lunedì 1 agosto 2016

USA 2016: diario di viaggio /1

Eccoci arrivati al diario di viaggio di quest'anno. Dopo sedici anni si ritorna oltreoceano grazie ad una serie di circostanze fortuite. Lo scorso anno mi viene proposta la possibilità di presentare il mio libro alla convention biennale della Professional Football Researchers Association di cui sono membro da quasi due decadi. L'occasione è ghiotta, la convention si tiene a Green Bay, all'interno del mitico Lambeau Field, e farsela sfuggire sarebbe un delitto. Inizialmente penso ad un mordi e fuggi durante il weekend della convention, ma giustamente i miei due coinquilini (incidentalmente moglie e figlio) mi dicono che "col cazzo che ci vai da solo... Veniamo pure noi!!!".
A questo punto il weekend si trasforma in vacanza vera e propria, anche se il periodo non +è proprio il migliore per una vacanza di famiglia negli Stati Uniti. I primi quindici giorni di luglio, infatti, sono considerati stagione altissimissima, onde per cui i biglietti aerei costano una cifra spropositata. A nulla serve tenerli in osservazione fin dallo scorso settembre. A Febbraio ci rassegniamo ad acquistarli alla modica cifra di 900 euro a cranio, mentre constatiamo con piacere che sarebbe bastato partire dopo il 15 luglio per pagarli quasi la metà.
In realtà un modo per arrivare a Chicago con circa 700 euro ci sarebbe anche: basta volare con Turkish su Istanbul e poi da lì andare in USA. Opzione immediatamente scartata, vista che la Turchia non ci sembra proprio il posto ideale per la sicurezza (e quanto siamo stati profetici, tra attentato all'aeroporto e colpo di stato...). Allo stesso modo vengono scartate soluzioni con scalo in Francia e Germania, per cui il nostro viaggio ci vedrà partire alla volta di Madrid, dove prenderemo poi l'intercontinentale per Chicago.
Durante il viaggio, grazie al mirabolante sistema di intrattenimento di Iberia (che differenza rispetto a quindici anni fa, quando avevi a disposizione tre o quattro film da vedere, fortunatamente diversi tra andata e ritorno), riesco finalmente a vedere "Blind Side", tenuto colpevolmente sull'hard disk per anni con la convinzione che tanto "uno di questi giorni lo guardo...". Ecco... se avete l'occasione, guardate la scena finale in lingua originale e poi in italiano: quando Goodell annuncia il draft di Oher la traduzione è a dir poco orrenda.
Atterrati finalmente a Chicago, andiamo allo sportello Budget dove ci attende una fantastica Volkswagen Passat che ci accompagnerà per le strade di Illinois e Wisconsin in tutta tranquillità e sicurezza, avendo un sistema di guida semiautomatica decisamente comodo.
Prima tappa del viaggio: Janesville, una ridente (as usual) cittadina nel bel mezzo del nulla nel Wisconsin, scelta principalmente perchè ci permette di spezzare il trasferimento verso Green Bay in due giorni. Non che la distanza fosse siderale, ma quando arriviamo a Janesville è praticamente ora di cena, e le 19 del Wisconsin corrispondono alle 2 del mattino per noi italiani. Essendoci alzati alle 4 del mattino per andare in aeroporto, risulta in una bella 22 ore in tirata unica. Magari evitare di guidare altre due ore è meglio.
Al mattino dopo, riposati e ristorati, dopo una breve (perché non c'è assolutamente nulla da vedere) visita a Janesville, si parte per la destinazione principale di questo viaggio: Green Bay.

martedì 26 gennaio 2016

Nota di servizio.

Mi hanno segnalato che la paginazione del lunghissimo post di ieri non funzionava correttamente con alcuni browser. Ora ho tolto la paginazione ed aggiunto un più comodo "Continua a leggere", così potete sapere come va a finire la storia :).
Ho anche apportato qualche correzione, soprattutto all'italiano orrendo di certe frasi.

lunedì 25 gennaio 2016

Una vacanza al tempo del primo internetto

Mettetevi comodi, non sarò breve. Sempre che vi interessi leggere la storia di uno dei viaggi più assurdi e contemporaneamente più indimenticabili della mia vita.
Qualche settimana fa ho terminato di leggere un libro che mi aveva incuriosito molto: “Norman X e Monique Z: la storia segreta di un amore nato nel ciberspazio”.
Evidentemente la mia curiosità nasceva dall’assoluto parallelismo con la mia storia d’amore nata nel ciberspazio, ma proseguendo nella lettura, oltre ad una crescente delusione rispetto alla qualità del libro, ho riscontrato molte più analogie con ciò che mi era successo un anno prima, anche se era un po’ diverso. Va beh… faccio prima a raccontare che a spiegare.
Correva l’anno 1995, e muovevo i primissimi passi on line, utilizzando quella cosa ancora riservata a pochi chiamata Internet. Un modem 14.4, la necessità di scaricarsi la posta (Eudora, qualcuno ha detto Eudora?), disconnettersi, rispondere e poi riconnettersi per mandare la risposta per evitare bollette salate (si pagava a scatti, quindi a consumo) e contemporaneamente per non occupare la linea telefonica per delle ore.
Non ricordo esattamente attraverso quale dei millemila newsgroup che seguivo conobbi Megan, ma ben presto iniziammo a scriverci al di fuori del gruppo, in privato. Parlavamo di noi, delle nostre città, delle nostre vite, di politica, poco di musica (ma riuscii a convincerla ad ascoltare Nick Drake), non di sport. Mi raccontava della sorella che aveva sposato un coglionazzo ed era andata ad abitare ad Albuquerque, 350 km più a nord di Las Cruces, New Mexico, dove abitava lei, oppure di come avesse deciso di andare a vivere da sola, del suo impiego all’università, delle sue aspirazioni, del suo desiderio di vedere l’Europa, forte tanto quanto il mio desiderio di vedere una parte degli Stati Uniti che fino a quel momento non avevo nemmeno mai preso in considerazione.

mercoledì 30 dicembre 2015

Inghilterra 2015: appunti di viaggio / 6


Prima della fine dell’anno ce la faccio… manca solo più l’ultima tappa di questo travagliato diario di viaggio estivo, e in fondo sono passati poi solo cinque mesi :)
Dove eravamo rimasti? A Canterbury, ultima fermata notturna del nostro giro ma penultima località visitata.
Attirati dalla celeberrima cattedrale, abbiamo fatto tappa nella piccola cittadina del Kent prima di tornare verso Londra (o meglio Stansted) per poi tornare a casa.
Il centro abitato di Canterbury è mediamente esteso, si tratta pur sempre di una cittadina di una cinquantina di migliaia di abitanti, ma tutto si svolge nella via pedonale centrale nei pressi della cattedrale che si chiama High Street e si snoda per un chilometro circa tra le West Gates e l’ultimo tratto in cui cambia nome e diventa St.George’s Street. Questa via pedonale offre diversi negozietti particolari, oltre ai soliti delle catene immancabili pure qui (Pizza Hut, Zara, Marks & Spencer e via andare). Uno in particolare ha attirato la mia attenzione perché vendeva principalmente fumetti (del resto si chiama “Whatever Comics”) ma anche un gran numero di “ciarpame” legato alla musica ai tempi del vinile. Due vetrine decisamente interessanti (per me, ovviamente).
L’altro posto che mi sento di consigliarvi in High Street è il ristorante “The Bull”. Attirati dall’insegna (il Toro stilizzato che il Torino Calcio usò negli anni 80 (questo per intenderci) e da un amico in comune con il padrone, avremmo tanto voluto assaggiare un bel risotto alla barbera, ma un “problema tecnico” (il bagno delle signore si era intasato allagando tutto il locale) lo ha costretto alla chiusura proprio nel giorno in cui eravamo lì. Un vero peccato, perché a quanto sembra si mangiano tutta una serie di specialità piemontesi ed italiane ed il livello mi dicono essere molto buono.
Un po’ meno buono il livello del suggerimento del proprietario per un ristorante alternativo “non turistico”. Ci ha spediti in un bellissimo posto di fianco alla stazione, in un capannone riadattato dove c’è un piccolo mercatino alimentare dove al momento ti preparano le cibarie che scegli e compri direttamente dai banchi. La sera ovviamente questa opzione è da scartare, essendo i banchi del mercato chiusi, ma sempre all’interno c’è un delizioso ristorantino dove una cameriera scorbutica ti serve quattro piatti in croce, con porzioni microscopiche dal prezzo esorbitante. Il posto si chiama “The Good Sheds”, nel caso vi venisse proprio voglia di farvi pelare ed uscire affamati. Però è un bel posto, molto suggestivo.
La cattederale. Che dire: magnifica. La visita merita davvero. Un edificio imponente, una serie di vetrate spettacolari, un chiostro suggestivo ed un piano inferiore illuminato dalle candele e davvero inquietante. Un vero peccato la presenza di diversi ponteggi esterni per il restauro di alcune parti dell’edificio, ma anche così le 10,50 sterline richieste all’ingresso sono state davvero ben spese.
Essendo incastonata in mezzo alle abitazioni e gli stretti vicoli che la circondano, dal di fuori non si coglie la sua maestosità, riuscendo a scorgersi solamente alcuni pezzi dellì’edificio, ed in ogni caso l’9nterno va visitato perché vale davvero la pena e non si ha la sensazione di essere all’interno dell’ennesima chiesa gotica/barocca/romanica/moderna nelle quali ogni stile sembra fatto con lo stampino.
Dicevo che pur essendo l’ultima tappa notturna (se si eccettua quella fatta nei pressi dell’aeroporto per poter prendere il volo delle 6:50 del mattino successivo), abbiamo ancora fatto una tappa turistica, precisamente alle scogliere di Dover.
E precisamente la domanda è proprio questa… le scogliere? “Dover” sono le scogliere? Dal sito turistico “White cliffs of Dover” si ha una bellissima vista dall’alto del porto di Dover ed un minimo scorcio delle bianche scogliere. Beh, direte voi, è ovvio, ci sei sopra per cui non puoi vederle. Potrei anche essere d’accordo, ma in altre parti della terra d’Albione (Scozia ed Irlanda) i punti panoramici sono fatti in modo che tu “veda” il panorama annunciato, non che ti ci trovi sopra. Morale della favola: probabilmente, da quel poco che siamo riusciti a vedere, si tratta di un sito naturale bellissimo, ma se volete davvero vedere le scogliere in tutta la loro imponenza, o scendete direttamente in paese oppure andate in Francia e prendete il traghetto da Calais.
Comodo, vero?
Bene. Il viaggio è terminato. Ci manca solo più di tornare a Stansted, restituire la vettura ed andare al Ramada che c’è nell’area di servizio della superstrada che passa di fianco a Stansted per essere pronti il mattino dopo per saltare sul Ryanair che ci riporterà nella nostra Torino.

mercoledì 4 novembre 2015

Inghilterra 2015: appunti di viaggio / 5

Dove eravamo rimasti? Tra una cosa e l’altra sono ancora in debito con i miei tre lettori (molti meno di quelli del Manzoni, ça va sans dire) del resoconto dell’ultima parte del viaggio in Inghilterra.
Lasciata Birmingham, ci dirigiamo verso un altro luogo mistico, uno di quei posti di cui senti sempre parlare e ti riprometti prima o poi di andare a vedere con i tuoi occhi: Stonehenge.
Dai racconti dei miei genitori, che visitarono il luogo non più di una decina di anni fa, le cose appaiono immediatamente cambiate. Innanzitutto auto, pullman e traffico vario viene fermato ad un paio di chilometri buoni dal sito, in un ampio spazio di accoglienza formato da un grosso parcheggio ed un Visitors Center nuovo di zecca. Una volta pagato l’ingresso (sempre sia lodata la prenotazione via internet che ti fa risparmiare qualche sterlina e soprattutto ti evita la ressa e la coda allo sportello), si può iniziare la visita con una passeggiata tra le quattro o cinque casette ricostruite che rappresentano quelle che si pensa essere le unità abitative della popolazione che abitava la piana di Salisbury all’epoca della costruzione del cerchio di pietre. Leggendo i tabelloni informativi ho così scoperto che per decenni ho pensato che Stonehenge avesse a che fare con i Celti ed i Druidi, ma in realtà non è così. O meglio, magari i Druidi hanno utilizzato la costruzione per i loro riti, ma essendo la società celtica e la cultura druidica risalenti intorno al 300 a.c., ciò significa che si sono ritrovati il cerchio di pietre già bell’e pronto, ed anzi rappresentava le vestigia di un passato alquanto remoto, risalendo la sua costruzione a circa il 2000 a.c.
Molto interessante tutta la parte relativa alle varie ipotesi sulle modalità di costruzione del monumento, dal taglio delle pietre in vari siti nei dintorni (ma anche in Galles, a più di 150 miglia di distanza), al loro trasporto tramite rulli formati da tronchi d’albero, alla loro messa in posa grazie all’utilizzo di complessi sistemi di leve e supporti.
Fatto il pieno di conoscenza, ci si può dirigere verso il cerchio di pietra scegliendo tra due alternative: la navetta o la camminata. Per entrambe le opzioni il sito ufficiale di Stonehenge fa un po’ di terrorismo psicologico. Per la camminata parla di almeno venti minuti a piedi, mentre per quanto riguarda le navette ne offre una descrizione totalmente fuori dalla realtà. Si, le navette sono piccole (ci staranno una ventina abbondante di persone, non di più), ma la frequenza è piuttosto alta, per cui non si formano mai grosse code in attesa e, soprattutto, non ci sono tutti quei problemi che il sito web sembra descrivere (“prenotate un orario specifico per la visita”, dicono, “così avrete la certezza di avere la navetta garantita”, come se ci fosse il pericolo di andare a piedi se si arriva fuori dal proprio orario).
Probabilmente questo terrorismo viene fatto appositamente per far sì che il ricambio al monumento sia continuo, in maniera da evitare grossi affollamenti.
Purtroppo (o per fortuna) da qualche anno non è più consentito avvicinarsi e girare liberamente tra le pietre, ma è necessario seguire un percorso circolare che gira intorno al monumento. Da una parte resta un po’ l’amaro in bocca per non poter visitare da vicino le pietre, ma dall’altra, conoscendo l’animale turista medio, forse è meglio così, per la buona conservazione del sito.
Un’altra scoperta fatta in loco è che l’attuale posizione delle pietre non è quella originale, ma il risultato di un restauro durato circa 150 anni (!), durante il quale le pietre sono state spostate, riposizionate e fissate al terreno con del calcestruzzo.
A sapere tutte queste cose, forse forse sarebbe stato meglio non andarci, e restare con le leggende e le convinzioni (errate, ma più affascinanti) accumulate in questi anni.
Il luogo è comunque affascinante, e chiunque sia stato a portare lì quelle pietre, è sempre sorprendente pensare all’immane lavoro fatto in epoche remote per erigere questo monumento. Un po’ la stessa sensazione che si prova di fronte alle piramidi, insomma. Una civiltà da noi lontanissima nel tempo ma capace di imprese che risulterebbero impegnative ancor oggi.
Tornati dalla visita a Stonehenge, abbiamo ancora tempo per fare un rapido giro nella cittadina che ci ospiterà per la notte: Salisbury. La pioggia (l’unica di tutta la vacanza) ci obbliga a ridurre la visita al minimo, ma abbiamo comunque il tempo di ammirare la splendida ed imponente cattedrale.