Visualizzazione post con etichetta Sport. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sport. Mostra tutti i post

venerdì 13 maggio 2022

The Last Waltz


13 Maggio 1992. Trent'anni esatti.
La partita è appena terminata e la squadra viene sotto il nostro spicchio di curva, stracolmo fino all'inverosimile, a prendersi i meritati quanto mesti aplausi.
La traversa sta ancora tremando dopo il tiro di Sordo, e tutto lo stadio, dopo un improvviso momento di silenzio e brivido, ha ripreso ad accendere torce e cantare "We are the champions" che, da quella sera, mi diverrà assai indigesta.
La sedia alzata del Mondo, i tre pali, il destino "cinico e baro" (cit.) che ci ha nuovamente voltato le spalle nel momento cruciale.
Al fischio finale, nel silenzio del nostro spicchio, Checco ha trascinato un "Toro! Toro!" da brividi, ma le lacrime di rabbia rigano le guance di molti.
Non lo sappiamo ancora, ma sarà il nostro canto del cigno. Arriverà una Coppa Italia con Goveani, poi solo morte e distruzione fino al nulla cosmico della Cairese attuale.
Sulla via del ritorno, alla frontiera svizzera ci fanno scendere dal bus. Mentre i cani antidroga setacciano l'autobus, un poliziotto ci chiede se abbiamo qualcosa da denunciare.
"Si, il furto di una coppa"

lunedì 28 febbraio 2022

Super Bowl LVI - Il dopo

Il pick up spot di Uber è letteralmente gremito di gente. Non so come possa fare un povero tapino di autista a trovare il suo passeggero ed il povero tapino di passeggero a trovare il suo autista in questa bolgia infernale.
Seguendo il suggerimento del mio autista del mattino, decido di spostarmi di qualche isolato per trovare un posto meno affollato dove dare appuntamento all'autista, ma un isolato non basta. E nemmeno due, tre, quattro. Dopo ben cinque isolati la gente inizia ad essere molta meno, ed è più facile trovare un punto di attesa. Apro la mia bella applicazione Uber, inserisco l'indirizzo di destinazione e...
WHAAAAAAT?!?!?
La corsa più economica che mi viene proposta (aspettando 25 minuti, tra l'altro) è di 100 dollari, mentre se voglio andarmene subito me la cavo con "soli" 250 dollari.
Però c'è una nota: la zona in cui ti trovi ha una domanda altissima in questo momento, e le tariffe subiscono un sovrapprezzo.
Alla faccia del sovrapprezzo... Non mi resta che aspettare che le quotazioni scendano.
Passeranno altre due ore abbondanti, passeggiando allegramente (si fa per dire) davanti al cimitero di Inglewood, prima che, preso dalla stanchezza, mi decida a chiamare un Uber che mi offre una tariffa di 45 dollari. È il triplo rispetto alla tariffa del mattino, ma ho l'impressione che dovrei attendere almeno altre due ore per avere quella tariffa, e non se ne parla nemmeno. Ho fame, devo cenare, sono stanco, devo scrivere gli articoli per a Gazzetta, finire di fare la valigia, dormire un po' (fino alle 4 del mattino, of course) e poi presentarmi in aeroporto per le 7 per il tampone necessario al rientro in Italia.
Fortunatamente, pur se la gente è ancora tanta nei pressi dello stadio, il traffico ha mollato un po' la presa, ed il ritorno a casa è abbastanza veloce..
Fatto tutto quel che dovevo, compreso un complicatissimo tetris per far stare tutto nel bagaglio a mano e nello zaino del computer bacchetta di Harry Potter compresa (gentile omaggio degli Universal Studios), posso finalmente andare a dormire, anche se l'adrenalina ha ancora la meglio sulla stanchezza, ed il sonno non è propriamente dei migliori.
Lunedì mattina: mi alzo, mi preparo e, alle 6:45 sono al mio solito posto in Sepulveda Boulevard in attesa dell'Uber per l'aeroporto.
Come mio solito mi sono preoccupato per nulla. Ho prenotato il tampone all'hub dell'aeroporto con largo anticipo, anche perchè sul sito della prenotazione c'erano delle scritte minacciose: "solo più tre osti disponibili in questo orario", "arrivate co congruo anticipo, perchè ci sono code per l'effettuazione del tampone" e visto che l'esito veniva promesso in un'ora, mi ero organizzato per fare il test per le 7:30-8:00 per avere il responso per le 8:30-9:00, ora in cui apriva il check-in per il mio volo delle 11 per Denver. (Se ve lo state chiedendo, il check in online non lo potevo fare perchè mi mancava il tampone)..
Arrivo all'hub, che è completamente deserto. Passo immediatamente e non faccio a tempo ad arrivare al terminal 7 che l'esito (negativo) è già arrivato. Sono le 7:35 ed il check in apre alle 9, però posso finalmente fare quello on line. 
Caricato il tanto sospirato esito del test, mi vengono emesse le tre carte di imbarco per Denver - Francoforte - Torino, così sono tranquillo. O così almeno credo, perchè non ho fatto i conti con il famoso "Tampone di Schroedinger" che è allo stesso tempo valido e scaduto..
Arrivato a Denver dopo un volo tranquillissimo, mangio un boccone ad un ottimo messicano del terminal prima di imbarcarmi sul volo per Francoforte.
O meglio: prima di PROVARE ad imbarcarmi, perchè la mia carta di imbarco sembra mancare di un timbro, e vengo invitato ad andare al bancone Lufthansa.
- Ha il certificato vaccinale? Si, l'ho caricato sul sito per fare il check in, comunque eccolo.
- Ha l'esito del test negativo? Si, ho caricato anche quello sul portale per fare il check in, comunque eccolo.
- Ah, ma il test è scaduto.
- Ma come scaduto?!? L'ho fatto sette ore fa!
- Si, ma lei entra in Italia domani sera alle 22, questo tampone scade domattina alle 7:30. Non possiamo imbarcarla.
- Mi scusi, ma sul VOSTRO sito c'è scritto che il tampone deve avere la data del giorno prima indipendentemente dall'orario di effettuazione.
- Si, ma c'è scritto che il tampone non deve essere più vecchio di 24 re.
- E quindi cosa vuol dire "indipendentemente dall'orario di effettuazione?
- Non saprei, ma qui c'è scritto 24 ore.
- E quindi cosa facciamo?
- Deve fare un tampone qui prima di partire.
- Mi scusi: sono le 14. Se anche facessi un tampone qui  in questo momento scadrebbe domani alle 14, no?
- Ah già, è vero.
- E quindi?
- Quindi deve fare un molecolare, che vale 48 ore.
- Mi scusi di nuovo... sono le 14. Se io faccio un molecolare oggi, quando mi danno l'esito? 
- Entro domani alle 14.
- Quindi io faccio un tampone oggi alle 14, prima di domani non so se posso imbarcarmi perchè non ho l'esito. Nella migliore delle ipotesi mi imbarco domani, ed arrivo in Italia dopodomani alle 22, quando il tampone molecolare è scaduto.
- Ah già, non ci avevo pensato.
- Ripeto: e quindi?
- Io senza il tampone valido non la posso far imbarcare.

(nel mentre l'aereo aveva finito l'imbarco, ed aspettava solamente me.

- Signore lei ha bagaglio imbarcato?
- No (MA PERCHE' GLI HO DETTO NO?!?!?)
- Ah benissimo.
- No benissimo niente. Come faccio ad imbarcarmi se non posso farmi un tampone che resti valido fino al mio arrivo in Italia, resto qui per sempre?

Nel mentre arriva un'altra impiegata, attirata dalla discussione che sta prendendo una piega lievemente farsesca, si offre di trovare una soluzione.

- Scusate, ma non posso fare un tampone a Francoforte? Tanto per arrivare in Germania non mi serve il tampone. Il test mi serve per entrare in Italia.
- Mah... forse... però...

La signora taglia corto: Ottima idea, facciamolo andare in Germania, poi sono affari dei tedeschi.

BRAVA SIGNORA!!!
Il tizio, che è il classico americano a cui hanno insegnato a non colorare fuori dai bordi e se per caso gli scappa il colore non sa che pesci pigliare, è dubbioso, ma a questo punto io parlo solo con l'impiegata e le dico che appena atterrato mi sarei immediatamente recato da Lufthansa per capire come comportarmi.
La signora prende passaporto e carta d'imbarco dal coloratore entro i margini, mette l'agognato timbrino e finalmente posso partire per Francoforte su un nuovissimo 787 dreamliner che è la fine del mondo.
Devo proprio raccontarvi l'epilogo di questa storia?
Ma si, dai...
Arrivo a Francoforte, mi fiondo da Lufthansa dove una gentile signora ascolta tutto il mio racconto di cosa è successo a Denver, poi mi guarda con la faccia più serafica di questo mondo e mi chiede:
- La carta d'imbarco per Torino ce l'ha?
- Si certo, me l'hanno data già a Los Angeles ieri mattina.
- E allora cosa vuole fare, un tampone per cosa? Tanto qui non lo controlla nessuno. A Torino neanche. Vada tranquillo.

E infatti... all'arrivo a Torino non mi controllano assolutamente nulla. Documenti, tampone, vaccinazione. Niente, zero, nicht.
Viva l'Italia ( e l'America che colora anche un po' fuori dai bordi, ogni tanto).

domenica 27 febbraio 2022

Super Bowl LVI - Il durante

Grazie al jet lag sono nuovamente in piedi fin dalle 4 del mattino. Non è un grosso problema, perchè la differenza di fuso con l'Italia mi permette di passare qualche ora compulsando siti italici, leggendo notizie ed aggiornamenti come se fossi ancora a Torino, ma so già che, comunque, pagherò scotto alla sera, quando mi ritroverò ad anelare ad un cuscino e un materasso già dalle sette di sera.
Le cose andranno molto diversamente, ma andiamo per ordine.

Il Super Bowl inizia alle 15 ed il mio programma prevede di arrivare allo stadio verso le 10-10:30 (l'ingresso media non apre fino alle 11), fare un giro esplorativo dello stadio dall'esterno per poi buttarmi all'interno prima del grande afflusso di pubblico.
Essersi alzato alle 4, però, non aiuta questo programma, perchè pur avendo qualcosa da fare per ammazzare il tempo, devo sempre aspettare sei ore. Troppo.
Finisce che alle 9, dopo aver fatto colazione, sono già sul Sepulveda Boulevard ad aspettare il mio Uber (non vi ho parlato di Uber... credo dovrò fare un post dedicato).
In meno di cinque minuti la Honda Civic di Putu Sukadana si materializza di fronte a me, salgo e mi dirigo verso il SoFi Stadium, tra le divertenti e divertite rimostranze del mio autista che dice di aver già portato quattro persone allo stesso indirizzo, oggi.
Provo ad azzardare: non sarà perchè si gioca il Super Bowl?
Eh si, ma c'è un sacco di traffico ed io quando c'è traffico perdo soldi perchè la corsa viene calcolata a distanza, non a tempo.
Si Putu, hai ragione. Dillo ai tuoi colleghi che incontrerò alla sera dopo la partita, però! (tranquilli, ci arriveremo...).

Tra un mugugno e l'altro arriviamo in zona stadio, dove è già tutto un brulicare di tifosi di entrambe le squadre.
Maglie Bengals e maglie Rams si mescolano allegramente come succede normalmente prima di ogni partita in USA. Durante e dopo, magari, l'eccesso di alcol può portare qualche problema, ma solitamente prima della partita è sempre tutto tranquillo.
Il SoFi stadium è enorme. Per circumnavigarlo (perchè ovviamente sono arrivato dalla parte sbagliata) ci metto buoni venti minuti, e la segnaletica devo dire che aiuta poco, per cui non faccio altro che seguire il flusso delle persone per capire dove siano gli ingressi che mi interessano.
Non sono l'unico, comunque, ad essere disorientato. Nel mio percorso di avvicinamento vengo fermato un paio di volte da altre persone che, come me, portano al collo un accredito media, che mi chiedono dove diavolo sia l'ingresso dedicato. Alle mie indicazioni dubbiose (boh, penso sia di qua, perchè di là i numeri andavano a salire), l'ultimo risponde: io vado da questa parte, tu vai dall'altra, ci incontreremo all'ingresso (ed infatti così accade, perchè eravamo esattamente dalla parte opposta, per cui una direzione o l'altra erano indifferenti).

Una volta entrato riesco ad apprezzare meglio la magnificenza di questa costruzione, esternamente nascosta da transenne e paratie quasi fosse ancora un cantiere.
La fontana con colonnato è spettacolare, ma ancora più spettacolare lo stadio in sè, che è letteralmente scavato nel terreno ed ha tre anelli su cinque sotto il livello terra.
C'è una motivazione precisa per questa scelta. Il SoFi si trova esattamente sul sentiero di discesa degli aerei diretti all'aeroporto internazionale, per cui le costruzioni non possono superare una certa altezza e, se fosse stato costruito tutto fuori terra, l'altezza minima sarebbe stata superata di un bel po'.
Sia chiaro, non che avrebbe rischiato di costituire un ostacolo per gli aerei in atterraggio, che restano comunque ancora molto alti, in quel punto, ma si tratta di misure prese per la sicurezza generale in caso di atterraggi di emergenza o effettuati senza la strumentazione ILS, per i quali il mantenimento di quota non è controllato dai sistemi automatici.
Ad ogni modo, pur se scavato nel terreno, l'impianto è davvero fantastico.

Il mio posto è nel settore 500, l'ultimo in alto, in ultima fila. Non c'è posto più lontano dal campo. È lo scotto che dobbiamo pagare noi extra USA. Di fianco a me c'è l'inviato del Frankfurter Allgemeine, di fianco a lui due giornalisti di The Blitz Nation, magazine in lingua ispanica, non ho capito se messicano o comunque sudamericano. Dall'altra parte un paio di inglesi, un altro tedesco.
La vista, comunque, è ottima, a parte per un angolino della end zone vicina, dove poi verranno segnati due touchdown, che risulta nascosto dall'estremità del quinto anello. C'è però un tabellone mostruoso per seguire l'azione anche in quel punto del campo.

L'oculus, questo il nome del tabellone, ha una struttura simile al tabellone circolare già visto ad Atlanta, ma è decisamente più grosso. L'ovale appeso al soffitto incornicia tutto il campo ed ha una perfetta visibilità sia per chi sta in alto che per chi sta in basso, grazie alla sua caratteristica principale di essere double-face, cioè le immagini vengono visualizzate sia all'interno che all'esterno del circolo. Sembra di essere a casa con una TV 50 pollici. Vi butto lì qualche numero per farvi un'idea: sospeso a 40 metri di altezza, pesa 1000 tonnellate, il suo lato lungo misura 120 yard, ha un'area di 21300 metri quadri per un totale di 80 milioni di pixel, è equipaggiato con 1500 altoparlanti.

Giro un po' lo stadio prima che apra al pubblico, poi vado a mangiare qualcosa, così posso finalmente provare dal vivo i famosi hot dog del SoFi (che dicono essere i più cari ed i peggiori dell'intera NFL).
Sul prezzo, devo dire che pensavo peggio: 19 dollari per hot dog e pepsi nn è sicuramente economico, ma ho visato di peggio, contando che siamo al Super Bowl. Sulla qualità, lascio giudicare voi dalla foto. Tutti i cattivi pensieri che possono venirvi solo nel vederlo, vi assicuro che sono assolutamente confermati dall'assaggio.
Meno male che, poi, arriverà il solito cestino media della NFL, in cui i due panini saranno decisamente più mangiabili dello sgorbio chiamato hot dog.
I cancelli aprono al pubblico e lo stadio si riempie poco a poco. Fuori ci sono diversi intrattenimenti nell'area tailgate che tengono fuori ancora molte persone, ma l'atmosfera, all'interno dello stadio, comincia a farsi elettrica.
C'è una netta predominanza di arancio e nero, sugli spalti, e lo si percepisce chiaramente quando entrano in campo le squadre per il riscaldamento. All'ingresso dei Bengals un boato, mentre i Rams sono entrati in campo e manco me ne sono accorto. Va bene che la fanbase è da consolidare, che LA è dispersiva e tutto, però un po' più di sostegno me lo sarei aspettato.
L'attesa non è lunghissima, sul campo si susseguono le fasi di riscaldamento e poi gli intrattenimenti. Arriva il momento di Jhenè Aiko che canta "America the Beautiful", l'emozione inizia a salire, perchè subito dopo tocca a Mickey Guyton per "Star Spangled Banner" e, come tre anni fa ad Atlanta, è decisamente il momento più toccante ed emozionante. Il passaggio di rito dello U.S. Air Force Heritage Flight Team lo s vede dall'oculus, poichè il tetto impedisce la visuale, ma è interessante anche sapere che per questo passaggio sopra lo stadio è stato chiuso momentaneamente lo spazio aereo, e gli atterraggi su LAX sono stati momentaneamente messi in stand by. Non una cosa da poco in un aeroporto sulle cui quattro piste atterra un aereo ogni trenta secondi.
Pronti, via: si parte.
Della partita potete leggere QUI e QUI ma anche su Huddle Magazine, dove abbiamo dato una copertura che definire completa è un eufemismo.

Qui mi limito a dire di aver vissuto la partita in apnea, dovendomi anche trattenere per mantenere un contegno accettabile in tribuna stampa. Solo alla fine mi sono lasciato un po' andare mandando alcuni messaggi vocali in chat e ad un paio di persone che hanno sofferto con me per tutto il tempo.
La maledizione è stata interrotta, la Gazzetta di Mantova non è più ufficialmente una portatrice di malocchio (che anche Giovanni aveva visto perdere i suoi 49ers al Super Bowl di Miami), i Los Angeles Rams sono campioni del mondo, e ammetto che a novembre avevo perso ogni speranza così come a Gennaio, dopo la sconfitta con San Francisco, ero convinto che saremmo arrivati in fondo.
Finalmente i tifosi di casa si fanno sentire, mentre i Bengals lasciano mestamente gli spalti. Un'altra delusione per loro, ma hanno una squadra che, secondo me, resterà protagonista nei prossimi anni, se riusciranno a fare tesoro di questa esperienza.

Dopo aver visto la premiazione, mi avvio verso gli shop per comprare un po' di materiale celebrativo, ma con mia enorme sorpresa sono tutti chiusi. Hanno già sbaraccato tutto. Il merchandising dei campioni sarà pronto non prima di mercoledì. Io, però, l'indomani riparto per l'Italia, per cui tutti quelli che si aspettavano un souvenir resteranno delusi.
Lasco defluire le persone, poi scendo nel ventre dello stadio per andare nella zona delle conferenze stampa, dove si accalca una marea di persone che attendono McVay, Kupp e altri giocatori che, però, si fanno attendere. Staranno giustamente festeggiando nello spogliatoio. Nel mentre passano i giocatori dei Bengals già cambiati, lavato e rivestiti, con dei musi lunghi un chilometro.
Faccio in tempo a cercare di ascoltare McVay, ma quando mi rendo conto che è praticamente impossibile, desisto e torno in superficie (ma quante caspita di rampe di scale ci sono in questo stadio?!?). La partita è finita da iù di un'ora, le strade saranno un po' più libere, e prendere un Uber per il ritorno sarà più semplice.
E invece, questa è la scena che si presenta al pick up point di Uber...

sabato 26 febbraio 2022

Super Bowl LVI - Il prima

La partecipazione al Super Bowl LVI parte, come al solito, da molto lontano, e fino a poco tempo fa, non era assolutamente prevista. Come al solito questa maledetta pandemia ha sconvolto un po' tutti i piani e, in maniera del tutto inattesa, mi sono ritrovato su un aereo per Los Angeles il 10 Febbraio invece che il 5 novembre con gli USA ancora chiusi al turismo internazionale (avrebbero riaperto solo 3 giorni dopo).
Alla fine, non che la cosa mi dispiaccia, ovviamente, si tratta di un "ripiego" di lusso, ma dovrò andarci da solo, mentre a novembre sarebbe stato un viaggio con tutta la famiglia. Se contiamo, poi, che a novembre avrei visto perdere i Rams contro i Titans (e New Mexico State contro Utah State), direi che ci ho guadagnato il triplo, come minimo.

Saltato il viaggio di novembre, quindi, ci siamo subito mossi con obiettivo Super Bowl facendo richiesta di accredito che, con qualche difficoltà procedurale, è stato confermato subito dopo Natale: per la seconda volta avrei dunque assistito al Super Bowl dal vivo e scritto articoli di presentazione e resoconto per la Gazzetta di Mantova, il quotidiano più antico d'Italia ancora in edicola, essendo il suo primo numero uscito nel 1664 (lo stesso anno della Kronenburg: un caso? Io non credo...).

Gli ultimi giorni prima di partire sono stati un mezzo incubo, non solo per me, ma anche per chi mi era vicino. Dovendo fare un tampone il giorno prima di partire, mi sono praticamente isolato da tutto e da tutti negli ultimi quindici giorni per minimizzare il rischio di positivizzazione, proprio in un periodo in cui sembrava che bastasse uno sguardo per positivizzarsi, che avrebbe mandato tutto a monte. Non avrei potuto sopportare di dover rinviare il viaggio per l'ennesima volta a causa di un tampone positivo.
Non potete immaginare, quindi, il sollievo quando mi hanno comunicato l'esito del tampone il 9 febbraio, anche perchè, nel frattempo, si erano svolti i playoff, e per la NFC la squadra che si era qualificata al Super Bowl erano i Los Angeles Rams. Per la seconda volta, quindi, avrei visto la mia squadra in finale, con la speranza che andasse un po' meglio di Atlanta 2019, quando i Rams persero da "quelli là" dopo una partita pessima a cui si aggiunse anche uno dei peggiori half time show che la storia della NFL ricordi.
Anche dal punto di vista musicale, stavolta, le premesse erano decisamente migliori.

Insomma, alla fine il 10 febbraio si parte ed arrivo a Los Angeles fresco e riposato dopo solo 15 ore di volo via Francoforte. Cerco di passare la prima giornata in maniera da ammortizzare il fuso nel migliore dei modi, ma non c'è nulla da fare: alle 4 del mattino sono in piedi e non c'è verso di continuare a dormire. Sarà così fino al ritorno.
Il venerdì è la giornata clou. Al mattino alle 10 vado a ritirare l'accredito poi faccio un giro al centro stampa ed all'NFL Experience ancora chiusa al pubblico. Una cosa stupefacente. Quando ero andato ad Atlanta mi sembrava un parco giochi e poco più, invece qui, in pieno centro città, è una cosa fantascientifica, ed accanto ai soliti stand dove si può calciare un field goal, fare un percorso tra dummies, lanciare a palla nei bersagli e tutta una serie di attività divertenti, ci sono anche delle esposizioni di memorabilia spettacolari. Favoloso il cerchio degli anelli in cui sono esposti tutti gli anelli dei 55 Super Bowl fin qui giocati, ma anche il palco in cui si può fare una foto con il Vince Lombardi Trophy (quello vero, quello che sarà consegnato alla squadra vincitrice) è bellissimo.

Tra una diretta per Huddle Magazine ed una visita approfondita a tutti gli stand, compreso quello dove si svolge una dimostrazione pratica di come si costruisce un pallone, dall'unione dei pezzi di cuoio fino all'inserimento dei lacci, viene il primo pomeriggio.
L'intenzione era quella di andare a Cal Lutheran, sede di allenamento dei Rams, per assistere alla conferenza stampa in persona (l'unica. Le altre sono state tenute tutte n collegamento remoto) di Sean McVay ed altri otto giocatori. Il programma viene però stravolto dalle esigenze di Max Pircher, il ragazzo italiano che è attualmente nella practice squad dei Rams.
Avendogli richiesto un'intervista, purtroppo la sua disponibilità è solo per le due del pomeriggio e per solamente una decina di minuti, per cui a visita a Cal Lutheran salta, e faccio l'intervista a Max dal centro stampa. L'intervista viene trasmessa in diretta nella serata dedicata al Super Bowl da Huddle Magazine, ed è un vero successo, per cui è valsa la pena perdersi la conferenza stampa. Il pubblico italiano ha una vera e propria adorazione per Pircher. Rappresenta il sogno di tutti noi: essere in una squadra NFL, e se si conta che fino a quattro anni fa non sapeva cosa fosse il football, si può capire quale traguardo sia per lui essere nell'élite del football mondiale con la possibilità di entrare in campo dalla porta principale.
Espletate le formalità "giornalistiche", faccio un giro per downtown in attesa che venga l'ora di trasferirsi al Media Party, che la NFL ha organizzato per la serata del venerdì nientemeno che agli Universal Studios.
Un efficientissimo servizio navetta ci porta agli Universal Studios da uno dei due alberghi dedicati ai media, dribblando con maestria il proverbiale traffico di Los Angeles, ed in men che non si dica, ci ritroviamo in questa immensa struttura dove sono stati girati (e si girano attualmente) film famosissimi e serie TV di successo e che è stata trasformata anche in parco divertimenti.
La struttura viene chiusa al pubblico e riservata solo ai media accreditati per il Super Bowl, con attrazioni, bar e ristoranti a completa disposizione e completamente gratis. Non oso pensare a quanto abbia speso la NFL per ottenere una cosa del genere...
Gli Studios sono bellissimi. Prendo il trenino che in un'ora fa il giro degli Studios portandoti in tutti i luoghi più importanti condendo la visita anche con alcune attrazioni da vivere sul treno con occhialini 3D ed effetti speciali che le rendono particolarmente intense.
Passiamo dall'essere in mezzo ad una lotta tra dinosauri e King Kong sul set di Jurassic Park, con tanto di spruzzi d'acqua a simulare la bava dei dinosauri che cercano di "addentare" il trenino, ad un terremoto in una stazione della metropolitana con un convoglio che deraglia e si ferma a pochi centimetri da noi, ad un folle inseguimento per le vie di Los Angeles tra spari e cannonate con The Rock. Molto molto bello. E pensare che quando ero stato a Los Angeles nel 2018 avevo scartato a priori la visita agli studios, ritenendoli una versione più grande di altri parchi visti in Italia e in Europa. Invece è tutta un'atra cosa, e vale il prezzo (alto) del biglietto che si pagherebbe, se non fosse che sono qui completamente gratis.
Finito il giro è ora di cenare, e cosa c'è di meglio che andare a Springfield con I Simpson e mangiare un po' di pollo fritto?
Torno a casa un po' stanco ma decisamente soddisfatto. Il sabato mi aspetta un po' di svago, perchè non ci sono eventi ufficiali, e ne approfitto per fare un po' di shopping e visitare The Grove, un vecchio deposito di tram trasformato in centro commerciale nel quale si muove un tram d'epoca che porta i passeggeri in giro da un capo all'altro del centro.

Mi devo preparare per la partita: domani sarà il grande giorno. Vado a dormire per svegliarmi puntualmente alle 4 del mattino...

martedì 26 febbraio 2019

Super Bowl LIII Atlanta - 3

Le quattro ore e mezza che ci separano dalla partita passano abbastanza in fretta, tra una chiacchiera con Massimo Oriani, giornalista della Gazzetta dello Sport mio vicino di posto e, con me, unico italiano presente in tribuna stampa, ed un paio di incursioni nei corridoi dello stadio, cercando di fare lo slalom tra la gente in fila per mangiare, per fare un giro turistico dell'impianto ed andare fino alla parete trasparente per ammirare il panorama. Non manca la classica puntatina in bagno per espletare le funzioni fisiologiche e scoprire che sopra gli orinatoi a muro sono installati dei televisori a led per far sì che nemmeno durante l’espletamento uno corra il rischio di perdersi un’azione importante della partita. Resta da capire in quanti, guardando lo schermo, perdano la mira e la facciano dappertutto. Sarà anche per questo che gli orinatoi sono più larghi ed alti della media a cui siamo abituati.
Ogni tanto cerco anche di fare quelle dirette Facebook promesse ai lettori di Huddle Magazine, ma la situazione del wi fi interno allo stadio è tragica. La rete viene utilizzata da tutti e quindi è presa d’assalto. Il risultato sono una banda ridotta e delle frequenti disconnessioni che mi impediscono anche solo di pensare di fare delle dirette di più di trenta secondi.
Man mano che l’orologio si avvicina alle 18 la tensione sale, e non solo per la partita, ma proprio per l’evento in sé. Gli spalti sono ancora mezzi vuoti, ma si riempiranno negli ultimi minuti, poco prima che Gladys Knight inizi a cantare l’inno americano.
Ed è in quel momento che, tutti in piedi,  con la mano sul cuore ad ascoltare Star Spangled Banner, che l’emozione mi assale, perché quel particolare istante, visto e rivisto in televisione 38 volte, alla 39esima volta sono lì, dal vivo, a coronare un sogno che qualsiasi appassionato di football ha: vedere un Super Bowl dal vivo.
E’ vero, la partita si vede molto meglio in televisione, soprattutto con la tecnologia moderna, ma da buon appassionato di stadio, la partita dal vivo è tutta un’altra cosa, un’emozione che chi sta a casa non riesce a vivere ed a comprendere appieno, anche se la partita, come poi succederà, non è proprio una delle più spettacolari della storia. Essere in mezzo alla gente, soffrire, gioire, esultare ed imprecare assieme a loro è un’esperienza impareggiabile che nessuna trasmissione televisiva, anche quelle alla massima definizione, ti può dare. Il boato del pubblico alla ricezione di Gronkowski che prepara il touchdown decisivo, ma anche quello, più ridotto per ovvi motivi di disparità numerica, in occasione del field goal di Zuerlein che impatta momentaneamente lo score dopo tantissima fatica, ti entrano nelle ossa e ti lasciano un brivido dentro che durerà per molto tempo. In quel momento ti rendi conto di essere davvero parte dell’evento.
Devo ammetterlo: durante l’inno ho avuto un momento di reale commozione totalmente inaspettato. Vuoi l’emozione, vuoi la stanchezza, vuoi tutto il contorno, ma mentre una piccola lacrima sgorgava dal mio occhio destro, ho dovuto appoggiarmi al tavolo della postazione stampa per non afflosciarmi sul seggiolino come una pera cotta.
Come detto, la partita non è stata granché spettacolare, ma è stata comunque intensa, soprattutto per chi, come me, aveva un interesse specifico in una delle due squadre. Vedo anche, nella fila dietro alla mia, un paio di giornalisti che delle norme etiche se ne sono ampiamente fregati. Tappati dalla testa ai piedi con abbigliamento Patriots, urlano e sbraitano come tifosi normali. Mi sbaglierò, ma difficilmente riavranno un accredito per il prossimo Super Bowl.
Io, invece, sono stranamente tranquillo, anche quando vedo che la partita non si mette bene per i miei Rams. Commento con Oriani le azioni di gioco, il che mi aiuta a stemperare un po’ la tensione. Siamo su sponde opposte, ma anche lui si comporta in maniera impeccabile, limitandosi a qualche “pugnetto” di esultanza molto discreto, in occasione di azioni favorevoli a New England.
Alla fine perdiamo, ma non sono arrabbiato più di tanto. Avevo patito molto di più la sconfitta del 2001, che ancora adesso non ho digerito del tutto. Oh, intendiamoci, non che fossi contento, eh? Del resto uscendo dallo stadio incrocio un tifoso dei Patriots esagitato che dà il cinque a tutti quelli che incontra, e quando tocca a me lui mi dà il cinque tutto esaltato gridando “Super Bowl Champs!!!”, ed io ricambio il suo cinque con un bel “Vaccagare coglione” di cui mi pento quasi subito.  Del resto hanno vinto, cosa devono fare? Stare zitti e tornare a casa? E’ naturale che festeggino e siano esaltati.
Io invece saluto Oriani ed esco abbastanza in fretta dallo stadio dirigendomi verso la stazione della metro per raggiungere l’aeroporto. Mi aspetta un’altra notte sulle poltroncine del terminal, ed ho solo voglia di mettermi comodo da qualche parte, mangiare un boccone e scrivere gli articoli per la Gazzetta di Mantova, che martedì farà uscire un altro paginone a mia firma con il resoconto della partita e dell’halftime show. Già… l’Halftime Show. Al pari dell’inno, anche quello era un momento
sempre vissuto in televisione che invece aspettavo con ansia di vivere in diretta, ma la performance dei Maroon 5 più Travis Scott più Big Boi è stata talmente imbarazzante che, al di là delle comparse a bordo palco, sugli spalti quasi nessuno ha partecipato o applaudito all’esibizione. Un vero fiasco.
Passo i controlli, vado al terminal dal quale dovrebbe partire il mio volo il mattino successivo e, dopo aver cenato rapidamente, mi metto al lavoro sul tablet. Facile a dirsi, ma difficile a farsi. Calata la tensione, mi arriva improvvisamente addosso tutta la stanchezza di questi due giorni, sommata alla notte in aeroporto a New York nella quale ho dormito a spizzichi e bocconi. Tra un abbiocco e l’altro, riesco a finire i pezzi che dovevo scrivere ed inviarli ad Alessandro (che dovrà correggere un paio di strafalcioni epocali…) e mi rimetto a dormire sui comodi (!!!) seggiolini del terminal South.
Il viaggio di ritorno include una tappa a Boston, e ciò significa che il volo da Atlanta, strapieno, comprenda 130 persone: 129 tifosi dei Patriots ed io. Che bella compagnia!!!
Il rientro si compie senza troppi intoppi, ma dura comunque due giorni tra Boston, Londra e Torino, ed alle 19:30 del martedì sono nuovamente a casa. Stanco morto ma felice. Un'altra voce dalla mia bucket list è stata depennata, e questa esperienza me la porterò nel cuore per sempre.
Non sono nemmeno troppo arrabbiato per la sconfitta: il fantastico viaggio ha ampiamente superato la delusione per il risultato, e comunque sono abbastanza convinto che questi Rams sono lì per restarci, e non torneranno nell’oblio tanto presto né tanto facilmente. Magari avrò nuove occasioni per replicare il viaggio, possibilmente con un po’ più di tranquillità per viaggio e pernottamenti e, magari, riuscendo a portare con me anche il resto della famiglia, che ho visto così contenta per me che mi è davvero dispiaciuto lasciarli a casa.

lunedì 25 febbraio 2019

Super Bowl LIII Atlanta - 2

Arrivo in centro ad Atlanta e mi dirigo verso l’hotel designato per il ritiro dell’accredito, che finalmente entra in mio possesso senza ulteriori problemi. L’albergo, Il Marriott Marquis, ha un’architettura particolare sia esternamente che internamente. E’ anch’esso addobbato a festa ed è uno dei due alberghi riservati ai media, nel quale si sono tenuti diversi eventi durante la settimana.
Sono solo le dieci del mattino, per cui decido di fare un giro nella città che inizia lentamente a rianimarsi dopo la notte di sabato in cui, ho letto, il centro è stato letteralmente invaso da gente festante. La colazione da Starbucks mi dà immediatamente l’esatta percezione di come sarà la giornata: il locale è pieno, ci sono una trentina di persone e nella mezz’ora che starò lì ne arriveranno circa un’altra trentina, e la percentuale di tifosi è decisamente sbilanciata in favore dei Patriots, oserei dire in proporzione di uno a sette se non di più. Io sono abbastanza anonimo, perché teoricamente in tribuna stampa non si può portare abbigliamento di una delle due squadre, ed è caldamente consigliato tenere un atteggiamento neutrale ed evitare di essere troppo tifosi. Tutto sommato per me non è un problema (per altri che vedrò vicino a me allo stadio nemmeno, ma in tutt’altro senso), però un po’ mi piacerebbe poter girare per la città con i colori della mia squadra addosso. Accontentiamoci di essere al Super Bowl, che è già tanta roba, come dicono quelli che parlano bene.
I cancelli dello stadio apriranno alle 14, ma decido comunque di dirigermi in zona per vivere un po’ l’evento fuori dai cancelli, e mai decisione si rivela più azzeccata.
Arrivo verso le undici e mezza, ma c’è già un bel po’ di gente. Nel tragitto verso lo stadio passo a fianco dell’albergo dei Patriots, con tutta una fila di autobus riservati ai giocatori ed ai loro familiari già in attesa per portarli allo stadio.
Mi imbatto anche in gipponi dell’esercito con tre o quattro soldati con fucili mitragliatori a presidiare gli angoli delle strade, e vicino allo stadio vengo superato da due auto apparentemente normali che si fermano poco più avanti e dalle quali scendono un paio di energumeni in uniforme tattica che aprono il bagagliaio e tirano fuori dei cosi neri che hanno tutta l’aria di essere delle custodie di armi militari. Lo spiegamento  di forze è davvero imponente, e quello che si vede alla luce del sole è una minima parte di quello che invece è dislocato in diversi punti nevralgici e di cui ti accorgi, e non sempre, solo quando ci passi di fianco.
Purtroppo la connessione telefonica non migliora nemmeno in centro città. Scoprirò poi, una volta tornato, che il mio telefono supporta tutte le bande possibili ed immaginabili tranne quelle che servono negli USA per 3G e 4G. Bene ma non benissimo, direi.
Lo stadio si trova all’interno del parco olimpico, di fianco a dove sorgeva il vecchio Georgia Dome, ora abbattuto e trasformato in parcheggio ed area tailgate.  A proposito di tailgate, nell’impossibilità di farne uno vero e proprio nella migliore tradizione americana con i tifosi che arrivano su pickup giganteschi dai quali tirano fuori gazebo e barbecue che farebbero invidia a tanti nostri “barbecuisti” (esiste? Boh… al massimo esiste da questo momento) della domenica, la NFL ha predisposto una Fan Area del tutto simile a quella allestita solitamente a Londra in occasione delle partite dell’International Series, solo molto più in grande.
Un palco di ESPN con una trasmissione in diretta, un altro palco con la riproduzione gigante del Lombardi Trophy e mille altre attrazioni ed intrattenimenti per i tifosi, rendono questa zona fittamente popolata già tre ore prima dell’apertura dei cancelli. Denominatore comune di questa folla, è l’estrema voglia di divertirsi partecipando ad uno degli eventi più esclusivi del pianeta, a livello sportivo. Niente tensioni, niente ubriachi, niente eccessi, solo tanta gente che fa festa e una marea di vibrazioni positive. In questo clima persino i tifosi dei Patriots mi sembrano più simpatici del solito.
Lo stadio da fuori è uno spettacolo. L’architettura tutta spigoli è splendida, ed il falco gigante di fronte all’ingresso principale è bellissimo. Peccato non riuscire a fotografarlo per bene, da una parte per la troppa gente che c’è intorno, dall’altra perché il mio ingresso è un altro, e non posso avvicinarmi più di tanto a quello principale. I tifosi vengono incanalati in maniera molto organizzata ma anche molto rigida. Se sul biglietto c’è scritto che devi entrare dal gate 1, non ti puoi presentare al gate 5, perché tanto ti rimandano indietro al prefiltraggio, e l’accredito media vale a poco: devo obbligatoriamente passare per il mio ingresso dedicato.
Decido di entrare al centro stampa ed attendere lì l’apertura dei cancelli. Salto quindi la fila dei tifosi che sono già in attesa dell’entrata e mi dirigo all’ingresso media, dove una serie di steward, estremamente gentili e disponibili ma altrettanto fermi nelle loro direttive, mi guidano al check point, dove vengo perquisito peggio che all’aeroporto. Ispezione visiva dello zaino, perquisizione personale da parte di un addetto, prima al tatto e poi con un metal detector manuale ed infine il metal detector classico, oltre ai raggi x per lo zaino. Efficienza, cortesia, sorrisi, determinazione sono le caratteristiche di questo processo a cui tutti devono sottoporsi. Vado con il pensiero a quando entro allo stadio a Torino, e non posso fare a meno di constatare a quanti anni luce di distanza siamo, in queste procedure.
Una volta dentro, mi spiaggio su una sedia dell’enorme centro stampa, un locale delle dimensioni di una palestra scolastica (bella grossa) dotato di tavoli, sedie e collegamenti rete che può ospitare, ad occhio e croce, almeno 400 postazioni di lavoro. Nel padiglione a fianco sta per iniziare il Super Bowl Party, una serie di concerti che andrà avanti fino al kickoff ed al quale assisteranno migliaia di persone, per cui la sala stampa, al momento deserta, è una piccola isola di quiete.
Dopo essermi riposato un po’ (la notte in aeroporto inizia a farsi sentire), mi avvicino allo stadio passando per l’immenso NFL Shop dove si possono trovare i gadget dell’evento. Un po’ deludente l’assortimento disponibile e soprattutto i prezzi. Prendo due cappellini ed un programma della partita per degli amici e la strisciata della carta di credito recita 100$. Alla faccia!!!
Per contro il cibo costa davvero poco, ed anche all’interno dello stadio sarà possibile mangiare a prezzi molto bassi rispetto agli standard degli stadi americani e soprattutto rispetto ai prezzi di tutto il resto in occasione del Super Bowl.
Tra una cosa e l’altra si fanno le 14, ed è finalmente ora di entrare allo stadio. L’ingresso avviene in maniera molto fluida e veloce, anche perché ormai il grosso dei controllo è stato fatto al prefiltraggio, per cui basta solo aprire lo zaino e dare una controllatina sommaria. Inizio a prendere una scala mobile dopo l’altra, perché il mio posto assegnato è nel settore 335, l’ultimo in alto. Dopo un paio di indicazioni da parte degli steward giungo finalmente alla mia postazione, in penultima fila, e mi aspetto di dover usare il binocolo per vedere il campo, ma quando mi giro e mi appare in tutta la sua maestosità e bellezza questo stadio super moderno, mi rendo conto che pur essendo in piccionaia la visione del campo è praticamente perfetta, ed in effetti durante la partita avrò bisogno poche volte di guardare lo schermo gigante anziché il campo.
Lo stadio è stupendo, il cerchio che contorna la parte semovente del tetto contiene un tabellone LED circolare spettacolare, e la parete in fondo all’end zone opposta a quella vicina a me è trasparente, in maniera che si possa vedere lo skyline della città, tanto che sembra quasi di essere in vetrina con vista sulla città.

domenica 24 febbraio 2019

Super Bowl LIII Atlanta - 1

Sono passate poco meno di tre settimane dal Super Bowl di Atlanta del 3 febbraio scorso, le emozioni si sono placate, i ricordi stanno sedimentando ed è il momento giusto per un riepilogo, a metà tra il racconto ed il bilancio, dell’incredibile esperienza di vedere un Super Bowl dal vivo con la tua squadra del cuore impegnata sul campo.
L’inizio della storia risale alla sera del 28 dicembre scorso, quando ricevo una telefonata da Alessandro che mi dice “ti ho inoltrato una mail, guardala bene anche tu, ma mi sembra che ci abbiano concesso l’accredito per il Super Bowl”. Il momento non era certamente dei più indicati. Da qualche giorno facevo la spola tra casa, lavoro e Pronto Soccorso, e l’umore non era sicuramente quello delle feste natalizie, e quella telefonata fu un piccolo squarcio di luce nella cappa di buio profondo nella quale ero mio malgrado precipitato l’antivigilia di Natale.
Diviso a metà tra le preoccupazioni personali e l’entusiasmo di un bambino, una volta tornato a casa ed aver confermato ad Alessandro che si, in effetti la mail era proprio la conferma dell’accredito stampa per la Gazzetta di Mantova che aveva richiesto a mio nome ad inizio novembre, mi metto subito all’opera per organizzare il viaggio.
Sarà purtroppo solo una toccata e fuga, un po’ per contenere i costi, visti i prezzi dei pernottamenti ad Atlanta in periodo Super Bowl, ed un po’ perché non è il caso che proprio in questo momento stia via da casa troppo tempo, visto che le cattive notizie dall’ospedale potrebbero arrivare da un momento all’altro.
L’itinerario prevede la partenza sabato mattina 2 febbraio da Torino alla volta di Londra da dove, dopo aver effettuato un cambio di aeroporto da Gatwick a Heathrow, viaggerò alla volta di New York, per poi prendere il volo per Atlanta la mattina successiva ed atterrare in Georgia alle 8:30 del giorno del Super Bowl. Pernottamento ad Atlanta presso una struttura stranamente ad un prezzo abbordabile, comoda con MARTA (la metropolitana locale) sia per l’aeroporto che per lo stadio, e ripartenza lunedì mattina alle 7:00 verso Boston, da dove lunedì sera sarei ripartito per Londra per poi cambiare nuovamente aeroporto e tornare finalmente a Torino nel tardo pomeriggio di martedì 5 febbraio.
Una notte in aeroporto a New York, una notte in un residence ad Atlanta e la terza notte in volo. Il ritorno in ufficio mercoledì mattina si prospettava particolarmente devastante.
Con tutto ben organizzato nei minimi dettagli, non restava che attendere il gran giorno della partenza e godersi i playoff NFL nella speranza che davvero i miei Rams riuscissero nell’impresa di arrivare in finale.
I giorni passavano con una lentezza esasperante, e l’unico diversivo nella settimana precedente la partenza era il lavoro per la composizione della pagina di presentazione del Super Bowl da pubblicare sulla Gazzetta di Mantova. Per me, giornalista per assoluto diletto, è stata una grande emozione vedere il mio nome in fondo agli articoli su un giornale vero e la scritta “dall’inviato” in apertura. Peccato solo per Trump che, decidendo di terminare lo shutdown governativo proprio qualche giorno prima del Super Bowl, ci abbia privato di una delle più belle aperture di articolo che la storia del giornalismo ricordi (o quasi, dai… concedetemelo…).
Prima di partire inizia a prendermi l’ansia per qualsiasi cosa possa andare male, da un ritardo nei voli ad una cancellazione per il meteo che in quei giorni negli USA non è molto clemente, o per qualsiasi altra cosa potesse andare storta come, ad esempio, l’impossibilità di ritirare l’accredito.
Già, perché il lunedì precedente la partenza arriva la solita mail con tutte le informazioni necessarie per i giornalisti accreditati, tra cui le modalità di ritiro dell’accredito. Sembra una stupidaggine, ma il rilascio dell’accredito stampa deve sottostare a delle regole ferree come, ad esempio, il background check da parte della FBI, ed il ritiro può avvenire solamente di persona, dietro presentazione di un documento valido, in un certo orario al centro stampa. Solitamente (come succede per le partite di Londra, ad esempio) lo si può ritirare il giorno stesso della partita, ed è quello che ho in mente di fare, senonché quest’anno, per motivi che poi comprenderò dopo, il ritiro il giorno della partita non sarà possibile.
Panico. Come fare? Prendere un aereo da New York la sera del sabato per Atlanta è impensabile, e comunque arriverei ben oltre l’orario di apertura del ritiro accrediti. Fortunatamente La NFL si accorge che il giorno della partita ci sono diversi giornalisti che devono ritirare il proprio accredito, e dopo qualche giorno (il venerdì…) arriva la conferma che sarebbe stato possibile ritirare l’agognato tagliandino anche la mattina della domenica, non più tardi delle 10:30, in un albergo del centro città.
Scampato il pericolo dell’ultimo momento, venerdì pomeriggio mi preparo lo zainetto e finalmente, il sabato mattina, saluto moglie e figlio all’aeroporto di Caselle ed inizio la maratona di Atlanta.
Il viaggio di andata, nonostante i miei mille timori, si svolge senza il minimo intoppo, ed anche l’immigrazione a New York, dove in altre occasioni ho impiegato fino a due ore aspettando il mio turno, avviene con una rapidità estrema.
Dopo una notte sdraiato sulle poltroncine del Terminal A del JFK, salgo sull’aereo delle 6 per Atlanta e poco più di due ore dopo poso piede nella città della Georgia.
Ci sono. Sono arrivato in tempo utile senza intoppi, nulla e nessuno può più fermare la mia avventura.
L’aeroporto di Atlanta è vestito a festa. Cartelloni con logo e colori del Super Bowl dappertutto, ed una moltitudine di volontari che si offrono per dare informazioni ed assistenza, oltre ad obbligarti (in pratica) a farti un selfie con una cornice con il logo dell’evento.
Tutti molto ospitali, tutti molto premurosi, tutti sorridenti. Per un attimo mi sembra di tornare indietro a Torino 2006, quando la magia olimpica baciò la mia città e rese indimenticabili due settimane di Febbraio.
Il telefono fatica a prendere il segnale 4G o 3G, riuscendo a connettersi solamente alla rete GSM normale, con i dati in EDGE, assolutamente non sufficiente per la connessione ad internet. Poco male, il Wi-Fi gratuito dell’aeroporto prima e di MARTA poi, risolvono alla grande il problema. Tanto poi in centro città sicuramente la ricezione migliorerà.
Intanto quello che non migliora è la mia già precaria situazione di viaggio. Tra le mail scaricate alla connessione, infatti, ce n’è una di Booking che cancella la mia prenotazione della notte nel residence di Atlanta perché “la struttura non raggiunge i requisiti minimi dei nostri standard”. In altre parole “te stavano a fregà li sordi”. Ecco perché aveva un prezzo conveniente.
Efficientissimo, il servizio di Booking, mi ha risparmiato una truffa, ma ora sono senza una stanza per la notte, ed ovviamente a meno di 400 dollaroni non si trova nulla, nemmeno su airbnb. Mi rassegno ad una seconda notte ospite delle panche dell’aeroporto di Atlanta, sperando siano più comode di quelle del JFK.

giovedì 25 maggio 2017

Bentornato a casa Toro.

Vent'anni. Abbiamo aspettato vent'anni di poter tornare a casa, dopo che le ruspe maledette avevano fatto scempio di un pezzo di storia. Si preserva tutto, in Italia, paese in cui un vincolo delle Belle Arti non si nega a nessuno, tranne che al campo della leggenda. Campo...

Filadelfia! Ma chi sarà ‘l vilan
a ciamelu ‘n camp? Jera ne cuna
‘d speranse, ‘d vita, ‘d rinasensa,
jera sugnè, criè, jera la luna,
jera la strà dla nostra chersensa.
(Grazie a Teo per la foto che gli ho "rubato" da Facebook)
Per ovvi motivi anagrafici non ho potuto vivere il Fila degli Invincibili, la tromba di Oreste Bolmida, le maniche arrotolate di capitan Valentino. Ho vissuto però il Fila dello scudetto e dei cinquanta punti, delle annate in cui un grande Giacomini cavava il sangue dalle rape (averle oggi, quelle rape!!!) cresciute proprio su quel campo, della retrocessione e della rinascita con la finale di Amsterdam.
Un giorno di primo inverno, era il 1977, ero nel cortile ghiaioso completamente deserto, con in mano la mia copia di "Profondo Granata", il libro di Salvatore Lo Presti, Avevo raccolto le firme di Claudio e Patrizio Sala, Castellini, Santin, Graziani, Zaccarelli, Salvadori, Caporale, Mozzini, Pulici. Ogni foto di quel libro era regolarmente e religiosamente firmata dal protagonista. Ne mancava una: quella di Radice, che non usciva dagli spogliatoi. Rimasi lì anche quando venne buio, e quando il Mister uscì, si trovò di fronte un quattordicenne infreddolito, con le labbra viola, il libro in una mano e la penna nell'altra.
C'eravamo solo più io e lui (ed i custodi, ovviamente). Nello spazio bianco sopra la foto, avevo disegnato due scudetti con il numero 8 all'interno, ed avevo scritto "Tutti con te, Radice!". Era uno striscione che campeggiava al Comunale. Chissà cos'avrebbe pensato, il Mister, qualche anno dopo, vedendomi in curva a fine di una partita persa malamente in un anno balordo, a tenere un lembo dell'enorme striscione che recitava "Radice Maccarone Vattene". Perchè la Maratona non risparmiava nessuno. A torto o a ragione.
Con una gentilezza estrema mi mise una mano in testa, mi chiese come mi chiamavo e mi fece una bella dedica sulla sua foto che prendeva tutta una pagina. Mi allontanai felice come non mai, nell'eco dei miei passi scricchiolanti sulla ghiaia del cortile del Fila, il cui portone si chiuse alle mie spalle quando uscii.
Un'altra volta, qualche mese dopo, primavera 1978, ero tornato a casa in fretta e furia da scuola per mangiare e poi correre al campo per la partitella del giovedì contro la Primavera.
Assieme ad altri gagnu, alla fine della partitella ci piaceva infilarci in un buco della rete, passando per il campo dietro alla porta di sinistra rispetto alla tribuna, per metterci sulle gradinate dove in teoria nessuno poteva stare. Facevamo i raccattapalle recuperando i palloni che finivano oltre la porta durante le sessioni supplementari di tiro che Pulici e Graziani, ma anche altri, solevano effettuare a fine allenamento. In una di quelle occasioni Castellini si procurò una piccola distorsione alla caviglia (nulla di grave, la domenica successiva sarebbe stato regolarmente al suo posto tra i pali), e venne a sedersi sugli spalti vicino a noi, massaggiandosi la caviglia. Ovviamente noi due o tre che eravamo andammo subito da lui per "sincerarsi delle sue condizioni", ed il Giaguaro era tutt'altro che infastidito da questi tre mocciosi che si atteggiavano a grandi esperti di distorsioni. "Vedrai che non è niente", "Domenica giochi sicuro!!".
E poi i mille raduni precampionato, le partite della Primavera, i derby con la tribuna stracolma ed i gobbi intimoriti. Quelli sugli spalti e quelli in campo. E dopo le partite al Comunale, via al FIla ad aspettare i gicatori, per applaudirli (o anche contestarli, nel caso).
E la partenza per Amsterdam, con tante speranze sul quel pulmann maledetto, che il giovedì successivo ci scaricò nuovamente di fronte al Tempio stanchi, provati e delusi, ma maledettamente orgogliosi della maglia che avevamo addosso.
Non sono andato, oggi, all'inaugurazione ufficiale. Andrò sabato. Non è importante quando.
L'importnate è che la casa del Toro sia nuovamente aperta. Ora basta solo più che torni il Toro.

mercoledì 4 gennaio 2017

Eric Dickerson, 248 yard e le rotaie del tram.


Nel 1985 i Los Angeles Rams erano tutt'altra cosa rispetto a quelli di oggi. In squadra c'era un fenomeno come Eric Dickerson, che aveva chiuso la stagione con sole 1234 yard in 14 partite. Quell'anno Dickerson saltò il training camp e le prime due partite della stagione per una disputa sul contratto, che voleva ritoccare a seguito del favoloso record di yard corse in stagione nel 1984 (2105, resiste tuttora...).
C'era però anche gente del calibro di Henry Ellard e Ron Brown a ricevere i palloni di Dieter Brock, Dale Hatcher e Mike Lansford a calciare punt e field goal, Kevin Greene (hall of famer proprio dallo scorso Agosto), Nolan Cromwell e LeRoy Irvin a difendere.
Insomma, gente di spessore, che contribuì alla vittoria della division con un record di 11-5, davanti agli odiati Niners che, in quel periodo, erano al loro massimo splendore.
Non mi scorderò mail il 4 gennaio del 1986, giorno in cui i Rams affrontavano nel Divisional Playoff i Dallas Cowboys, guidati da nomi come Danny White, Tony Dorsett, Tony Hill, Everson Walls e Ed "Too Tall" Jones.
All'epoca non esisteva Sky, nè tantomeno Internet con il Game Pass o gli streaming, per cui era praticamente impossibile vedere i playoff live. Era già tanto se si riusciva a vedere il Super Bowl, che comunque trasmetteva Canale 5 in diretta in Lombardia ed in differita di 24 ore per il resto d'Italia.
L'unico modo per seguire in diretta le partite era la radio delle Basi NATO, l'American Forces Network, che a Torino si captava con qualche difficoltà sugli 853 AM.
Sentire si sentiva bene, ma per un fenomeno fisico il cui nome preciso ora mi sfugge, le onde radio venivano periodicamente ricoperte da quelle di una radio spagnola che presumibilmente trasmetteva sulla medesima frequenza. Era frustrante seguire un drive fino in red zone per poi sentire l'audio americano affievolirsi mentre entrava la radiocronaca di una partita di calcio spagnola, e quando tornava l'audio americano non si sapeva mai come l'azione precedente fosse terminata.
Il 4 gennaio del 1986 era un sabato, e non c'erano le solite partite della Primera Division spagnola che si accavallavano alle radiocronache NFL, ma il segnale era comunque disturbato e persi del tutto il Field Goal con cui Lansford portò in vantaggio i Rams 3-0 nel primo quarto.
Che fare? La partita era un supplizio da ascoltare in quella maniera. Ma non c'era altro modo.
O forse si.
Mi ricordai che un paio di settimane prima, tornando a casa per cena, stavo ascoltando con l'autoradio le partite delle 19, e mi trovavo in coda in Via Cibrario. Non si andava avanti, non ricordo più il motivo, ma sta di fatto che restammo fermi almeno venti minuti, durante i quali il segnale della radio aveva mantenuto una sorprendente qualità, e le interruzioni della radio spagnola erano meno frequenti e decisamente più brevi.
Ebbi l'illuminazione di uscire di casa (si, va bene, era quasi mezzanotte, ma stavano giocando i Rams, che diamine!!!) e salire sulla mia fida Mini Minor granata, col fondale scassato e la radio che avevo installato, da solo, qualche mese prima.
Andai alla ricerca delle rotaie della linea 16, che è una circolare, deciso a seguire le rotaie (ed i relativi fili del tram) fino a partita finita. Arrivai in via Di Nanni, ed effettivamente la radio si sentiva molto meglio di quanto non si sentisse a casa. Era fatta!!! Non so per quale motivo, se ce n'era uno, ma stando sotto i fili del tram la ricezione migliorava assai.
Bastava seguire la circolare e via.
Rallegrandomi per la mia geniale intuizione, arrivai al fondo di via Di Nanni, e lasciai momentaneamente le rotaie per seguire la svolta su corso Peschiera e continuare a seguire le rotaie.
Intanto era iniziato il secondo tempo ed avevo appena ascoltato l'azione con cui Eric Dickerson, con la prima corsa della ripresa, aveva infilato la difesa dei Cowboys per 55 yard. 10-0. Woooohhh-hoooo!!!!
Appena girato in corso Peschiera, però, capii che c'era qualcosa che non andava. Il tram correva in sede protetta, per cui non potevo stare sotto i fili elettrici, e la radio si sentiva nuovamente malissimo.
La radio spagnola mi impedì di sentire che sul kickoff successivo alla segnatura i Cowboys commisero un fumble ricoperto dai Rams e Lansford calciò il 13-0.
Dovevo trovare una soluzione, anche perchè dopo Corso Peschiera/Einaudi, il tram tornava su strada per corso Sommelier e via Valperga, ma poi rientrava in sede protetta al Valentino e ne usciva molto dopo per rientrare quasi subito in sede protetta su corso Regina e poi corso Tassoni. La linea 16 era circolare, ma non andava bene.
Rapido dietrofront e corsa a cercare via Nicola Fabrizi, dove passava il 2. Quella linea andava bene: potevo seguirla fino in Piazza Campanella, fare il giro, e riprendere dall'altro verso fino in Piazza Statuto, dove avrei potuto nuovamente invertire la marcia e tornare verso Piazza Campanella.
Ottimo.  Missione compiuta. Ero arrivato in via Nicola Fabrizi giusto in tempo per gli ultimi otto minuti del terzo quarto, e così, facendo la spola tra Piazza Campanella e Piazza Statuto, riuscii a seguire tutto il resto della partita, compreso il touchdown da 40 yard che Dickerson piazzò nel quarto periodo a suggellare il 20-0 con cui spazzammo via i Dallas Cowboys per qualificarci alla finale di conference.
In quella partita Dickerson corse ben 248 yard, che è ancor oggi il record NFL per una partita di playoff.
Tornai a casa poco prima delle 2 di notte, e vi risparmio la faccia dei miei genitori quando gli spiegai come mai fossi uscito a quell'ora e dove fossi stato.
Era oggi, esattamente oggi trent'anni fa.

lunedì 14 aprile 2014

Un esempio da seguire.

Il 15 aprile del 1989, in occasione della semifinale di FA Cup tra Liverpool e Nottingham Forest che si disputava sul campo neutro di Sheffield versante Wednesday, si compì la più grande tragedia che il calcio inglese ricordi. Novantasei tifosi del Liverpool trovarono una tragica fine schiacciati ed asfissiati contro le reti di recinzione per l’enorme calca che si venne a creare nella tribuna riservata ai tifosi dei Reds a seguito di un sovraffollamento del settore (la facciamo breve e semplifichiamo tantissimo perché non sono le cause l’argomento principale di questo post).
Sui campi di tutta l’Inghilterra vi sono state delle celebrazioni particolari. Minuti di silenzio in cui non si sentiva volare una mosca. Partite iniziate con sette minuti di ritardo (quella partita, iniziata senza che nessuno si accorgesse di cosa stesse succedendo, fu sospesa al sesto minuto di gioco). 96 seggiolini lasciati vuoti nelle tribune di molti stadi.
La tragedia di Hillsborough è una tragedia di tutti, non solo dei tifosi del Liverpool (che comunque ne celebrano la ricorrenza puntualmente ogni anno con varie iniziative). Il calcio inglese si stringe unito attorno ai propri morti in una maniera che, come in altri campi e settori, noi italiani non riusciamo nemmeno lontanamente a pensare.
Sono nato e cresciuto nella città che ha subito le due più grandi tragedie sportive italiane: Superga e l’Heysel. Due tragedie molto lontane tra di esse, non solo temporalmente. Un aereo che si schianta su una collina a pochi minuti da casa portandosi via una delle più grandi squadre che il mondo abbia mai visto giocare, ma soprattutto il simbolo della rinascita italiana dopo la seconda guerra mondiale, motivo di orgoglio e vanto per ogni italiano, e trentanove tifosi attaccati da un’orda di hooligans ubriachi, calpestati, asfissiati dalla calca causata dal comprensibile fuggi-fuggi generale, condannati dalle fatiscenti strutture dello stadio e dall’inefficienza della polizia belga.
Due tragedie così lontane eppure accomunate dalla folle idiozia di chi le usa, profanando il nome e l’onore dei caduti, per irridere ed insultare l’avversario.
Quante volte ho visto i tifosi avversari mimare l’aeroplano con le braccia larghe, ho letto striscioni su schianti, voli e aerei, e quante volte ho sentito la “mia” curva (e tante altre) rivolgere a quella bianconera le canzoncine sull’Heysel, i “meno 39” e tutto il repertorio che accompagna queste indegne esibizioni.
Tutto questo stride notevolmente con quanto ho visto in questo weekend oltremanica, a conferma di quanto siamo distanti da loro milioni di anni luce dal punto di vista della cultura sportiva (e fosse solo quella…).
Nessuno ne esce bene, da noi: tifosi, società ed istituzioni. Per una società che onora la memoria dei propri caduti con una messa ogni anno alle 17 del 4 Maggio, c’è una Lega che non permette l’anticipo o il posticipo della partita di campionato permettendo alla squadra di partecipare, come sempre, alla commemorazione. C’è un comune che non si prende cura del retro basilica e della lapide, che sono agibili, fruibili ed in ordine solo grazie all’intervento volontario dei tifosi (e ringraziamo sempre quel tifoso di Roma che ha fatto installare a proprie spese l’illuminazione della lapide, utile soprattutto d’inverno quando fa buio presto, e ne paga la relativa bolletta della luce), e non sostiene adeguatamente il museo dedicato al Grande Torino, costretto ad un esilio fuori Torino, ospiti di un comune più comprensivo ed attento.
Per una tifoseria che chiede a gran voce una degna commemorazione dei trentanove caduti dell’Heysel c’è una società (forse ultimamente le cose sono un po’ migliorate, ammetto di non essere aggiornatissimo sul tema), che in occasione del ventennale della tragedia mandò di malavoglia e quasi di nascosto una corona di fiori da deporre sul luogo del misfatto e che non ha mai fatto più di tanto per celebrarne la memoria.
Qualche settimana fa il Museo della Memoria  e della Leggenda Granata e la Sala della Memoria Heysel hanno organizzato una mostra congiunta sulle due tragedie, per cercare di unire, pur nella loro diversità, la commemorazione di due eventi così tragici, tracciando (o almeno tentando di farlo) un percorso comune che portasse al superamento dell'insulto legato ai morti.
Dovrebbe essere automatico, non dovrebbero certo servire iniziative come questa, perchè i morti, di qualunque "colore" siano, non si toccano. Si rispettano e basta, ancor più quando si tratta di morti innocenti.
Beh, potete immaginare come sia finita. In tanti hanno apprezzato e visitato la mostra, ma in almeno altrettanti hanno parlato dei “nostri” e dei “loro” morti, hanno fatto distinguo, hanno riempito l’aria di “si però loro”.
Siamo ancora lontani… molto lontani.