragitto verso lo stadio passo a fianco dell’albergo dei Patriots, con tutta una fila di autobus riservati ai giocatori ed ai loro familiari già in attesa per portarli allo stadio.
Mi imbatto anche in gipponi dell’esercito con tre o quattro soldati con fucili mitragliatori a presidiare gli angoli delle strade, e vicino allo stadio vengo superato da due auto apparentemente normali che si fermano poco più avanti e dalle quali scendono un paio di energumeni in uniforme tattica che aprono il bagagliaio e tirano fuori dei cosi neri che hanno tutta l’aria di essere delle custodie di armi militari. Lo spiegamento  di forze è davvero imponente, e quello che si vede alla luce del sole è una minima parte di quello che invece è dislocato in diversi punti nevralgici e di cui ti accorgi, e non sempre, solo quando ci passi di fianco.
Purtroppo la connessione telefonica non migliora nemmeno in centro città. Scoprirò poi, una volta tornato, che il mio telefono supporta tutte le bande possibili ed immaginabili tranne quelle che servono negli USA per 3G e 4G. Bene ma non benissimo, direi.
Lo stadio si trova all’interno del parco olimpico, di fianco a dove sorgeva il vecchio Georgia Dome, ora abbattuto e trasformato in parcheggio ed area tailgate.  A proposito di tailgate, nell’impossibilità di farne uno vero e proprio nella migliore tradizione americana con i tifosi che arrivano su pickup giganteschi dai quali tirano fuori gazebo e barbecue che farebbero invidia a tanti nostri “barbecuisti” (esiste? Boh… al massimo esiste da questo momento) della domenica, la NFL ha predisposto una Fan Area del tutto simile a quella allestita solitamente a Londra in occasione delle partite dell’International Series, solo molto più in grande.
Un palco di ESPN con una trasmissione in diretta, un altro palco con la riproduzione gigante del Lombardi Trophy e mille altre attrazioni ed intrattenimenti per i tifosi, rendono questa zona fittamente popolata già tre ore prima dell’apertura dei cancelli. Denominatore comune di questa folla, è l’estrema voglia di divertirsi partecipando ad uno degli eventi più esclusivi del pianeta, a livello sportivo. Niente tensioni, niente ubriachi, niente eccessi, solo tanta gente che fa festa e una marea di vibrazioni positive. In questo clima persino i tifosi dei Patriots mi sembrano più simpatici del solito.
Lo stadio da fuori è uno spettacolo. L’architettura tutta spigoli è splendida, ed il falco gigante di fronte all’ingresso principale è bellissimo. Peccato non riuscire a fotografarlo per bene, da una parte per la troppa gente che c’è intorno, dall’altra perché il mio ingresso è un altro, e non posso avvicinarmi più di tanto a quello principale. I tifosi vengono incanalati in maniera molto organizzata ma anche molto rigida. Se sul biglietto c’è scritto che devi entrare dal gate 1, non ti puoi presentare al gate 5, perché tanto ti rimandano indietro al prefiltraggio, e l’accredito media vale a poco: devo obbligatoriamente passare per il mio ingresso dedicato.
Decido di entrare al centro stampa ed attendere lì l’apertura dei cancelli. Salto quindi la fila dei tifosi che sono già in attesa dell’entrata e mi dirigo all’ingresso media, dove una serie di steward, estremamente gentili e disponibili ma altrettanto fermi nelle loro direttive, mi guidano al check point, dove vengo perquisito peggio che all’aeroporto. Ispezione visiva dello zaino, perquisizione personale da parte di un addetto, prima al tatto e poi con un metal detector manuale ed infine il metal detector classico, oltre ai raggi x per lo zaino. Efficienza, cortesia, sorrisi, determinazione sono le caratteristiche di questo processo a cui tutti devono sottoporsi. Vado con il pensiero a quando entro allo stadio a Torino, e non posso fare a meno di constatare a quanti anni luce di distanza siamo, in queste procedure.
Una volta dentro, mi spiaggio su una sedia dell’enorme centro stampa, un locale delle dimensioni di una palestra scolastica (bella grossa) dotato di tavoli, sedie e collegamenti rete che può ospitare, ad occhio e croce, almeno 400 postazioni di lavoro. Nel padiglione a fianco sta per iniziare il Super Bowl Party, una serie di concerti che andrà avanti fino al kickoff ed al quale assisteranno migliaia di persone, per cui la sala stampa, al momento deserta, è una piccola isola di quiete.
Dopo essermi riposato un po’ (la notte in aeroporto inizia a farsi sentire), mi avvicino allo stadio passando per l’immenso NFL Shop dove si possono trovare i gadget dell’evento. Un po’ deludente l’assortimento disponibile e soprattutto i prezzi. Prendo due cappellini ed un programma della partita per degli amici e la strisciata della carta di credito recita 100$. Alla faccia!!!
Per contro il cibo costa davvero poco, ed anche all’interno dello stadio sarà possibile mangiare a prezzi molto bassi rispetto agli standard degli stadi americani e soprattutto rispetto ai prezzi di tutto il resto in occasione del Super Bowl.
Tra una cosa e l’altra si fanno le 14, ed è finalmente ora di entrare allo stadio. L’ingresso avviene in maniera molto fluida e veloce, anche perché ormai il grosso dei controllo è stato fatto al prefiltraggio, per cui basta solo aprire lo zaino e dare una controllatina sommaria. Inizio a prendere una scala mobile dopo l’altra, perché il mio posto assegnato è nel settore 335, l’ultimo in alto. Dopo un paio di indicazioni da parte degli steward giungo finalmente alla mia postazione, in penultima fila, e mi aspetto di dover usare il binocolo per vedere il campo, ma quando mi giro e mi appare in tutta la sua maestosità e bellezza questo stadio super moderno, mi rendo conto che pur essendo in piccionaia la visione del campo è praticamente perfetta, ed in effetti durante la partita avrò bisogno poche volte di guardare lo schermo gigante anziché il campo.
Lo stadio è stupendo, il cerchio che contorna la parte semovente del tetto contiene un tabellone LED circolare spettacolare, e la parete in fondo all’end zone opposta a quella vicina a me è trasparente, in maniera che si possa vedere lo skyline della città, tanto che sembra quasi di essere in vetrina con vista sulla città.