sabato 26 febbraio 2022

Super Bowl LVI - Il prima

La partecipazione al Super Bowl LVI parte, come al solito, da molto lontano, e fino a poco tempo fa, non era assolutamente prevista. Come al solito questa maledetta pandemia ha sconvolto un po' tutti i piani e, in maniera del tutto inattesa, mi sono ritrovato su un aereo per Los Angeles il 10 Febbraio invece che il 5 novembre con gli USA ancora chiusi al turismo internazionale (avrebbero riaperto solo 3 giorni dopo).
Alla fine, non che la cosa mi dispiaccia, ovviamente, si tratta di un "ripiego" di lusso, ma dovrò andarci da solo, mentre a novembre sarebbe stato un viaggio con tutta la famiglia. Se contiamo, poi, che a novembre avrei visto perdere i Rams contro i Titans (e New Mexico State contro Utah State), direi che ci ho guadagnato il triplo, come minimo.

Saltato il viaggio di novembre, quindi, ci siamo subito mossi con obiettivo Super Bowl facendo richiesta di accredito che, con qualche difficoltà procedurale, è stato confermato subito dopo Natale: per la seconda volta avrei dunque assistito al Super Bowl dal vivo e scritto articoli di presentazione e resoconto per la Gazzetta di Mantova, il quotidiano più antico d'Italia ancora in edicola, essendo il suo primo numero uscito nel 1664 (lo stesso anno della Kronenburg: un caso? Io non credo...).

Gli ultimi giorni prima di partire sono stati un mezzo incubo, non solo per me, ma anche per chi mi era vicino. Dovendo fare un tampone il giorno prima di partire, mi sono praticamente isolato da tutto e da tutti negli ultimi quindici giorni per minimizzare il rischio di positivizzazione, proprio in un periodo in cui sembrava che bastasse uno sguardo per positivizzarsi, che avrebbe mandato tutto a monte. Non avrei potuto sopportare di dover rinviare il viaggio per l'ennesima volta a causa di un tampone positivo.
Non potete immaginare, quindi, il sollievo quando mi hanno comunicato l'esito del tampone il 9 febbraio, anche perchè, nel frattempo, si erano svolti i playoff, e per la NFC la squadra che si era qualificata al Super Bowl erano i Los Angeles Rams. Per la seconda volta, quindi, avrei visto la mia squadra in finale, con la speranza che andasse un po' meglio di Atlanta 2019, quando i Rams persero da "quelli là" dopo una partita pessima a cui si aggiunse anche uno dei peggiori half time show che la storia della NFL ricordi.
Anche dal punto di vista musicale, stavolta, le premesse erano decisamente migliori.

Insomma, alla fine il 10 febbraio si parte ed arrivo a Los Angeles fresco e riposato dopo solo 15 ore di volo via Francoforte. Cerco di passare la prima giornata in maniera da ammortizzare il fuso nel migliore dei modi, ma non c'è nulla da fare: alle 4 del mattino sono in piedi e non c'è verso di continuare a dormire. Sarà così fino al ritorno.
Il venerdì è la giornata clou. Al mattino alle 10 vado a ritirare l'accredito poi faccio un giro al centro stampa ed all'NFL Experience ancora chiusa al pubblico. Una cosa stupefacente. Quando ero andato ad Atlanta mi sembrava un parco giochi e poco più, invece qui, in pieno centro città, è una cosa fantascientifica, ed accanto ai soliti stand dove si può calciare un field goal, fare un percorso tra dummies, lanciare a palla nei bersagli e tutta una serie di attività divertenti, ci sono anche delle esposizioni di memorabilia spettacolari. Favoloso il cerchio degli anelli in cui sono esposti tutti gli anelli dei 55 Super Bowl fin qui giocati, ma anche il palco in cui si può fare una foto con il Vince Lombardi Trophy (quello vero, quello che sarà consegnato alla squadra vincitrice) è bellissimo.

Tra una diretta per Huddle Magazine ed una visita approfondita a tutti gli stand, compreso quello dove si svolge una dimostrazione pratica di come si costruisce un pallone, dall'unione dei pezzi di cuoio fino all'inserimento dei lacci, viene il primo pomeriggio.
L'intenzione era quella di andare a Cal Lutheran, sede di allenamento dei Rams, per assistere alla conferenza stampa in persona (l'unica. Le altre sono state tenute tutte n collegamento remoto) di Sean McVay ed altri otto giocatori. Il programma viene però stravolto dalle esigenze di Max Pircher, il ragazzo italiano che è attualmente nella practice squad dei Rams.
Avendogli richiesto un'intervista, purtroppo la sua disponibilità è solo per le due del pomeriggio e per solamente una decina di minuti, per cui a visita a Cal Lutheran salta, e faccio l'intervista a Max dal centro stampa. L'intervista viene trasmessa in diretta nella serata dedicata al Super Bowl da Huddle Magazine, ed è un vero successo, per cui è valsa la pena perdersi la conferenza stampa. Il pubblico italiano ha una vera e propria adorazione per Pircher. Rappresenta il sogno di tutti noi: essere in una squadra NFL, e se si conta che fino a quattro anni fa non sapeva cosa fosse il football, si può capire quale traguardo sia per lui essere nell'élite del football mondiale con la possibilità di entrare in campo dalla porta principale.
Espletate le formalità "giornalistiche", faccio un giro per downtown in attesa che venga l'ora di trasferirsi al Media Party, che la NFL ha organizzato per la serata del venerdì nientemeno che agli Universal Studios.
Un efficientissimo servizio navetta ci porta agli Universal Studios da uno dei due alberghi dedicati ai media, dribblando con maestria il proverbiale traffico di Los Angeles, ed in men che non si dica, ci ritroviamo in questa immensa struttura dove sono stati girati (e si girano attualmente) film famosissimi e serie TV di successo e che è stata trasformata anche in parco divertimenti.
La struttura viene chiusa al pubblico e riservata solo ai media accreditati per il Super Bowl, con attrazioni, bar e ristoranti a completa disposizione e completamente gratis. Non oso pensare a quanto abbia speso la NFL per ottenere una cosa del genere...
Gli Studios sono bellissimi. Prendo il trenino che in un'ora fa il giro degli Studios portandoti in tutti i luoghi più importanti condendo la visita anche con alcune attrazioni da vivere sul treno con occhialini 3D ed effetti speciali che le rendono particolarmente intense.
Passiamo dall'essere in mezzo ad una lotta tra dinosauri e King Kong sul set di Jurassic Park, con tanto di spruzzi d'acqua a simulare la bava dei dinosauri che cercano di "addentare" il trenino, ad un terremoto in una stazione della metropolitana con un convoglio che deraglia e si ferma a pochi centimetri da noi, ad un folle inseguimento per le vie di Los Angeles tra spari e cannonate con The Rock. Molto molto bello. E pensare che quando ero stato a Los Angeles nel 2018 avevo scartato a priori la visita agli studios, ritenendoli una versione più grande di altri parchi visti in Italia e in Europa. Invece è tutta un'atra cosa, e vale il prezzo (alto) del biglietto che si pagherebbe, se non fosse che sono qui completamente gratis.
Finito il giro è ora di cenare, e cosa c'è di meglio che andare a Springfield con I Simpson e mangiare un po' di pollo fritto?
Torno a casa un po' stanco ma decisamente soddisfatto. Il sabato mi aspetta un po' di svago, perchè non ci sono eventi ufficiali, e ne approfitto per fare un po' di shopping e visitare The Grove, un vecchio deposito di tram trasformato in centro commerciale nel quale si muove un tram d'epoca che porta i passeggeri in giro da un capo all'altro del centro.

Mi devo preparare per la partita: domani sarà il grande giorno. Vado a dormire per svegliarmi puntualmente alle 4 del mattino...

venerdì 13 novembre 2020

Emoscambio

Da bambino ero letteralmente terrorizzato dagli incidenti stradali. Il terrore si era sviluppato poco a poco grazie ad una sorta di pubblicità progresso che mettevano sempre prima del film del mercoledì al dopolavoro della Michelin, che invitava alla donazione del sangue, mettendo come motivazione principale la necessità di trasfusioni per coloro che erano vittime di incidenti stradali. Il documentario era pieno di immagini di incidenti. I feriti non si vedevano mai, fortunatamente, ma quelle immagini continuavano a rimanermi impresse per giorni e, ad esempio, quando si doveva partire per le vacanze (rigorosamente ad agosto come tutti quanti), il viaggio in autostrada era una vera e propria sofferenza, soprattutto perchè in periodo di vacanze il telegiornale non mancava di riportare le notizie dei tamponamenti a catena sulle autostrade durante l'esodo vacanziero, con tanto di conta di morti e feriti.
Proprio durante quei viaggi autostradali, vedevo spesso delle scritte "EMOSCAMBIO" seguite da un numero di telefono di Milano.
Nella mia ingenuità, associando la parola "emoscambio" alla trasfusione, grazie anche alla spiegazione di mio padre che mi disse che emoscambio voleva dire "scambio di sangue", pensavo che fosse una sorta di pubblicità associata a quella che vedevo al cinema, che invitava a donare il sangue. Il fatto che vedessi la scritta sull'autostrada Torino -Milano (l'unica che percorrevamo, praticamente) e che il numero di telefono fosse proprio del capoluogo lombardo, mi convinse definitivamente che quello fosse il numero da chiamare in caso di incidente se uno dei feriti avesse avuto bisogno di una trasfusione.
Beh... certo... avevo sette/otto anni, non potete anche pretendere che pensassi che la trasfusione gliel'avrebbero dovuta fare in ospedale e non sul luogo dell'incidente. Sta di fatto che con il passare del tempo non ho mai più pensato a quella scritta, anche perchè nel frattempo mi sembra siano sparite tutte, e, fortunatamente, la fobia per gli incidenti stradali mi è decisamente passata.
Oggi, però, non ho potuto fare a meno di rimanere interdetto e sorpreso quando, leggendo questo articolo di Luca Sofri sul suo blog Wittgenstein, ho scoperto che Emoscambio non era affatto qualcosa di legato alla donazione del sangue, ma era addirittura una sorta di movimento (setta? mah, forse troppo forte) legato a delle teorie piuttosto bislacche di tale Vittorio Cosmaj che blateravano di una teoria terapeutica-sessuale dell'amplesso fisiologico, per approfondire la quale vi invito a leggere la voce su Wikipedia.
È sempre piuttosto scioccante quando crollano le tue certezze di bambino dopo cinquant'anni.

lunedì 25 maggio 2020

Pacco 1, Pacco 2 e Pacco 3: un pacco!!!

Piccola storia triste di tre pacchi postali, che chiameremo convenzionalmente Pacco 1, Pacco 2 e Pacco 3.
Spediti il 21 di aprile da un piccolo paesino del Minnesota, con opzione Priority Mail, alla modica cifra di 100 dollari l'uno, si sono incamminati di buona lena verso Sta.Paul, dove arrivano il 23 aprile.Dopo 4 giorni di riposo, tutti e tre ripartono per Chicago il 27 aprile, ma qualcosa va storto, e Pacco 3 si ritrova isolato da Pacco 1 e Pacco 2 arrivando nella Windy City il 4 maggio.Il 5 maggio Pacco 3 è già in viaggio per il prossimo centro, mentre a Chicago Pacco 1 e Pacco 2 arrivano il 7 maggio. Immagino lo sgomento di non trovare più Pacco 3. Dove sarà finito? E se gli fosse successo qualcosa?
Per non saper né leggere né scrivere, Pacco 1 e Pacco 2 si recano a New York, da dove dovrebbero poi partire per l'Europa. Arrivano a NYC il 9 maggio, ma di Pacco 3 nessuna traccia.
Non c'è tempo da perdere. Pacco 1 e Pacco 2 devono attraversare l'oceano ed il 12 maggio sono a Londra. Il 14 Maggio da Londra arrivano a Milano. Ce l'abbiamo quasi fatta!!! Abbiamo solo il problema di rintracciare Pacco 3, ma proprio lo stesso giorno in cui Pacco 1 e Pacco 2 sono a Milano, Pacco 3 fa sapere che sta ancora cercando il prossimo centro, dopo essere partito da Chicago una settimana prima.
Pacco 1 e Pacco 2, nel mentre, vengono ospitati dalle patrie dogane da dove, secondo recenti e passate esperienze, non usciranno prima di un paio di mesi.
Completamente spossato e chiaramente disorientato, Pacco 3 fa il suo ritorno al centro di distribuzione di Chicago il 23 Maggio, dopo aver inutilmente girovagato per tre settimane.
Nel frattempo, Pacco 3 ha nuovamente lasciato Chicago, nel tentativo di arrivare a New York per poi imbarcarsi per Londra e, finalmente, congiungersi con i suoi cari alla dogana di Milano.
Almeno, questa è la mia speranza...
(E questo sarebbe un servizio da 100 dollari a pacco...)

lunedì 25 novembre 2019

Il rock (fortunatamente) è vivo

Domenica 24 Novembre 2019 ho constatato personalmente lo stato di salute del rock in un periodo in cui sembra che la musica si sia ridotta a campionatori, rapper/trapper che hanno con la musica un rapporto piuttosto particolare (ho assistito a due concerti di questi fenomeni ed in entrambi i casi mancavano due componenti fondamentali sul palco: musicisti e strumenti musicali).
Sono andato all'Alcatraz di Milano a sentire i Greta Van Fleet, un gruppo di giovani (MOLTO giovani) americani che usano ancora le chitarre, il basso, la batteria ed un muro di Marshall che faceva ben sperare alla sua sola vista.
 Li ascoltavo già da un po', grazie al suggerimento del mio amico Derrick (a proposito, segnatevi questo nome: The Glorious Sons, altro suo suggerimento che vale la pena di ascoltare), per cui non sono arrivato a Milano impreparato, ma piuttosto curioso di vedere se dal vivo confermavano le ottime impressioni avute all'ascolto degli album in studio.
Partiamo dalla fine: il rock è vivo. Sul vegeto nutro ancora dei dubbi perchè i Greta Van Fleet sono un'eccezione nel panorama musicale moderno, ma la presenza di tanti giovani oltre alla folta schiera di V.D.M. come me, mi fa ben sperare che non tutta la nuova generazione si lasci lobotomizzare ed omologare dalla spazzatura che ci viene propinata in tutte le salse.
Il concerto in sè mi è piaciuto, ho trovato un'energia ed una carica non comuni, ed i fratelli Kiszka tengono bene il palco. Molto bravo il batterista, anche se non mi è piaciuto granchè il suono della batteria. Sarà anche l'acustica dell'Alcatraz che non mi è sembrata impeccabile.
Apparentemente straordinario Jake Kiszka, il chitarrista, che si produce in un'emulazione di Hendrix suonando con la chitarra dietro la schiena, ma molto scolastico negli assoli e poco creativo.
Straordinario, invece, Josh Kiszka, che ha dei cambi di tonalità pazzeschi, tira la voce portandola ad acuti straordinari senza usare il falsetto e non si risparmia un attimo sul palco. La mise è un chiaro omaggio al Robert Plant d'annata (mancano gli zatteroni, ma il resto c'è tutto), e qui arriviamo al dunque.
I GVF si sono pubblicamente lamentati del fatto che la critica continua ad etichettarli come un clone dei Led Zeppelin. Ad un primo ascolto, infatti, ci si chiede se non si tratti proprio di loro: sonorità, assoli, voce particolare, pezzi tirati all'inverosimile, tutto fa pensare per lo meno ad una tribute band. I GVF sono di più, come si può ascoltare nell'ultimo album in studio, ma se dal vivo si continua a scimmiottare i grandi anni '70, a tirare i pezzi fino a 20 minuti con grandi sezioni di assoli e jam session, inondando di musica una platea apparentemente estasiata riportandola indietro di 40 anni, non ci si deve poi lamentare troppo.
L'impressione è che la band sia ancora alla ricerca della propria identità definitiva, e nel mentre cerchi di cavalcare l'onda di entusiasmo prodotta proprio da questa emulazione dei '70 che ha avuto una gran presa su pubblico e critica.
La grossa differenza con i '70 la fa però la durata dell'esibizione. Dopo un'ora e dieci Josh saluta tutti al termine di un sintomatico "When the curtain falls", il decimo pezzo della serata (comprensivo della cover di "The music is you" di John Denver della durata di un minuto scarso).
Ma dico, vuoi fare la rockstar anni '70 e fai un concerto di un'ora e dieci minuti? Ma davvero? Ma sei serio? Come ha detto il mio amico Mario, con cui ho condiviso il concerto, "adesso arriva nonno Bruce e gli dice di tornare fuori. Persino Alice Cooper, a settant'anni suonati, ha fatto più di due ore".
Va bene il repertorio non gigantesco, ma qualcosa in più la potevano fare.
Dopo dieci minuti di "chiama" da parte del pubblico, si ripresentano sul palco e regalano ancora due perle, "Flower Power" e soprattutto "Safari Song" che mi chiedevo che fine avesse fatto. Alla fine di questi due pezzi, in cui viene incastrato un magistrale assolo di batteria, saluti e tutti a casa con un po' di amaro in bocca.
Si, bello, bravi tutti, le sonorità... ma DODICI pezzi per un concerto?!? Ci rivedremo tra qualche anno, e con un repertorio maggiore esigerò le due ore canoniche al di sotto delle quali non puoi definirti un rocker.