Il masso su per la montagna dobbiamo spingerlo comunque. Facciamolo almeno col sorriso sulle labbra.
giovedì 2 gennaio 2014
E venne il Leone, che si mangiò il Toro...
mercoledì 11 dicembre 2013
Ciao Peloso
giovedì 7 novembre 2013
Grazie Albert Camus
Era, allora, un'età in cui fare l'esistenzialista, l'impegnato, era quasi d'obbligo. Ascoltare certa musica, leggere certi libri, vedere certi film facevano parte del modo d'essere di una decina di squinternati del Liceo Scientifico Carlo Cattaneo (ex VIII) che sarebbero cresciuti nelle maniere più diverse, diventando in alcuni casi degli affermati manager di aziende importanti oppure, in altri, oscuri pigiatasti di una multinazionale che sta divorando un pezzo di storia torinese (ma questa, come ama dire Lucarelli, è un'altra storia).
L'uomo in rivolta, Lo straniero, La caduta, La Peste, tutti letti in lingua originale sulle sedie delle Tuileries subito dopo pranzo nella famosa estate del 1986, quando passai una delle più belle vacanze che io ricordi: un mese completamente da solo a Parigi. Io ed i miei fidati libri di Camus, acquistati tra le bancarelle di Gibert Jeune sul Boulevard Saint-Michel, prima di passare dal fido Gargantua ad acquistare la baguette che avrebbe costituito il mio pranzo per tutti i giorni della mia permanenza parigina.
Tra tutti, quel Mito di Sisifo, che catturò la mia attenzione. Che lessi in maniera vorace e rilessi immediatamente per capire meglio. Che raccontava la storia dell'uomo condannato dagli Dei a spingere un masso su per la montagna per poi vederlo rotolare a valle una volta raggiunta la cima, con la conseguente frustrazione di dover ricominciare tutto daccapo. Per l'eternità.
Per molto tempo questa metafora è stata parte integrante della mia vita, essendone la sintesi perfetta, e per molto tempo mi è rimasto ostico riuscire a comprendere la conclusione del saggio: bisogna immaginare Sisifo Felice. Poi, un giorno di metà Giugno di fine anni ‘90, improvvisamente mi è diventato tutto chiaro.
Ora Sisifo è felice.
Grazie Albert, e buon compleanno.
domenica 15 settembre 2013
L'importanza di chiamarsi Montolivo (e non Larrondo).
La palla finisce in fallo laterale, ma l'arbitro, vedendo Montolivo sofferente appoggiarsi sulle cosce, impedisce la rimessa e va personalmente a sincerarsi delle codizioni del giocatore. Appurato che si è infortunato, si incarica di segnalare alla panchina milanista che aspetterà il cambio prima di far riprendere il gioco, cosa che regolarmente avviene. Il Milan può continuare la sua azione d'attacco in 11vs11 con la rimessa in gioco.
Saltiamo ora ai minuti di recupero. Il risultato vede il Toro in vantaggio 2-1, e stanno per esaurirsi i minuti di recupero. In un'azione d'attacco Larrondo resta a terra infortunato, urlando "mi sono rotto, mi sono rotto" (si scoprirà in seguito che ha riportato la frattura di un piede).
L'arbitro lascia continuare il gioco, nonostante Larrondo chiaramente non sia in grado di rialzarsi autonomamente. La panchina del Toro, in ogni caso, prepara il cambio, e visto che gli sportivissimi milanisti si guardano bene dal buttare la palla fuori per consentire i soccorsi all'infortunato (cosa, peraltro, non obbligatoria, bisogna dire), aspettano che la palla finisca fuori per poter procedere al cambio. Nel mentre si difendono 11 vs 10.
La palla finisce infine fuori dal campo. Bene. Si può procedere con il cambio.
Nemmeno per idea. L'arbitro non si premura di impedire la rimessa per sincerarsi delle condizioni di Larrondo come aveva fatto con Montolivo alla fine del primo tempo, e Mexes non si lascia scappare l'occasione di battere la rimessa ugualmente, sempre in nome del fair play di cui tutti si riempiono la bocca, ma solo quando gira a loro favore.
Sull'azione seguente, Pasquale atterra in area di rigore Poli e l'arbitro concede la massima punizione. A quel punto, e solo a quel punto, Si dedica a Larrondo e consente la sostituzione al Toro.
Morale della favola: quando incontri una strisciata, la ladrata è assicurata.
lunedì 1 luglio 2013
Hasta la vista, Altavista
Per chi, come me, "surfa" sul web fin dal lontano 1993, quando come browser si usava Mosaic (che sarebbe divenuto Netscape), e la connessione si faceva tramite un modem 9600 (i più fortunati, io avevo un 2400) e con il mitico Trumpet Winsock, la notizia della chiusura di Altavista da parte di Yahoo, che ne aveva acquisito i diritti qualche tempo fa, non può passare inosservata.
Era un tempo in cui i siti web erano pochi e molto spartani, in cui i motori di ricerca erano pressochè inesistenti, ed il massimo che potevi avere a disposizione erano le cosiddette "listing directory", cioè nè più nè meno che una pagina html con una raccolta di link suddivisi per aree di interesse.
Qualcosa si mosse, in quegli anni, con progetti tipo Lycos, WebCrawler e W3Catalog, ma la vera svolta arrivò proprio con Altavista, per anni il miglior motore di ricerca disponibile.
Anzichè spulciare lunghe e disorganizzate directories piene di link spesso senza una descrizione, era ora possibile inserire una parola, o una serie di parole, in un form e ricevere come risposta un elenco di link più o meno pertinenti che contenevano quelle parole.
E' buffo, oggi, provare a spiegare quale enorme passo avanti fu, a quell'epoca, Altavista, abituati come siamo al gigante Google che fa delle cose che nel 1993 uno non poteva nemmeno immaginare.
Altavista si contese il primato di miglior motore di ricerca con le creazioni successive, soprattutto AskJeeves, Inktomi e HotBot, ma a decretarne l'improvviso declino fu l'esordio di Google nel 1998.
Rimasi fedele ad Altavista per un paio di anni, per poi passare anch'io al "lato oscuro" di Google per "manifesta superiorità" di quest'ultimo.
Nel giorno in cui chiude Google Reader, leggere della prossima chiusura di Altavista riporta alla mente tanti ricordi di un'epoca informatica che sta rapidamente scomparendo.